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Ok, ci sono.

samjones

Oramai è una cosa arcinota: appena comunico il mio ritorno sulle scene, ecco che contestualmente accade qualcosa che mi destabilizza e mi fa sparire di nuovo.  Avevo pensato di tornare proprio durante questa quarantena, ma ahimé, oltre ad essere una bionda tutto pepe sono anche una bionda che lavora nella sanità. Immaginate solo giornate intere a lavoro. Ad ogni modo mi sono ripromesso di tornare con un mood quanto meno scanzonato ed allegro per alleggerire la giornata a voi che capitate qui.

Mi sembrava doverosa una premessa simile, anche perchè devo introdurvi il soggetto su cui si soffermerà il mio notorious occhio indiscreto. Quel sottobosco di movimenti e strategie che perseguono un obiettivo che fa gola a noi tutti. Il cazzo. Eh sì, basta menarla con questa storia che state chiuse in casa ad ammassare ciambelloni e pizze. Finitela di giocare a “mamma e figlia” con i coinquilini. Ditelo a tutti quello che state facendo. Avete scaricato tutti Telegram e riattivato le vostre pagine Vero. Siete tutte arrapate come lontre assassine.

Preparatevi, perché questa settimana a sorpresa ricomincerò a pubblicare nuovi post, e ve ne racconterò di ben donde.

Alla mia maniera

Annabelle

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Hello, it’s me…

Che poi Annabelle, esce dalla porta e rientra dalla finestra.

Nel momento in cui decido di non scrivere più niente, le cose accadono e si susseguono in una maniera così assurda e inaspettata che ecco, non raccontarle, sarebbe davvero un peccato. E allora, contrariamente a quanto detto e fatto, giusto perché io sono molto coerente, le parole, ad un certo punto, sono venute da sole.

C’è stato comunque qualcosa che mi ha fatto cambiare idea. Era un caldo pomeriggio di agosto. Faceva troppo caldo, e dovevo andare a vedere una casa a Prati. In men che non si dica, quell’estate che era stata una noia mortale, dalla fine di luglio aveva presa una piega diversa. Io e i miei coinquiliners avevamo ricevuto un out out, ovvero a settembre avremmo dovuto lasciare casa. Così su due piedi.

Sconvolgendo l’unica certezza da due anni a questa parte: la mia stanza verde. Quella stanza, aveva un significato importante per me e dei ricordi importantissimi. Mai e poi mai avrei voluto lasciarla. Ma i tempi stringevano e le opzioni sembravano non esserci, e soprattutto, di nuovo ero solo a dover cercare una casa e a doverlo fare in fretta. Sottolineo, da solo. Ovvio che non mi andava per niente.

Il desiderio però, se non potevo più vivere lì, era andare a vivere a Prati. E quel pomeriggio avevo appuntamento con un ragazzo che voleva affittare una stanza del suo appartamento vicinissimo a piazza Bainsizza, dove Annabelle in realtà era nata, qualche anno prima. Entrai, e capì subito che quel ragazzo era gay. Il che poteva essere già di buon auspicio. Alto, semi tonico, con molti capelli e con un pacco accessoriato sotto la tuta. Tuta, parola magica.

La casa non era davvero molto bella. Un secondo piano ben illuminato, un bagno, un salone enorme, una cucina grande il necessario, e due camere da letto. Lui estremamente gentile che aveva capito fin da subito da che parte tirasse il vento. Il prezzo però mi distrusse, in diretta. 550 euro al mese spese a parte. Non si poteva proprio fare. Ma neanche a contrattare o a voler andare a mangiare alla Caritas ogni giorno. Dovevo spenderne di base almeno 150 euro di meno.

Mi venne da piangere quasi, poi lui mi disse se volevo qualcosa da bere. Chiesi dell’acqua. Era ovvio che quella casa li meritava, vista la zona, ma per me era evidentemente fuori budget. Decisi di dirgli la verità, e di essere sincero, anche per non fargli perdere tempo. Lui si avvicinò e serio serio mi disse “Non fa niente. Visto e considerato che mi è venuto duro da appena ti ho visto, be ecco… Questa casa non posso proprio affittarla a te…”.

Partì un limone, ma un limone, di quei limoni che dici ma davvero sto limone lo sto facendo io? Be ecco. Dal limone a tutto il resto il passo è stato breve, e dopo ho provato anche il letto. Inutile sottolineare che era comodissimo. Ma non era quello l’aspetto più importante. Anzi proprio non vi racconto i particolari, perchè non avrebbe senso.

Due ore dopo, me ne tornavo a casa incredulo e sconvolto, ma non ero più solo.  Annabelle era finalmente tornata. Ed io ero andato a riprendermela a Prati. Quella sera ritrovai un po’ di tranquillità e di sorrisi veri. I miei. Non ridevo così da tanto tempo, ma a parte il sesso avevo finalmente rotto qualcosa. Ed il cambiamento, era iniziato proprio lì. Di nuovo.

Avevo un po’ di leggerezza, finalmente, l’avevo ritrovata.

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Switch On

kim

Questa volta è certo. Il mio è un ritorno. Negli ultimi tempi ho scritto poco, e anche male a detta di molti. Ma non mi interessa per niente. Avevo messo in stand by me stesso perché a volte è più semplice stare zitti che dire stronzate. E se voi mi conoscete almeno un pochino sapete che di stronzate io ne dico in quantità imbarazzante. Per questo ho deciso di resettare il mio blog che prima giaceva su blogger, prenderlo, rinnovarlo e spostare tutto su wordpress. Ovviamente appena capirò come modificare a meglio il tema, gli darò una sistemata. Ed una colorata.

Sapete è un periodo che tiro le somme. E questo fa parte di me. Sto cercando di capire se la mia vita sia un totale fallimento oppure posso ritenermi soddisfatto. A breve compirò 31 anni, e nella mia testa avevo fissato degli obiettivi che volevo raggiungere. Ma gliel’avrò fatta? Non lo so. O meglio, scopriamolo insieme, visto che questo Switch On serve proprio a questo. Insomma riepilogare un’attimo quello che sono. E che sono diventato.

#il lavoro

Lavoro nella sanità. Lo avrete capito se mi seguite su twitter. Ecco, la sanità nel Lazio non è che sia proprio una cosa che vada a gonfie vele. Per di più sono nel privato, che nei momenti di crisi tira sempre la cinghia. La cinghia naturalmente non è quella dei miei boss. Nient’affatto. La cinghia è propria quella mia e dei miei colleghi. Nella fattispecie un anno fa ci hanno tolto 300 euro con un cambio contrattuale dal giorno alla notte, adesso sono passati a pagarci l’80% dello stipendio. Sapete com’è. C’è crisi. Questa si traduce in un rodimento di culo maximo. Neanche a dirlo. E soprattutto ripenso a quando ho rifiutato un posto pubblico per rimanere dove sono. A me i gomiti ASAP.
Soddisfazione: lieve.

#l’amore 

AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH. Che ridere.

Partiamo dal presupposto che l’amore si fa in due. Un dato sconcertante, ma sufficientemente necessario. Ecco, io ho la capacità di innamorarmi sempre della persona sbagliata. Non è un problema alla vista, porto gli occhiali. E proprio che tendo, in maniera del tutto incomprensibile ad interessarmi a chi in realtà non mi caga neanche per sbaglio. Nel tempo ho capito che avevo bisogno di una mano per capirci qualcosa, per questo al mio fianco ci sono gli amici di sempre pronti a darmi la loro opinione schietta e fin troppo sincera: Guy e la Du Barry. Ai quali quest’anno ho aggiunto anche i miei Coinquiliners: Falpalà e Burina. Nonostante tutti questi consiglieri, al momento brancolo  nella singletudine più alienante.
Soddisfazione: totalmente insoddisfatto.

#il sesso

Dettaglio importante. Al momento le mie quotazioni sono davvero alte. Diciamo che sono incappato in una sorta di relazione che mi piace riassumere così: CONCUBINERS. Ebbene ho una sorta di tromba amico con cui mi intrattengo che a sua volta ha un fidanzato con il quale convive. Un quadro chiaro e semplice. Questo mi sottopone a devastanti ed appaganti sedute di sesso dove riscopre l’esistenza di una parte di me nascosta (Annabelle Bronstein: The Goddess of Sex), che inevitabilmente si scontra con la mia ingombrante presenza. Si. E’ proprio così. Sono insopportabile. Per il momento però tutto ok. Lui comunque è #IlRagazzoColSUV ed ASAP vi brieffo sui dettagli.
Soddisfazione: molteplici e di lunga durata. Tutto sommato è un Toy Boy!

#la famiglia

I miei sono in Abruzzo. L’anno scorso a settembre mio fratello è convolato a giuste nozze, creando in me la necessità di accasarmi ASAP. E poi diciamocelo, voi non siete stufi di sentire sempre la solita domanda “E tu? Quando ti sposi?”. Ecco, dopo il matrimonio del mio fratello ogni volta che torno a casa me lo ripetono a farmi sanguinare le orecchio. Adesso, non solo non posso sposarmi perchè non è legale, non passo perchè mi manca la materia prima. In realtà però, tutto questo hype nei mei confronti finirà a settembre, quando mia cognata darà alla luce il primo nipote maschio della mia famiglia. In che darà gran soddisfazione a mio padre, che continuerà la stirpe, a mia madre che finalmente avrà qualcosa da fare, a me che finalmente passerò in secondo piano. E come tutti gli zii diventerò una sola cosa soltanto: RINCOGLIONITO. Io non vedo l’ora però.
Soddisfazione: molta. Non sto nelle mutande.

Ecco, non posso lamentarmi. Non del tutto almeno. Questo è il mio ritorno. Adesso preparatevi, ho intenzione di dirvi tutto su quello che mi accade, come facevo un tempo, senza risparmiare i particolari, e senza esimervi dalle mie psichiatriche digressioni. Sperando che sia l’anno giusto senza dimenticare che il dramma è sempre dietro l’angolo. E che il passato, come tutto, prima o poi ritorna. Bene. Penso che circa 800 parole siano più che sufficienti. Almeno per oggi. Come dico sempre, stay tuned. (Leggasi LEVATEVI).

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Il mio ex.

Naturalmente quando parlo di mio ex non mi riferisco di certo al tizio in foto. Ovviamente. In realtà c’è la foto del tizio perché proprio oggi anche lui ha annunciato di essersi lasciato, di comune accordo, con il proprio compagno. Ecco questo mi ha fatto sentire terribilmente vicino a Ricky. Per questo lo invito ufficialmente a condividere il suo dolore con me. Magari riusciremmo a condividere anche qualcos’altro, volesse il cielo. In realtà io voglio condividere con voi, miei fedelissimi lettori (#credeghe) la fine della mia storia. Se così si può definire.
#grindr
Era una calda serata di ottobre. Una classica ottobrata di metà mese. In cui le luci dell’imbrunire sono terribilmente instagrammabili ed hai solo voglia di Mcflurry con i brownies. Io ero in giro per Termini, ed in un momento di noia mentre facevo la fila al bancomat delle Poste ho avuto la fantastica idea di connettermi a grindr. Il male di questa nostra società – grindr, ma anche un po’ le poste volendo. Ricky non mi perdonerà mai per questo, e proprio in quel momento c’è stato l’inizio della fine. Ho iniziato a scrivermi con questo ragazzo carino. Pugliese, ventiduenne, trasferitosi da meno di un anno a Roma. 
Apro una parentesi. (A me i ventiduenni non hanno mai detto granché, però questo era molto carino. Inutile negarlo). Abbiamo cominciato una solita ed inutile conversazione, senza troppo pensarci su, e poi fin da subito abbiamo deciso di passare all’azione pianificando un incontro. Non in giornata, ovviamente, ma nei giorni a seguire. Una normale e inespressiva conversazione da grindr sottolineerei. Qualche giorno dopo ci siamo risentiti, ed abbiamo deciso di comune accordo di vederci la sera successiva. Detto fatto. 
Ricky, avresti provato dell’invidio subito. Ci diamo appuntamento a San Giovanni, e da li abbiamo iniziato una passeggiata-chiacchierata molto intensa. Un tipo simpatico ed educato, che non te lo aspetteresti essere uscito da grindr. Uno che riesce a coniugare i verbi e che per la prima volta mi è sembrato abbastanza genuino. Però, in me cresceva dello scetticismo. Insomma davanti a me avevo un ventiduenne. A me i ventiduenni non hanno mai stimolato niente di niente. Scetticismo e non solo, iniziavo ad essere molto confuso.
#thedramaisalwaysoverthecorner
Pausa riposaculo al Coming Out, e il primo momento drammatico. Mi appare davanti lo Gnoffolo. Lo Gnoffolo è un nuovo protagonista del mio blog, di cui presto vi racconterò in maniera più dettagliata. Non ci vedevamo da un millennio, ed io ero incredulo. Ero lì a far incontri al buio quando lo avrei limonato molto volentieri. Lui però si accompagnavo con il suo fidanzato. O almeno quello che, io penso che sia, il suo fidanzato. Saluti di rito e arrivederci ASAP. Riprendiamo a parlare e a conoscerci. Scopro che studia Teologia (!) ma non per far il prete. Vuole diventare avvocato della Sacra Rota. 
Sono davvero incredulo. Ma inizio a sentirmi a mio agio. Io, ovviamente, gli parlo senza peli sulla lingua, d’altronde ho una certa età per permettermelo. Gli spiego che mi piacerebbe innamorarmi, che non disdegno il sesso ben fatto, e che comunque mi piace molto fare sesso. Lui è d’accordo, un rapporto senza sesso, muore sul nascere. Lui ci tiene a sottolineare che è un tipo molto religioso. Ma è open, è tutti possono avere i proprio svaghi e passatempi. Lui vuole che io capisca che ha bisogno di frequentare la Chiesa. Io lo ignoro e penso solo al momento io cui glielo prenderò in bocca. Per intenderci.
Ci fermiamo davanti il Carcere Mamertino. Mi racconta di San Pietro carcerato, della sua caduta mentre scende nel carcere, e siamo vicini, mi prende la mano, e iniziamo a guardarci negli occhi. Dritto dritto. Veniamo interrotti da un gruppo di americani che alle 22 passate sta in giro per monumenti. Poco dopo rimaniamo di nuovo soli, e li, inevitabilmente scatta un mega limone. Devastante. Pieno di lingue. Pieno di dolcezza. E soprattutto, valalalasss se ci sapeva fare. Io già mediamente innamorata.
#unasettimanadopo
Vabbè, vi risparmio tutta la melanzosa settimana seguente. In ordine sparso abbiamo fatto tutte le cose che normalmente odio che facciano le coppie: shopping insieme tenendosi mano nella mano, comprare regalini stupidi per lui, comprare cover per l’iphone con cuori, presentarlo ai miei coinquilini, presentarlo ai miei amici, portarlo alla Popslut night con me, pomiciare davanti a chiunque alla Popslut night (per la serie pensavate tutti che ero una sfigata orrenda e invece ho un toy boy e voi no, levatevi asap), parlare come se ci conoscessimo da una vita, dormire insieme, pranzare insieme, cenare insieme quasi sempre. 
Lo so. Abbiamo bruciato tutte le tappe in una solo settimana. Il primo vero drammatico momento c’è stato al decimo giorno quando è partito per la sua terra natia per le celebrazioni della festa del patrono. (#piena). Anche se ci siamo sentiti davvero spessissimo che quasi non ne ho sentita la mancanza. Ritorna e non riusciamo a vederci, per diversi motivi che oggi manco mi ricordo, ma si prepara un dramma epocale. Devastante. Di epiche proporzioni che mai e poi mai avrei immaginato.
Mi arriva a mezzo What’s App uno screenshot di lui, il mio +1 non ancora accreditato del tutto, connesso su grindr. Maledizione. Inevitabilmente, il colmo per Annabelle Bronstein. Avere una sorta di fidanzato che fa ciccipucci dalla mattina alla sera e poi si fa beccare su grindr. Ero già nella posizione di dover rinunciare al mio happy ending? Ci ho dormito su una notte intera, ed il giorno dopo, mentre lui era di ritorno a Roma io senza mezzi termini gli ho inoltrato quello scatto. Ebbene non ha avuto un moto di vergogna, nient’affatto. Non ha pensato di scusarsi. Nient’affatto. Non ha neanche pensato di trovare una scusa vagamente plausibile. Nulla di tutto ciò. Voleva solo sapere chi me lo avesse detto. 
Ovviamente io non ho mandato giù la cosa. Devo essere sincero, non tanto per grindr. In fin dei conti non eravamo affatto fidanzati. Ci poteva stare, e probabilmente lo avrei anche capito e sarei andato oltre. Ma c’era qualcosa che non mi convinceva nel suo atteggiamento. Che fino al giorno prima era di una persona davvero coinvolta. Purtroppo però è ripartito ancora, per le terre natie. Sapete altre feste di santi e/o patroni di cui non mi ricordo davvero un cazzo. Abbiamo continuato a sentirci ma di meno. E l’incontro prima che partisse, da cui mi aspettavo delle scuse almeno, non ha prodotto che altre pippe mentali.
Pippe che mi sono fato per giorni e giorni. E dopo un’altra settimana ancora ci siamo rivisti. Finalmente. Era carino. Molto. Abbiamo riso e scherzato un po’, quando poi ho ripreso il discorso spiegandogli il mio disappunto nel non avere alcuna spiegazione per quanto riguardava l’Affair grindr, lui mi ha detto che potevo stare tranquillo, che in realtà aveva aperto grindr per scriversi con alcuni amici di giù di cui non ha il numero, ma solo il contatto gridr. Eppure c’era qualcosa che non mi tornava. Avevo l’impressione che non era tutto. Mi viene in mente di aprire il mio grindr, non so per quale motivo non lo avevo aperto più dal giorno che ci siamo incontrati.
Gli dico di connettersi su grindr, volevo vedere se gli arrivavano dei messaggi e se riuscivo a vederlo connesso, avevo il dubbio che mi avesse cancellato. Prima usa la scusa della batteria scarica, poi finalmente lo accende, e mi accorgo dell’orrore. Mi aveva cancellato. Ecco, in quel momento esatto nella mia testa è partita Goodbye, ed ho chiuso definitivamente tutto. Cancellato all’istante. Appurato che mi aveva bloccato, era chiaro che aveva ben altro da nascondere. Io invece non avrei tollerato abbastanza. Lo salutai, in maniera del tutto indifferente.
E chiuso. Ovviamente non si è fatto più sentire. Fino al giorno di Santo Stefano, dove lo ignorato fino a che ho potuto, ma ho dovuto assolutamente rispondere. Perché ovviamente si, ero piena. Ebbene, è evidente che adesso io e Ricky Martin possiamo dimenticare le nostre storie e finalmente farne di ben donde insieme o anche solo rifarci una vita. Io naturalmente sono qui in attesa di un suo invito, e sono sempre più certo che non esiste un fidanzato per me. Certissimo. 

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Rifocalizzare. 2013

Avevo intenzione di iniziare il 2013 sul blog con una serie di buoni propositi. Ecco i buoni propositi mi servono sempre per iniziare bene l’anno. Ma devo ammettere che i miei buoni propositi sono andati a farsi fottere nel momento esatto in cui ho deciso di metterli nero su bianco. Nella fattispecie vertevano su alcuni punti principali. Prima di tutto cercare una casa nuova. Vivere con un coinquilino etero, calabrese, con la mania della cattiva igiene e simpatico come una diarrea estiva mi hanno convito totalmente a prendere questa decisione. E poi voglio riavvicinarmi ai miei amici. Mi sembra di essere in punizione quassù.

Lontano da tutto e da tutti con troppe difficoltà per parcheggiare. Che sembra una stronzata, ma condizionano inevitabilmente la vita quotidiana. E poi diciamoci la verità, sono stufo di abitare così vicino al lavoro. Non posso mai invitarmi che non mi è suonata la sveglia. Perché qualora fosse anche possibile, in realtà ci metterei comunque cinque minuti ad andare a lavoro. Ecco, necessità anche fondamentale è che devo essere sincero: nonostante io sia in una zona universitaria la media gay è davvero bassa ed orribile. Insomma gay improbabili, nessuno che abbia fatto lo Ied o che prenda lezioni di danza. Anzi a dire il vero  non mi sembra neanche Roma (e in effetti).
Ma se fossero i primi di gennaio parlerei principalmente di una cosa. (Lo so che in realtà è quasi febbraio, ma il tema era questo, non mi angosciate). Ovvero parlerei di come ricominciare da zero. Di come farsela passare (la volpe che non arriva all’uva e dice che è acerba), di come accontentarsi dello stipendio diminuito perché hanno cambiato il contratto (si sa c’è crisi), di come far finta di essere soddisfatti di una vita da single priva di ogni stimolo (no sex in the city vi dice niente?). Insomma di come riuscire a sorridere nonostante tutto. Soprattutto quando sei nell’ultima parte dei venti. Gli ultimi sei mesi per intenderci, prima di passare a trenta.
Ecco, potrete tranquillamente affermare che sono una chiavica e che mi fascio la testa prima del tempo. Ma io vivo di somme, pensieri e riflessioni. Parole, che si infrangono nella mia testa e riverberanofino a sparire. Parole che immagino di dire e che spero mi vengano dette. Parole che mi piacerebbe sentire, che vengano dette proprio a me. E con le quali riuscire ad emozionarmi,  veramente. Così come vorrei. Senza troppe maschere. Ma in realtà a parte Antonio Capitani e Paolo Fox che vedono amori come se non ci fosse un domani, io sono  l’unico a pensare che l’amore così come lo voglio non esiste. Non c’è. E non c’è neanche più nessuno che sia interessato.
Ecco io mi metterei a correre sulla Tuscolana urlando e andando a sbattere contro chiunque. Anche solo per farmi notare. E invece no. Guardo il tempo che sparisce nel tic tac noioso e ripetitivo di un orologio da parete Ikea sperando che qualcuno mi dica semplicemente “Hey come stai?”. Parole semplici. Passi facili e precisi. In realtà mentre io mi rattristo per la poca attenzione intorno a me il mondo va avanti. Ed è proprio questo il punto cruciale e drammatico. Io sono ancora in una stanzetta di cinque metri quadri di Via Giuseppe Acerbi a sognare di diventare qualcuno, mentre gli altri sono già diventati qualcuno. Sono diventati grandi. Si sono fidanzati.  Chiunque si fidanza. Gli improbabili. Gli inaspettati. I meno espressivi. I mostri.
Giudicatemi male. Ditemi soltanto che sono un egocentrico del cazzo. Si. Lo sono. E ne vado anche fiero. Ma non posso resistere a me stesso, non posso far finta che non sia importante perché forse il tempo degli aperitivi e delle single a caccia nell’Upper East Side del cazzo è davvero finito. E forse adesso inizia il momento della sostanza. E per fortuna che ci sono i miei amici. Che davvero senza di loro sarei meno di quello che sono oggi. E non sarei sicuramente felice. Perché nonostante tutto questo marasma riesco ancora a sorridere. Ma non preoccupatevi, tutto ciò serviva solo per rompere il ghiaccio. Il mood è tornato. Ed ora levatevi. 
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Il Pisello Odoroso is back!

Ecco qua. Come promesso a settembre il Pisello Odoroso si è rifatto una botta di lifting! Ovviamente tutto nuovo e rinnovato grazie alle sapienti mani di @Guytano__ che hanno curato la grafica. Grazie. E poi non posso che non invitarvi a lunedì a riprendere la lettura dei nuovi post, che quest’anno avranno una cadenza molto più ravvicinata rispetto al passato. Si, questa volta lo prometto, al costo di pubblicare la fotocopia del mio culo. Ehm. E nel frattempo siete liberissimi di gironzolare su tutti i social network tipo faccialibro, il canale youtube, twitter e tumblr. Ovviamente sono reperibile anche su Instagram (basta cercare annabellebronstein). 
E se proprio non ne avete abbastanza dal prossimo 11 settembre 2012 riprende la mia rubrica Sextastic sulle pagine del Signor Ponza. Insomma, quasi a farvi venir voglia di buttare il pc per terra e saltarci sopra! Ecco. Ma a questo proposito voglio invitarvi a vedere il video di cui sotto, perchè ovviamente da quelle parti scrivono anche Fabry_ , Ariel e Filodrama. Ne abbiam tutti di ben donde, e a questo proposito tocca proprio che ci date il vostro voto per gli imminenti Macchia Nera Blog Awards! Basta cliccare qui e seguire tutte le istruzioni per votare. Grazie.
Detto ciò preparatevi, perchè a breve ci sarà anche un simpaticherrimo concorsone per tutti voi, soprattutto fan di Grey’s Anatomy (passateparola).
E’ tutto, vi aspetto lunedì con un nuovo inaspettaterrimo post! Valalalassss

AB

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Le figure di merda di Annabelle Bronstein: il professore della commissione il giorno della Laurea.

Eccomi qua. E direi anche finalmente. Se avevate avuto il sentore che la cialtrona che è in me si fosse suicidata, beh, dovrete ricredervi. Perché eccola riapparire. In maniera del tutto inaspettata. Ed è riapparsa proprio ieri durante un momento di assoluta drammaticità della mia esistenza. Ovvero ero perso in quel di San Giovanni tra Via Gallia e Via Magna Grecia alla ricerca della mia università privata. Ovviamente me l’hanno pagata, perché figuratevi se io me la potevo permettere. In ritardo di almeno venti minuti sono arrivato alla reception dove mi aspettava una tale che ripeteva come un’ossessa “Lei è Bronstein? E’ Lei? E’ Lei???”. Si cazzo sono io, e sono tremendamente in ritardo, sfigata orrenda che non sei altro.
Arrivo nell’aula dove le discussioni delle tesi erano già iniziate, e mi rendo conto immediatamente di essere una provinciale. Tutti avevano un’abbigliamento sul casual andante, ed io avevo optato per una simpatica camicia e giacca. Davvero, stavo benissimo, ma effettivamente ero talmente sudato che la macchia di sudore mi arrivava al colletto della camicia stessa. Seduto a un posto qualunque mi sono asciugato il sudore e mi sono soffermato per la prima volta ad analizzare chi erano coloro che mi avrebbero interrogato di lì a poco. All’estrema destra c’era un bono stratosferico, presumibilmente barese dall’accento, capelli corvini con frezze brizzolate e abbronzato da fare schifo. Fede al dito. Fanculo.
Il secondo mi dava di conosciuto. Ma sono passato subito al terzo alla sua sinistra. Vecchio, partenopeo, simpatico, vagamente dolce ma orrendo. Torno al secondo. E inizio a fare un viaggio nella mia testa che neanche Gian Maria dei Prozac + alla sua festa di compleanno sotto acidi. Dove straminchia ti ho già visto? Penso, ma non mi torna affatto in mente. Eppure io so di averlo già visto da qualche parte, so di aver incontrato in un’occasione il suo sguardo. Cerco di ricordare se ho mai seguito una sua lezione. Ma sono sicuro di no. Eppure io non mi sbaglio. Comunque, cerco di ripassare qualche nozione che potrebbe servirmi, insomma devo pur sempre discutere una tesi. Anche se parliamo di un master.
Finalmente tocca a me. Da prassi io sono l’ultimo. Sono sempre stato l’ultimo e lo sarò sempre. Mi siedo e il caso vuole che proprio il mio professore misterioso si prende cura di darmi la mano e prende la mia tesi e comincia a sfogliarla. Figuratevi se c’era quella emerita stronza della mia relatrice, ma parliamo sempre dell’università privata. A quelli interessano i pippi. Mi siedo, e più da vicino sono ancora più convinto che io questo tizio (sulla trentina, mezzo rossiccio, leggera barbetta, bel fisico) ho avuto modo di vederlo già in passato. Ma chi stracazzo sei? Penso e ripenso. Chi sei? Ma perchè sono una fottuta celebrolesa? Mentre penso lui rompe il ghiaccio: “Piacere sig. Bronstein, finalmente ci rivediamo!” e mi stringe la mano.
Ci rivediamo? Ma chi stracazzo seiiiiiii??? Quando in un guizzo di lucidità capisco senza ombra di dubbio chi ho di fronte. Signori e signore io con questo tizio ci ho scopato un mese e mezzo fa. E il panico si è ufficialmente palesato. Trasalisco. Sbianco. Lo guardo fisso e mi rendo conto che lui ha capito che io ho finalmente capito di chi stravalalalasss si tratta. Rimango tipo stoccafisso e imploro che un fulmine mi colpisca nell’immediato. Ma ci sono almeno quarantotto mila gradi fuori ed è assolutamente improbabile. Decido di fare la ragazza con la patata al sugo, laddove sugo sta per “quei giorni” e fuggo in bagno.
Mi lavo la faccia e mi asciugo con i tovaglioli. E mi ritrovo a riflettere su quanto sia figo questo cesso. Ma vabbè, in realtà avevo ben altro a cui pensare. Cosa stracazzo sto facendo in questo cesso pazzesco quando devo discutere una stracazzo di tesi di master? Eh? Ma sei cogliona? Levati va. Torno in me ed esco dal bagno e quando rientro nell’aula sembro tipo una bambina che ha visto la Santa. Con un’aria melodrammatica che manco Mariangela Melato, sento uscire dalla mia bocca in maniera del tutto inapettata: “Chiedo scusa, mi sono vestito troppo pesante e mi stava mancando l’aria. E’ tutto apposto, possiamo procedere, adesso”.
Comincio a discutere la tesi e, credetemi, non avevo minimamente idea di quello che stavo dicendo. La mia parlantina dei giorni migliore è venuta a salvarmi e mentre parlavo ci credevo davvero. Insomma ne avevo davvero di bendonde. Ma il dramma è sempre dietro l’angolo. E se aver sgamato che al professore avevo fatto una delle mie interviste approfondite vi sembra abbastanza, questo, inaspettatamente decide di interrompermi e farmi una domanda. Quella più temuta. Quella che più speravo non mi facessero. “Mi parli del bilancio d’esercizio”. Ahhhhh. Volevo urlare, fare una coreografia di Osvaldo Supino, strapparmi i capelli e farmeli ritrapiantare. Insomma, io davvero lo ignoravo con tutto me stesso.
E per la prima volta ho seguito il consiglio di mia madre. Ovvero ho detto la verità. “Professore, sinceramente non avevo previsto di approfondire la mia discussione sul bilancio, poiché si tratta di un’argomento talmente specifico e fuori dalle mie corde che è meglio non addrentarcisi. Però il bilancio si confà di tutti quei documenti che accertano la vita aziendale, lo stato patrimoniale, il conto economico e tutti i documenti che formano la nota integrativa. Rispettando i principi di chiarezza, verità…. E… E… E…. MMMMMMmmmmm. (Pezzo di merda aiutami, ne abbiamo anche già fatte di bendonde, aiutami, aiutamiii))))…”
“Vabbene, vabbene. E’ stato esaustivo. Si può accomodare”. E grazie al cielo, penso. Mi alzo e mi accomodo fuori e attendo che ci richiamino per consegnarci l’attestato. Finalmente. Finita la manfrina della consegna, saluto i presenti e guadagno l’uscita con una sigaretta già in bocca. Quando vengo raggiunto da una mano che mi afferra la spalla. Ed è proprio il mio professore. “Complimenti, hai scritto una bella tesi”. Io, quasi a morire di vergogna rispondo vagamente: “Grazie, ma non è merito solo mio, ho avuto tanti colleghi e persone che lavorano con me che mi hanno aiutato…” Pausa. Pausa. Pausa. Rompo il silenzio, e mi viene in mente di fare una domanda idioterrima: “Bè tu come stai, come va?” e lui con un sorriso a trecento denti “Bene, il mese prossimo mi sposo, con la mia ragazza!”.
Bene. Annabelle is back. E le sue perenni figure di merda. Anche il giorno della laurea. Secondo voi cosa potevo aggiungere a quell’affermazione? Nulla. Mi sono girato e sono fuggito. Come se non ci fosse un domani.
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Ebbene tutto è pronto! Dalle 23.30 till the world ends, questa sera al Rubik in Via di Libetta 13, sarà Popslut! Preparatevi, perchè ci saranno movenzepop e limoni ininterrotte! E per tutte le info ufficiali, comunque vi rimando qui. A stasera!
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La Tuta. E tutto ciò che comporta.

Lo sentite? Quel solicello che comincia ad essere più caldo? La temperatura che di giorno in giorno aumenta sempre di più? L’improvvisa voglia di uscire e andare fuori? E’ l’aria della primavera che comincia ad impossessarsi dei nostri istinti. Non so voi, ma il mio corpo alla primavera reagisce malissimo. Gli ormoni impazziscono, si picchiano tra loro e cominciano una dura lotta. La ragione poco a poco va a farsi un giro e la voglia, perenne, di interviste e waka waka occupa maggiormente i miei pensieri. I durelli si moltiplicano, a qualsiasi ora del giorno e della notte e i pensieri inciampano su di loro con un solo obiettivo, la voglia di ceppa. Sempre. Insomma, un vero e proprio esempio di risveglio del corpo.

Se la prova costume è ancora lontana, e grazie al cielo anche il caldo torrido, in questo ritrovato clima, in cui si sta ancora bene perché non si muore soffocati dall’afa, un dettaglio del maschio italico (frocio e non) spicca in maniera esagerata alla vista di tutti noi. Sì. Lo so. Il titolo ve lo ha già svelato, ma pensateci un secondo, all’università, sullo struscio, nei negozi, al lavoro, intorno a voi si sono tutti messi una bella tuta. Eh sì. Perché è questo l’accessorio fashion ed extra cool che ci manda tutti in visibilio. Credetemi. Sarà l’ormone che ha spodestato la ragione (per quanto ne avessi), ma l’uomo in tuta stravince, e convince, in attesa dell’arrivo dello shorts. E pensare che quando andavo a scuola, la tuta, non la potevo affatto sopportare.

Ma facciamocelo un salto nel passato. Per me alle elementari e alle medie il giorno no era il venerdì, quando avevamo le due ore di palestra. E mi devastava il sol pensiero di dover indossare la tuta. Io odiavo la tuta. Era riuscita Melanie C a farmela piacere un pochetto di più, visto l’esplosione Spice dell’epoca. Ma se fosse stato per me, la tuta l’avrei bruciata in piazza. Addosso me la vedevo antiestetica, informe. E mi faceva caldo. In più mi pizzicava. Mia madre poi aveva approfittato di una svendita per prenderla a me e mio fratello, quella in acetato dell’Adidas. Me la guardavo e riprovavo, ma niente. Mi sentivo insoddisfatto e un cesso. In più, tutta l’attenzione finiva sulla pancia, e non sul pacco, che invece scompariva sotto di essa.

Mi dava troppo fastidio. E poi non mi piaceva proprio per niente come finiva nella scarpa, non riusciva mai a coprirne la linguetta. In più, cosa volete che facessi io in palestra? Ero una schiappa. Non mi andava di fare esercizi, né di giocare a calcio (con tutti i miei compagni), infatti mi mettevano sempre in porta. E a me non dispiaceva affatto. Mi riposavo. Oddio, una volta mi sono anche addormentato, ma vabbè, suppongo sia successo a chiunque di addormentarsi durante le lezioni, no? Ho odiato le ore di palestra e la tuta fino a quando sono arrivato alle superiori. Il giorno incriminato era il lunedì. Facevamo due ore di diritto, matematica e le ultime due in palestra.

E alle superiori, in piena accettazione della sottoscritta, capii che forse c’era speranza. Noi facevamo palestra con quelli del quarto anno, e loro avevano messo su la squadra di pallavolo. Io, che amavo alla follia Mila & Shiro, ed ero anche già abbastanza alto all’epoca, non persi tempo per interessarmi alla cosa. Insomma, volevo giocare con loro, che erano ovviamente dei boni da paura. Ce n’era uno in particolare, alto, magro ma tonico al punto giusto, occhi chiari e capelli castani. Ricci. Aveva ancora l’abbronzatura dell’estate, e dalla sua tuta si notava una certa dote che non sto qui a sottolinearvi. Io volevo che mi notasse. Per cui, in un momento di vuoto della lezione, mi sono messo a palleggiare con il mio compagno di banco.

Ovviamente in maniera molto evidente. Palleggiavo e schiacciavo addirittura. Infatti, nemmeno cinque minuti e vennero subito a chiamarmi due del quarto che mi volevano parlare. “Ti va di fare da palleggiatore? Noi ci alleniamo durante le lezioni la mattina, e poi in vista delle partite del torneo studentesco ci vediamo anche il pomeriggio, ma cominciano più in là. Che ne pensi?” E che volete che pensassi? Ho subito accettato. Mi sono ritrovato in mezzo a questi diciottenni grezzi, già sviluppati, che mi stavano praticamente invitando a nozze. Ma non immaginate niente di scabroso. All’epoca mi bastava guardarli. E basta. Anzi io arrivavo 5 minuti in ritardo dall’inizio della lezione perché mi vergognavo di spogliarmi davanti a loro, e ritardavo sempre ad andare a cambiarmi alla fine per lo stesso motivo.

Ogni volta però i miei occhi indugiavano sulla tuta del capitano. Lui si spogliava sempre e rimaneva in mutande, si rinfrescava al lavandino e poi si rivestiva. Sempre con calma. Nella mia testa mi dava l’impressione che lo facesse apposta, per farsi guardare, perché sapeva di essere un bel tipo. Faceva gesti lenti ma precisi, non poggiava mai il suo sguardo su nessun altro nello spogliatoio, ma sapeva che lo stavano guardando. E un suo compagno di classe (che poi il tempo mi ha svelato essere anche lui amante della ceppa) gli chiedeva sempre come facesse ad avere quel corpo lì. Io ero in silenzio, quasi incantato dal suo discorso che era sempre il solito. Andava in campagna a tagliare la legna, costretto dal padre.



E credo che mi arrapasse anche il fatto che fosse un contadino nell’animo. Ciò nonostante, però, il mio rapporto con la tuta non è mai stato idilliaco. Archiviati i ricordi di un adolescente occhialuto, brufoloso e panzuto, non ho mai amato il capo come in questi ultimi anni. Insomma i media, con le star del piccolo schermo soprattutto, che hanno cominciato a sdoganare la tuta e a renderlo un capo da relax ma anche sexy, hanno accresciuto la sua immagine. Fino a farlo diventare un vero e proprio dettaglio che manda in visibilio. Insomma, lo è per lo meno per me. La tuta fa sangue. La tuta copre, ma non nasconde. E non è chiusa. La tuta c’è, ma in un attimo va via. E a me personalmente da un senso di maschio che non deve chiedere mai.

E se bene o male a Roma la tuta fa burino, mi sono reso conto che a casa mia, in Abruzzo, la tuta fa cool. Orde di boni, maschi etero e omosessuali, di tutte le età, in libera uscita nelle vie della città, la indossano senza imbarazzo alcuno, lasciando i miei ormoni alle pezze. E voglio assolutamente sfatare il mito che la tuta la indossano solo le checche. E’ vero, esiste una categoria di checche che veste esclusivamente con tute di ogni genere, ma non sono affatto le sole. Ho visto tori, maschioni, muratori e polentoni dare un significato diverso alla tuta. Ognuno di loro. E secondo me è ora di decretare la tuta come un accessorio gaio di cui non poter fare a meno. Fate un giro su Guys With iPhone e capirete di cosa parlo.

Diciamoci la verità, la tuta è come la minigonna per le donne. E’ un dettaglio che può sembrare insignificante, ma che aumenta a dismisura la carica erotica di chi la indossa. E anche le voglie di chi guarda. Stimola l’ormone, la voglia, ed è altamente facile da abbassare e altrettanto semplice da indossare. Insomma un capo fondamentale che non può assolutamente mancare nei nostri armadi. E poi a me sa tanto di salutare. Ecco perché anche io non solo ne comprerò una, ma la indosserò con il solo obiettivo di stuzzicare i maschietti in giro, che come me hanno l’ormone in delirio. E poi, tutt’al più, posso pensare anche, seriamente, di andarci in palestra una buona volta. No?

Pubblicato in: bella gente, il pisello odoroso, Marchette, mood positivo, movenze pop, popslut

Popslut Goes To Disco!

Il dado è tratto signori. Finalmente quello che si vociferava da tempo, a breve sarà realtà. Badate bene, questa non è solo una semplice marchetta, ma un vero e proprio sogno che diventa realtà. Dopo due teaser stravisti sul web, finalmente ci sono notizie certe. Il blog più cool e pazzesco del web finalmente diventa una serata, ed arriverà per sconvolgere la capitale. In questo clima di serate piatte, e noioserrime, finalmente una fresca novità. La Popslut Night! Per motivi di riservatezza non posso svelarvi altro, ma vi allego i due teaser, e vi invito a rimanere con le orecchie dritte perché a breve ci saranno nuovi succosi dettagli. Tutto quello che avremmo voluto in una serata, ci sarà. E sarà tutto dannatamente pop! E vedete di esserci. Tutti. Vi voglio vedere shekerare le chiappe a suon di musica. E voglio anche le vostre fottute movenze dannatamente pop. Oohhhkkkkeeeyyyyyy?

E voi, siete pronti?