Pubblicato in: Drammi, il pisello odoroso, mood pensieroso, pessime figure, psicanalisi

Lettera aperta alla mia dignità. Ovunque essa sia.

– Perché piangi?
– Perché mi odia. E non ha neanche tutti i torti. E mi ha detto che è morto per me. Che devo sparire.
– E non pensi sia il caso di sparire?
– Tu pensi che se sparisco io non ci penso più? Tu pensi che io non abbia capito? Io sono del parere che forse ho fatto del male all’unica persona di cui mi sia mai interessato qualcosa. Ma tu trovi corretto che lui reagisca così? Io ho sbagliato, lo so, ma pure lui ha sbagliato. E più di me. Io non gli ho mai voltato le spalle. Io ho dovuto sempre capire. Perché lui non può capire me. Perché la mia sofferenza non viene mai presa in considerazione?
-Lo sai che non è questo. Lui vuole chiudere perché gli ha fatto del male. Ma sinceramente io penso che non è che hai fatto sta gran cosa. Cioè, alla fine lui ha tradito. Adesso se eri tu o un’altra persona il rischio di essere scoperto lo correva uguale. Io trovo che abbia sbagliato a prescindere da te. Certo tu hai accelerato i tempi. Stai tranquillo. E dagli tempo.
– E’ da novembre che aspetto. Aspetto una telefonata poi, mica che mi venga a prendere con il cavallo. Una cosa insignificante.
– Be adesso di cosa dovrebbe parlarti? Cosa ti aspetti che ti dica?
– Non lo so, so solo che non può finire così. Tanto lui non lo ha capito che qui se è morto qualcuno sono morto io, esattamente quella notte, la sera in cui se n’è andato. E in questo tempo non è cambiato niente. Anzi. Adesso poi vabbè, che te lo dico a fa…
– Bravo, non lo dire più…

Se fossi stato intercettato probabilmente i giudici avrebbero trascritto quanto sopra. Avrebbero trovato i capi di imputazione ed io sarei già in prigione. Purtroppo, o per fortuna, quando si tratta di relazioni non c’è un giudice che possa intervenire per dichiarare il colpevole. Non c’è niente che possa aiutare ad alleviare le sofferenze di uno dei due attori. Nulla di tutto ciò. Nelle relazioni ci si fa del male. Vicendevolmente. E si dimentica, poco a poco quello che si è stato l’uno per l’altro.

Ovviamente io non l’ho mai dimenticato cosa significa lui per me. Ma lui? Lui se lo ricorda chi sono io? In bilico tra sesso, amicizia e amore è quasi passato un anno. Amore per me, fatemi essere chiaro. Prima di lui com’ero? Io me lo ricordo. Ero convinto di avere tutto ciò che mi rendesse felice. Ovviamente mi sbagliavo. Dopo di lui? Il buio. Lo so, è al quanto pessimista come ragionamento e anche abbastanza negativo, ma io sono così. Io con lui ero felice e tranquillo. Avevo ritrovato una certa sicurezza, che non avevo da tempo.

Adesso nulla di tutto ciò. Adesso sono finito in un buco nero, dal quale non mi rialzo. Ed io sono ampiamente d’accordo con tutta la Giuria e la Corte che chi rompe paga, chi è colpevole deve subire la condanna e deve farlo in silenzio, ma qui, in ballo, ci sono pure io. Qui oltre ad aver distrutto la sua di vita e del suo ragazzo, si è distrutta anche la mia. Il gioco è finito e ben presto si è trasformato in un massacro. Di cui io ora ne pago le conseguenze. Ecco, non lo trovo giusto.

Non lo trovo corretto. Proprio perché tornando a sopra, io ne ho ricevute di cotte e di crude, e sono sempre rimasto lì, al mio posto. A dargli fiducia, a dirgli una parola e ad assolvere alle mie funzioni. Tutto però mi si è ritorto contro. Tutto. Perché secondo voi lo ha capito perché mi sono comportato male? Lo ha capito che mi ha mandato ai pazzi? Lo ha capito che se io sono ancora qui a parlarne è perché non posso fare a meno di lui? No. Lui capisce solo il suo.

Lui capisce solo che io ho sbagliato, ed ora devo pagare. Punto. Come se non avessi già pagato un prezzo alto quando nel giro di un mese ha preso baracca e burattini e se n’è andato da Roma, oppure dopo appena due settimane che si era trasferito mi sono sentito dire che noi eravamo degli estranei e che quindi non potevo pretendere che lui ci fosse lì per me quando ne avevo bisogno, o ancora di quando non ha potuto rinunciare ad una cena per vedermi. No. Io non ho pagato niente. Anche se i segnali erano tutti lì.

Io credo solo che se determinate cose accadano, accadano per un motivo ben preciso. Forse io sarò servito a lui per fargli capire qualcosa, ma lui a cosa mi è servito? Al momento solo a farmi passare un anno devastante. E sono ripiombato nel niente, e nel dover fare i conti con l’ennesimo fallimento, mio personale in primis ovviamente, di essermi fidati di chi ha sempre detto di fare le cose per il mio bene.

FullSizeRenderNon troppo tempo fa diceva di volermi bene. Intendiamoci, a modo suo. Che in realtà forse lui ha sempre inteso come voler bene solo a se stesso. E’ così. Tocca doverci fare i conti. Tocca dover riavvolgere il nastro e cancellare tutto. Un’altra volta. Ma questa volta le cose sono cambiate. Ed io sono cambiato. Perché dopo tutto questo farsi male le cose non possono non cambiare. Ecco, basta guardare le cose con occhi diversi per realizzare tutte le bugie. E da subito farò finta che vada tutto bene, anche se dentro è tutto un gran casino. E la smetterò di lamentarmi. Perché alla gente non va di sentire il dolore degli altri.

Il titolo, ovviamente, non è un caso.

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L’Architetto premuroso

Venerdì 27/06

Lui mi guarda e sorride sotto i baffi. Io inizio a pensare che cosa mai scatena la sua ironia a tal punto. Non lo capisco. Sarebbe ora di cena, ma stiamo facendo un aperitivo. Ha portato un bottiglia di prosecco, ed io ho preparato degli stuzzichini. Gallette di riso con Philadelphia e rucola. Continua a guardarmi e a ridere. Ma che cazzo si ride? Lo ignoro e sorseggio lentamente il mio prosecco. Era da tanto che non lo bevevo. Decido di essere sincero e gli chiedo come mai si sta scompisciando. “No scusa, è che hai tutta la rucola in mezzo hai denti… Mi faceva ridere!”. OTTIMO. Avere lo specchio in camera da pranzo evidentemente non è sufficiente.

Certo quando apro la bocca lo spettacolo è indecente. Sembro una cariatide di 175 anni, ed ho tutti i denti sporchi di rucola. Merda. Questa è una cosa tipica alla Bridget Jones più che alla Samanta Jones. Poco male. Sorrido e fingo sicurezza nonostante ho le guance fucsia. Con la scusa di lavare le mani, mi apparto in bagno, e mi lavo anche i denti. Sono talmente genio, che dopo 5 minuti che ero li a lustrarli, giustamente, l’Architetto richiama la mia attenzione: “Non starai mica lavandoti i denti? Su che sei buffo!”. Merda, stra merda. Sputo il dentifricio e fingo un tono sicuro “Ma no, è che sto controllando delle pellicine!”.

Ecco penso che non dicevo pellicine dagli anni 90, forse. Vabbè mi risciacquo la bocca e nel frattempo suonano alla porta. E’ il ragazzo delle consegne. Puntualissimo. Lascia due supplì, una capricciosa per me, ed una rucola e bresaola per lui. Patatine per entrambi. L’Architetto non mi da neanche il tempo di aprire il portafogli che paga lui. Tutto. Che carino. Spera che io dopo glielo dia. #Einvece. In realtà adesso rido io, apro il cartone e gli metto la pizza sotto il naso. “Adesso voglio vedere come ti combini!!! Se sapevo non me li lavavo i denti AUHAAHAUHUAHHUAH!” dico sghignazzando.

La cena scorre velocemente, tra chiacchiere e risatine varie. L’Architetto ed io siamo usciti tre volte fino ad ora. Questo è il primo appuntamento ad ora di cena, ci siamo visti solo per caffè in  orari in cui il sole era sempre troppo in alto per intentare qualche approccio. Ad ogni modo, tutto va per il verso giusto. Finita la pizza preparo il caffè con la cremina, e gli servo anche un amaro (niente male) al cioccolato. Ottimo. Ci spostiamo però in camera mia e ci accomodiamo sul divano con le luci soffuse. Tutto urla scopami ASAP, anche se io sono ancora indeciso se farci roba o meno.

Si. Lo so che non ci credete manco per il cazzo, ma per la prima volta è proprio questo che mi balena nella testa. Mi sento totalmente inadeguato, e anche sessualmente ho l’ansia di non riuscire a dare il massimo. Decido comunque di non pensarci troppo, e di far condurre la situazione anche a lui. D’altronde potrebbe anche essere che a lui non vada. Ad ogni modo ci pensa il discorso lavoro a distrarci ulteriormente. A me rode il culo perché non mi hanno pagato tutto lo stipendio. Lui, è un po’ demoralizzato perché lavora in uno studio noioso e non si sente soddisfatto in niente.

Per di più conveniamo entrambi che il periodo storico non è dei migliori per licenziarsi e provare a cercare altro. Non c’è assolutamente niente in giro. Coscienti delle nostre situazioni precarie il discorso si spegne poco a poco. “Scusa, devo darti una cosa: (va verso il corridoio e prende una busta, che io non avevo notato fino a quel momento). L’altra volta ho visto che cercavi questo su Amazon e te l’ho preso. Spero che tu non lo abbia già ordinato…” Apro il pacchetto e trovo il peluche di uno dei Mignon di Cattivissimo Me.  Ecco, in quel preciso istante ho avuto un momento di panico. In realtà non lo avevo ordinato per me. Lo stavo ordinando per #ilRagazzoColSuv. Con il quale non mi pare le cose vadano molto bene. Ma questo lui non lo saprà mai.

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E sono quasi, per un pelo, riuscito a scordarmene. Invece, il destino, che a quanto pare lavora molto più di quello che pensiamo, me lo aveva rimesso lì. Tra le scatole. Ovviamente ho dribblato, e ringraziato, come si conviene. E dopo altre chiacchiere, non siamo andati alla fase sesso, così come tutti avrebbero creduto. Non so bene neanche perché a essere sincero. So solo che quel regalino, così random quanto inutile mi aveva un attimo devastato. Con la scusa che il giorno dopo sarei andato a lavoro, poco prima della mezzanotte l’Architetto se n’è andato. Accontentandosi di un lungo bacio sull’uscio di casa.

Ecco, un limone così non me lo ricordavo da tempo. Almeno. E comunque, il dramma è sempre dietro l’angolo. Sempre. Non finirò mai di dirvelo. Ho dormito poco e male venerdì notte, al pensiero di quanto lui sia stato carino, e di quanto quell’altro sia un mostro in confronto. Ma i confronti non aiutano mai, e rimuginarci troppo sopra anche. Per questo, alle 4 passate mi sono addormentato. Peccato che la sveglia ha suonato alle 7. Peccato.

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Lo stato attuale delle cose

Lo avete tolto l’albero? Le lucine dal balcone? La ghirlanda dalla porta? Ecco, questo suggerisce che le feste sono finalmente finite. Che possiamo piantarla di fare i buoni. Di sorridere a chiunque. E di amare lo stare insieme solo perché si e parenti di non so quale grado. Io odio le feste, e in altre occasioni ho sempre chiarito la mia posizione in merito. Per questo mi sono scelto un lavoro che impone di lavorare alle feste. Anche se adesso, mio malgrado non mi fanno lavorare neanche più. Il buonismo che accumulo sotto il periodo natalizio, inevitabilmente lo butto fuori. Ora. In questo periodo.

E, contestualmente, butto giù gli obiettivi dell’anno. Si perché sinceramente i buoni propositi non mi sono mai piaciuti. Li trovo addirittura patetici. Che senso ha fare i buoni propositi a fine anno quando poi in realtà siamo noi a decidere come vogliamo comportarci. Ad inizio anno io preferisco chiarire quello che mi succede intorno. Per fare mente locale. E non c’è niente che mi fa pensare positivo.
#lavoro
Ogni giorno maledico di aver rifiutato un posto pubblico, oramai sei anni fa. Ogni giorno mi mangerei i gomiti. Ogni giorno mi ritrovo a dover contare fino a mille quando in realtà vorrei urlare e buttare via tutto quello che ho in mano (e chiunque mi capiti a tiro nel giro di un metro cubo) perché sono piena. Insoddisfatto. Mi ritrovo a lavorare con persone poco professionali e a cui del lavoro che fanno non importa un fico secco. Passano le loro giornate a sparlare di quello e di quell’altra per poi dimenticare il motivo per cui sono lì, ovvero, LAVORARE. #piena
#l’amore
Ecco. Cosa dovrei dire sull’amore? Quando mi frequento con qualcuno divento serio. Preciso. Non lascio nulla al caso e pretendo serietà e rispetto. Sono una Signora bacchettona della metà degli anni ’50 con una perenne voglia di cazzo. Divento sicuro e tranquillo. E questo diventa inevitabilmente motivo di fuga o di dovermi mettere le corna con chiunque passi di li a tiro (vedi post precedente). 
#ilsesso
Sono davvero sorpreso di doverlo pensare. Ma anche farsi una sana scopata sta diventando seriamente complicato. Ogni volta mi trovo davanti qualcuno che vuole fare il contrario di quello che voglio io. Se non posso ospitare lui non può ospitare sicuramente. Se non posso uscire lui vuole che io lo raggiunga. Quando ho casa libera, invece, nessuno che voglia venire. Nessuno poi che si prenda la briga di metterci un po’ di passione. Quella vera. Quella che fa volare le parrucche. Niente. Macchinosi e mezzi morti sono lì che aspettano che io faccia tutto. Ma datevi una cazzo di svegliata #SuperASAP

#Gnoffolo
Niente Gnoffolo non ne vuole affatto sapere di me. Al momento sta postando foto in viaggio insieme ad un tipo molto carino. Non vuole affatto saperne di uscire con me. Fa il vago. E quando qualcuno fa il vago vuol dire semplicemente che non gliene può altamente fregare. Ma sto già elaborando un piano, e questa volta, non è stalking signori miei.

Questo post idealmente è la seconda parte di #2014. Ora che ho messo i punti (e gli hashtag) vi alletto con un’imperdibile e libidinoso, ed inaspettatamente sessuale post orgiastico. #staytuned 

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#2014

E’ sempre abbastanza difficoltoso riprendere le file di questo discorso. Ma lo riprendo, ed anche volentieri. D’altronde fare il blogger è il mio passatempo preferito. Proprio per questo motivo inauguro il primo post del 2014 con una serie di paragrafi. Così ci facciamo un’idea generale. Ovviamente in hashtag, perché ci piace così.
#nonhounfidanzato
E’ evidente che sono single. Anzi, come dico sempre io vivo la mia singletudine, che è una tacca peggio. Nel senso che ho tutti i requisiti per avere una dolce metà ma gli eventi mi vengono contro. Sempre. E sempre peggio. E se il mood costante della mia vita è “il dramma è sempre dietro l’angolo”, quest’anno ci aggiungo un tassello in più. Ma ve lo svelerò a breve.
#friendshipneverends
E’ ufficiale, le amicizie resistono alle peggiori tempeste. Alcune sono resistite anche al duemilatredici. Signori cari il duemilatredici è stato l’anno della devastazione. Si sono lasciati tutti. Tutti quelli intorno a me hanno sfanculato il proprio partner, e lo hanno fatto tutti nel peggiori dei modi. Quando si dice l’amore. Ma a questo punto meglio soli, con degli amici pazzeschi, che fidanzati con un coglione. Dato di fatto.
#buonipropositi? #unodiquestigiorni
Questione buoni propositi. Devo essere sincero. Ogni anno mi auguro di trovare un fidanzato, pubblicare il mio libro, avere un programma su Real Time ed un fisico semipresentabile. Ecco, nel 2014 non faccio e non voglio fare buoni propositi. Io sono la classica persona che quando soffia le candelina il giorno del compleanno poi le spezza ed esprime un desiderio. Sono sette anni che esprimo sempre lo stesso. E per ora non c’è neanche una remota possibilità che quel desiderio si avveri. Ma zero proprio. Ho deciso di puntare su ciò che ho. Ebbene ho un manoscritto pronto per la stampa (chiunque sia interessato, attendo proposte!!!), una voglia devastante di cambiare lavoro (ma ahimè!), la necessità di dividere la mia esistenza con un uomo. A 360°. Non ho detto a 90. Anche se sarebbe stata una battuta davvero efficace. Ad ogni modo sono del parere che non ha più senso sperare che le cose accadano e si realizzano. Bisogna passare all’azione. #bringtheaction
#chefinehafattoilprincipeazzuro?
Ovviamente tocca prendere coscienza della situazione in cui viviamo. A cena non si parla più, si controllano gli status su facebook e chi è online su Grindr. E’ un dato di fatto. Questo, inevitabilmente distrugge qualsiasi tipo di comunicazione. Non si riesce a parlare e ad avere una conversazione interessante. Addirittura si parla per hastag. Come me in questo post. Ma io lo faccio per essere super cool. C’è chi lo fa perché non ha più niente da dire, o perché ha perso interesse nel dirlo. E  tutto si ripercuoto nelle relazioni. E il principe azzuro si è dato, definitivamente.
#superasap
Ho deciso che questo sarà l’anno della mia soddisfazione. Inteso che sarò io l’artefice della mia felicità. Direi che a questo proposito niente è più appropriato di #Levatevi #SUPERASAP
Spero che questo post vi sia piaciuto. E’ un collage di tweet mai tweettati e appunti sparsi tratti dalle note del mio iphone. Per ovvi motivi la grammatica sé andata a far benedire. Non che in passato io abbia mai scritto bene. Ah, e per rendere più piccante e stuzzicante il post in realtà ci ho inserito il titolo del mio romanzo. Non lo capirà nessuno. Detto questo vi auguro uno splendente 2014. E vista la situazione, #staytuned

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Gli Improbabili appuntamenti di Annabelle Bronstein #3 – Bucce di banana

















Qualche sera fa ero in quel di San Lorenzo con gli amici per un aperitivo. Il classico aperitivo dove si sparla degli assenti, di cazzi di ogni tipo e di sesso. Evidentemente ignaro della piega che avrebbe poi preso la mia serata. In un momento di pausa tra le solite chiacchiere, ho acceso Grindr (as usual) per fare un piccolo atto di stalking. Ovviamente non andato a buon fine, e mai lo avessi fatto, perché mi sono irrimediabilmente imbattuto in una conversazione.
Mi scrive questo trentacinquenne, alto più di 190 cm, leggera pancetta e barbetta. Fatte le solite introduzioni del caso, mi chiede quali fossero i miei programmi per la serata. Gli spiego che ero con le mie amiche a fare l’aperitivo, ma che visto che non ci stava soddisfacendo, probabilmente di li a poco mi sarei liberato. Ancora prima del previsto in realtà è arrivata la pioggia a guastare il mood. Detto fatto. Riprendo la macchina e mi dirigo verso piazza Vittorio sotto casa del tipo. Sale in macchina e decidiamo di cercare parcheggio.
Saliamo da lui, e in ascensore ha il tempo di raccontarmi che è architetto, ed è disoccupato. Roma, un luogo affollato di architetti, che non lavorano. Per il momento va avanti lavoricchiando come può e continua a fare corsi. E’ molto spigliato e simpatico. Entriamo in casa e mi presenta al suo coinquilino. Dettaglio necessario e fondamentale: il dramma è sempre dietro l’angolo. “Ma noi già ci conosciamo, aspetta tu sei il coinquilino di Miss Dior!”. Mi sento dire da il suo coinquilino. E si, sono proprio io. Ma Miss Dior oramai è il mio ex coinquilino.
Sorrido q.b. (quanto basta). In fondo questo tizio mi ha fatto fare la pipì nello stesso bagno in cui l’ha fatta Victoria Beckham. Gli sarò riconoscente per sempre a prescindere. “Il mondo è piccolo. A Roma ancor di più”. Sottolinea l’Architetto. Leggo dell’astio nella sua uscita, ma lo ignoro. In fondo io ho solo voglia di scartare il pacco e trovare la sorpresa. E se quel pantalone non mente, la sorpresa c’è. Ed è enorme. Intanto però c’è la conversiamo come due sciure la domenica mattina a fare il brunch.
E le conversazioni diventano oceaniche. Parliamo di lavoro, amore, da ciò che ci si aspetta dall’amore, da quanto si abbia voglia di innamorarsi ma da quanto poi la realtà riesca a rendere tutto grigio. Da quanto Grindr sia diventato un mezzo detestabile nella vita di ogni omosessuale. Di quanto si ha voglia di abbracci, baci e carezze. Uh, è pronto il caffè; dimenticavo che l’Architetto lo aveva messo su mentre facevamo i dovuti saluti al suo coinquilino.
Insomma, se avessi avuto una parrucca fucsia in testa, probabilmente già sarebbe andata a fuoco per la gioia di vivere del momento. Il mio neurone chiedeva pietà, mentre lui, finalmente, appoggiava le tazzine del caffè sul suo tavolino Lack e si preparava a zuccherare. Dopo il caffè abbiamo parlato delle nostre origini. Della famiglia, e dei luoghi in cui siamo nati e cresciuti. Una puntata de “La Domenica del Villaggio” con Davide Mengacci. Sono certo che Eva, la mia vicina di casa in Abruzzo sarebbe stata interessatissima.
Proprio mentre pensavo di aver perso totalmente il mio sex-appeal ecco che l’incantesimo si è esaudito e ci siamo ritrovati a farne di ben donde. Adesso, non vorrei entrare nei dettagli, ma devo assolutamente per ovvi motivi di cronaca. Ci siamo dedicati per almeno una quarantina di minuti a dei limoni devastanti che l’uomo del Monte sta ancora a piangere in un angolo. Fino a che, ho scartato quel pacco di cui sopra, ma che sorprendentemente mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca. Non ne la maniera che tutti state pensando.
Il suo era un pisello non scappellato. Insomma aveva la sciarpa. Era coperto. Mata Hari. Ed io non avevo le forze. Nonostante fosse enorme era imbambuccato e già pronto per la prima neve. Questo escludeva ogni possibilità di penetrazione, perché ecco, lui aveva molta sensibilità e per giunta dolore. Per cui mettendo il preservativo era ancora peggio. Questo non me lo ha detto, ovviamente, ma me lo ha fatto capire perché il preservativo non l’ha preso. Moltobbene, penso, ecco un’altra sola.
Ignoravo, come al mio solito che il dramma è sempre dietro l’angolo, (e so due), e che non c’è mai fine alla fantasia umana. O al peggio, fate un po’ voi. Da adesso in poi questo post diventa inesorabilmente assurdo e imprevedibile. Preparatevi. Lui mi propone una sua fantasia, ovvero mi chiede se può darci di lingua. Rimming. Evviva penso. Mentre comincia però, ha una richiesta. “Ti andrebbe di fare come Miley Cyrus?”. Una coreografia dannatamente pop, penso tra me e me. Lo guardo e chiedo “In che senso?”.
Mai fare domande simili a richieste strane. Mai. Segnatevelo per il futuro. “Dai fai twerking, mentre facciamo rimming”, mi dice ansimante. Ricapitoliamo: sono in piedi su un letto a novanta mentre un tizio mi lecca ed io dovrei twerkare con le chiappe, come se non ci fosse un domani. Sorrido, anche se mi verrebbe voglia di urlare, e penso a mia madre e alla faccia che farebbe se solo mi vedesse. Io non sono ovviamente capace di twerkare, e nonostante abbia un culo che fa provincia (perché la carne è tanta oltre che debole) sapevo che il risultato finale sarebbe stato osceno.
Almeno potevo provarci. E così ho fatto. Naturalmente il risultato è stato pressoché imbarazzante. Non ero capace, e quel movimento che mi usciva fuori era di un orrore devastante. Mi sono anche guardato intorno, casomai avesse mai messo una telecamera nascosta, non si è mai sicuri di niente a questo mondo. Intanto che twerkavo, e lo spettacolo era orrendo, per cui per mantenere un livello ottimale di sensualità era pressoché impossibile, ho iniziato ad ansimare, ma con moderazione. E a bassa voce, soprattutto. In realtà mi iniziava a fare male le schiena, e le ginocchia facevano fatica a reggere.
Ma come sopra (il dramma è sempre dietro l’angolo NdA,) succede l’impensabile e l’impossibile allo stesso tempo. Mi viene un mega crampo al polpaccio destro. Sento il muscolo torcersi ed arricciarsi su stesso, ed un conseguente dolore devastante. Il piede sul bordo del letto, perde il controllo ed inizio a barcollare. Faccio una sorta di movenza pop per ritrovare l’equilibrio perduto, ma è tutto inutile, il dolore è talmente tanto che cado su me stesso per terra, e la mia corsa viene interrotta dal tavolino Lack. Lo urto violentemente, e un dramma, ancora più dramma, si consuma sotto gli occhi dei presenti.

La caffettiera che era sul tavolino con dentro una parte di caffè avanzato, finisce inesorabilmente sulla mia faccia. Passano alcuni secondi in cui mi sento Steve Urkel, e mi viene da dire “Sono stato io a fare questo???”. Ma non lo dico, il mio architetto si rialza, mi raggiunge e mi tira la gamba, anche se il crampo è passato. Io decido di chiudermi in un silenzio agghiacciante. Mi rivesto e me ne vado. Mentre torno in macchina impazza il diluvio e inizio a pensare che Grindr deve morire Asap. ASAP.
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Gli improbabili appuntamenti di Annabelle Bronstein #2 – Il commesso attore

Si dice sempre che nella vita non bisogna arrendersi. Soprattutto quando si parla di conoscere qualcuno e di relazioni. Soprattutto a Roma. Ma io dopo il primo disastroso appuntamento sono riuscito a collezionarne un altro. Circa un mesetto fa mi sono visto con questo trentasettenne rampante, bel fisico, toscano e davvero interessante. Commesso. L’appuntamento era alle 21:30 davanti Cinecittà. Esattamente dalla parte opposto di dove abito io. Ma hey, bisogna dare una chance all’amore non vi sembra?
Esco di casa alla 20:50, in ritardo ovviamente rispetto ai miei programmi, ho evitato di cenare perché il mio intestino mi fa sempre brutte sorprese, specialmente quando ho un date. Naturalmente accade esattamente quello che temevo con tutte le mie forze, sbaglio l’incrocio e invece che Cinecittà mi ritrovo ad Anagnina. Adesso, io mi chiedo, come cavolo è possibile che quel tratto di strada sia fatto così male, che se non stai attento ti ritrovi a Grottaferrata? Vabbè perdo altri dieci minuti ad orientarmi. Finalmente arrivo a Cinecittà.
Dallo stereo parte “Ciao Realod” ed io non posso esimermi dall’essere dannatamente pop per qualche minuto mentre attendo Limone (denominato così perché già mi prefiguro almeno quaranta minuti passati a limonare). Limone si palesa a sorpresa, mentre sono lì ad immaginarmi con Roberta Ruiu a fare un playback degno di nota, mi dice “Ciao” affacciandosi nel finestrino ed io per la paura mi spengo la sigaretta sul braccio. Moltobbene, iniziamo alla grandissima. Scendo dalla macchina e ci salutiamo con un caloroso bacio,  sulla guancia, “Quanto tempo!” dice lui dandomi due bacetti sulla guancia.
Io annuisco, ma in realtà era lui che non ha mai potuto prima. Dopo diversi messaggi su Romeo siamo passati a What’sApp ed eccoci finalmente qui. Bè non è niente male. Se non che me lo aspettavo leggermente più alto. Mi ha detto di essere alto 187 cm, ma è più basso di me, che ne sono 184! Poco male. E’ molto carino, ha un bel fisico tonico, con una leggera pancetta. Leggerissima, quasi arrapante. Ma siamo nel bel mezzo della Tuscolana, meglio raffreddare i bollenti spiriti. Limone mi propone un’entusiasmante passeggiata. Troviamo un parcheggio alla Bronstein Mobile e iniziamo a fare chiacchiere. Limone mi dice di avere trentasette anni, di essersi trasferito a Roma perché voleva diventare attore, ma di averlo fatto relativamente tardi. E di aver ripiegato su una carriera da commesso. 
Mi racconta della vita dura, della necessità di doversi accontentare di fare il commesso, di essersi stufato ben presto di questa vita che non ti da nulla se non conosci pezzi grossi o se non gli lecchi il culo. Di aver appeso la passione per la recitazione al muro quando si è reso conto che il mondo dello spettacolo con le sue dure e spietate regole non lo voleva. Anzi, lo stressava. Lo faceva stare male e non ne poteva più. Per risparmiare ha cambiato zona, preso casa alla Romanina dove ha trovato un lavoro come commesso. Ma anche il mondo dei commessi è un mondo corrotto e pieno di gente falsa. Che ne sappiamo noi. Dove addirittura doveva sgomitare per il suo posto al sole.
Insomma miei cari, ero lì con una commozione reale e percettibile, gli occhi umidi, la voglia di buttarmi sotto la prima macchina in corsa e la necessità devastante di urlare la mia disperazione a tutta la Tuscolana. Checazzo di tristezza. Quando poi siamo venuti a capo che anche io ho fatto teatro, e lui ha anche visto due spettacoli dove ho recitato siamo arrivati alla frutta. I complimenti si sono sprecati, e vabbè, li posso comprendere, ma uno stato di profonda amarezza si è insinuato in lui che addirittura mi invidiava perché io c’ero riuscito. Ussignur. E che avrò fatto mai. Dentro di me avevo solo la voglia di limonare. Ve lo rammento.
Come vorrei rammentarvi di votare il Signor Ponza nella categoria Miglior Rivelazione ai Mia2013 ( gli award dei blog per intenderci) cliccando su questo link. Ci vogliono cinque minuti al massimo. Bene, torniamo a Limone. Dopo il momento promozione, Limone era lì con la sua storia strappalacrime. Io avevo in realtà voglia di strapparmi i peli pubici e soffrire, perché si, anche questo appuntamento stava per essere ricordato come un IstantFail devastante. Invece di urlare la mia pienezza a tutti i coatti della Tuscolana ho deciso di tagliare lì il discorso, e trovare un modo molto più congeniale di riempirmi la bocca.
“Ti va un gelato?” mi è uscito dalla bocca. Io non ho saputo resistere alla mia richiesta, tanto più che non avevo cenato, e nonostante la carne sia tanta (eh bè!) e sicuramente debole. Per questo in men che non si dica eravamo li a scegliere i nostri gusti. Nutellone, Pistacchio (ottimo!) e Crema per me. Panna e cialdina. Il gelato mi ha ridato un po’ di gioia di vivere, e una latente e sempre presente  necessità di limonare duro. Soltanto in me. Perché Limone ha riattaccato a lamentarsi, questa volta di Roma, di quanto è grande, di quanto sia difficile non avere amici. Di quanto sia brutto che l’unico amico che ha vive dall’altra parte della città. Delle superficialità. Di faccialibro.  Della voglia di una storia d’amore e le farfalle nello stomaco.
Insomma. Limone, BASTA. Preso da un momento di sfinimento cerebrale volevo strillargli che mi aveva rotto il cazzo. Che una persona addirittura più pesante di me non l’avevo mai conosciuta, e lui mi aveva superato totalmente. Ma prima di farlo. Il Dramma. Perché non solo è sempre dietro l’angolo. Ma i drammi a quanto pare non vengono mai soli. Un improvviso e ingestibile attacco di colite. Devastante. Il Nutellone deve aver fatto il suo corso e destabilizzato il mio precario equilibrio intestinale. Insomma non solo un disastroso appuntamento, ma adesso mi stavo anche squirtando addosso. Ecco quindi il fugone.
“Mamma mia si è fatta una certa, credo sia il caso di andare, domani devo svegliarmi presto!” dico con molta fermezza. Saluti di rito, e poi la parte più divertenti degli appuntamenti come questi, “Bè dai ci risentiamo, tanto dove scappi?” mi dice lui serissimo. Eh, per ora, scappo al bagno diretto, ma credo che non ci sentiremo più mio caro Limone. Perché a te più che un fidanzato ti serve qualcuno con cui parlare. Eh si. Recuperata la Bronstein Mobilein venti minuti sono ritornato a casa. E la cosa più divertente è che Limone io non lo più sentito per davvero. E per fortuna che non gli dovevo scappare. (#credeghe)

Esperimento numero 2: FALLITO. 
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Lost in Translation Amici Edition

Dove sono finito? Non lo nemmeno io. Ad essere sincero forse mi era passata la voglia. O forse ero solo troppo depresso perché dovevo rendermi conto che avrei dovuto festeggiare trent’anni. Lo so che uno è giovane ancora a trent’anniMa ne ho lette talmente tante sui trenta che l’ansia mi è venuta per davvero. Ho letto che ti si riduce il pisello, che i capelli si fanno più radi e che inizia a mancare addirittura il desiderio sessuale. Tutte cose che poi in realtà, per quanto mi riguarda non sono avvenute. Anzi. Ma non bisogna mai sottovalutare le situazioni. Perché i drammi, sono sempre dietro l’angolo.

Aprile e maggio sono stati mesi strani, non mi sono reso conto bene di quello che avevo in testa e di come mi sentivo. In realtà sono andato in giro, con mio cugino dell’Australia. Mi sono ritagliato spazio nei week end e lo portato in Toscana, a Venezia e dai parenti in Abruzzo. Mi rendo conto che ve ne importa tantissimo, ma quello che voglio raccontarvi è accaduto qualche giorno prima che lui ripartisse. Per tutta la sua permanenza qui a Roma il suo Grindr ha trillato più del mio telefono. E tra gli altri un’ex amico di Maria lo ha pesantemente tampinato. Fino a che un venerdì mattina, mentre io ero a lavoro ne hanno fatto di ben donde.
La mia devastante voglia di cazzo ha superato le barriere linguistiche e quelle delle decenza. Perché intorno alle 14 mio cugino mi manda questo messaggio:  “What time are u home? Can we make it 3?”. Adesso io parlo un discreto inglese. Neanche ve lo sto a dire che cosa sia successo nel mio cervello. Quel piccolo, inutile e dannatamente arrapato di un neurone che mi ritrovo non ci ha pensato due volte ed è partito lo stachetto di “3”di Britney. E tutto ciò che ne consegue. Che volevate capirci in questo messaggio se non vieni che ne facciamo di bendonde a tre?
Io ero ancora a lavoro. Nel giro di dieci minuti dieci ho sbrigato tutto quello che non avevo fatto in una mattinata intera, ho preso le mie cose, strisciato il budge e sono fuggito verso casa. Erano appena le 14:30, ed avevo ufficiosamente intuito che qualcosa non andava. Insomma mio cugino si era chiuso dentro e nessuno mi apriva. Rileggo il messaggio. Insomma magari ho capito male io. No. Mi ha chiaramente detto che lo vogliono fare a tre. Figuriamoci se io mi lascio scappare un threesome con incesto familiare annesso.

Passano dieci minuti. E’ evidente che c’è qualcosa che non va. Deduco coscienzioso. Telefono a mio cugino. Risponde e gli intimo di aprire la porta ASAP. Lui viene, visibilmente imbarazzato e in inglese mi sottolinea stizzito che mi aveva chiesto di tornare dopo le tre. Bè anche meno. Eppure a casa mia “We can make it 3” significa che lo avremmo fatto a tre. Ma nessuno mi ha ancora detto il contrario, per cui entro e faccio la gnorri fino alla fine. Insomma mi trovo già nel bel mezzo di una mega figura di merda, tanto vale che la concludo degnamente. No?
L’Amico di Maria, piuttosto che di Maria mi sembra amico di un qualche CIM. Leggermente imbarazzato anche lui, è disorientato spazio tempo al punto che biascica qualche incomprensibile vocabolo. A questo punto prendo mio cugino e gli dico chiaramente che cosa dobbiamo fare, insomma io non sono mica una locandiera affitta camera ad ore. Ho gli ormoni in subbuglio e sono piena da morire. Lui mi guarda come se avessi deciso di portarlo alla benedizione domenicale del Papa e sorridendo dice che io non ho capito una beneamata ceppa.
Ottimo. Sorrido ed invito l’amico di Maria a prendere un caffè con noi altre paze dell’entroterra abruzzese e australiano. Di lì, a poco l’Amico di Maria è praticamente diventato anche Amico mio. Pensa che culo. Mio cugino lo aveva abbondantemente ragguagliato su tutti i cazzi miei: cioè che ho un blog, che scrivo, che faccio questo e quell’altro. Ma il dramma è sempre dietro l’angolo. E dopo aver fatto le amiche del sabato pomeriggio lui esce e manda un sms a mio cugino chiedendogli di raggiungerlo al bar di fronte casa per parlare altri cinque minuti.
I minuti diventano venti, e quando mio cugino torna mi racconta che l’Amico di Maria lo ha implorato di rimanere in Italia. Di trasferirsi e di andare a vivere insieme. Di essere profondamente innamorato e non riuscire già a vivere senza di lui. Figuriamoci se potrà mai vivere col pensiero di lui a 16000 km di distanza. Ovviamente mio cugino non ci ha pensato neanche trenta secondi e lo ha invitato ad andarlo a trovare a Sidney. Ma si #credegheagliufoeaicangurivolanti. Detto ciò sapete qual è la morale di questa simpatica avventura?
1. Devo ridefinire il mio concetto di buona comprensione della lingua inglese che ho scritto sul Curriculum Vitae
2. Il dramma è sempre dietro l’angolo.
3. Mai fidarsi di ciò che dice mio cugino.
Ma non è finita qui. Perché l’epilogo drammatico di questa serie di eventi incomprensibili si conclude il lunedì successivo. Dopo aver accompagnato mio cugino in aeroporto, rientro in casa e prendo possesso della mia residenza rimettendo in ordine e facendo centordici lavatrici e sbram, davanti a me si palesa un asciugamano smerdaterrimo. E qui adesso si apre il dubbio amletico: Chi vuoi che sia stato??? Non lo sapremo mai. M.A.I. Oppure si, io già lo so, ma non ve lo dico.

N.B. La foto del Manzo in alto è puramente casuale, e non riguarda l’Amico di Maria di cui sopra. 

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Quando si dice il karma

Come dire… A volte la vita è davvero molto strana. Anche se il sottotitolo per questo post potrebbe essere tranquillamente “il dramma è sempre dietro l’angolo”. Ma essendo una costante della mia esistenza, sinceramente rischio che di sto passo ogni post si chiami così. E invece no. Perché questa volta sono rimasto davvero molto basito. Diciamo che negli ultimi sette – otto mesi, visto che non sono andato oltre una pomiciata con la qualsivoglia in realtà ho intrattenuto un intenso scambio di messaggi con un tipo. Architetto, trentenne, castano, occhio azzurro. Insomma un bel tipo.
In principio le nostre conversazioni erano molto vaghe, ovvero parlavamo di quello che ci succedeva il giorno prima, dei nostri interessi vari, amici e via discorrendo. Conversazioni anche piacevoli. Ma poi, ad un certo punto, l’ormone si è insinuato tra di noi. Adesso, che sia chiaro, sono sempre stato scettico ai rapporti che iniziano così. Un po’ per esperienze passate che non hanno portato nulla di buono, anzi. Un po’ perché io sarò antico, ma preferisco sempre il contatto fisico. Che sia anche uno sguardo, dal vivo, ha tutto un altro peso. Non nascondiamoci.
E proprio perché il mio presupposto è questo, per otto mesi non ci siamo mai riusciti a vedere. Strano ma vero. Ma il giorno di pasquetta, finalmente i tempi erano maturi. Ci siamo dati appuntamento alla metro Garbatella, subito dopo aver passato la giornata con i nostri rispettivi amici. Intorno alle 20 mi avrebbe aspettato lì, per poi andare a mangiare un boccone insieme. E chissà che altro. “Aspettami vicino il ponte direzione Ostiense”. Il suo ultimo messaggio. Ed io lì ero. Sotto la pioggia. Mentre lentamente mi si fracicava un cm in più del mio corpo. E lui?
Lui non so davvero che fine abbia fatto. Dopo una ventina di minuti, mentre pensavo a come potermi mettere in contatto con lui, poco più avanti un rumoraccio mi distrae. Una botta violenta. Mi sono anche spaventato perché ero sovrappensiero. Una macchina inchioda, e quella dietro gli va contro senza rendersene conto. “Tutta colpa dei cellulari” penso tra me e me. Ed evidentemente io avevo un problema simile, ma al contrario, poiché non avevo il suo numero. Avevo solo il suo contatto su Planet Romeo. Che insomma, la dice lunga.
Tornato ai miei pensieri, nonostante il trambusto post incidente, mi chiedo come al solito quando organizzo queste robe a cosa stracazzo penso. La prima cosa è chiedere un cellulare. E fare sempre una telefonata anonima almeno un giorno prima per vedere se qualcuno rispondo. Incazzato con me stesso in primis, e passati altri venti minuti, sento cocente la vergogna di un bidone addosso. Penso che forse è imbottigliato nel traffico e che sta arrivando. Poi penso che sono una sfigata orrenda, una poveraccia delle peggiori, e che mi fumo un’ultima sigaretta e fuggo via.
Detto fatto. Mentre torno a casa gli avrò mandato qualcosa come una trentina di messaggi. Messaggi ai quali nessuno mi ha mai risposto. Cioè ci pensate ad otto mesi a mandarsi i messaggi tutti i giorni. A qualsiasi cosa? Appena mi vedeva in linea mi mandava una faccina carina con una frase super simpatica che mi faceva sorridere all’istante. La parola giusta al momento giusto. Il buongiorno, la buona notte. Addirittura il messaggino con foto annessa mentre si abbuffava di nutella alle tre di notte. Insomma oltre che carino anche dolcissimo.
Tornato a casa mi sono arreso alla stanchezza, ed anche a tutti i miei preconcetti su di lui. Dovevo ammetterlo a me stesso e basta. L’ennesima, evitabile sola che potevo risparmiarmi. E si, ci sono rimasto male. Tanto male. Intanto gli avevo mandato anche un messaggio, che mi ero ripromesso essere l’ultimo: “Ti lascio il mio numero, così quando ritrovi le palle, almeno puoi chiamarmi”. Mi viene da pensare che sono doppiamente sfigata orrenda. Perché oltre al danno la beffa. Ovvero io che gli mando il mio numero di telefono. Ma tanto.
DUE GIORNI DOPO
Rientro al lavoro. Un po’ triste ma almeno senza più pesi. Ricontrollo Planet Romeo, e lui dal giorno di pasquetta non si è più collegato. Scomparso. Disperso. Probabilmente sulla Colombo, chissà a fare che e con chi soprattutto. Quando, il telefono squilla. “Hey, scusami, ho visto ora tutti i tuoi messaggi. Volevo spiegarti cosa mi è successo. Ho tamponato una macchina proprio davanti la metro. Ti stavo scrivendo un messaggio, ed il tipo davanti a me si è fermato. Io ovviamente non l’ho visto in tempo. E niente ho passato gli ultimi due giorni in ospedale con un trauma cervicale. Mi spiace, ma mica ci sei rimasto male. Ovviamente dopo non ho avuto modo di avvertirti. Mi spiace se sei rimasto male. Davvero…
Ecco. Adesso posso scriverlo. Il dramma è sempre dietro l’angolo. Sono una sfigata orrenda. E credetemi non ho davvero più le forze per gestire la mia esistenza. 
Pubblicato in: bella gente, Drammi, giovedì random, il pisello odoroso, movenze, pessime figure, povere noi, sesso a tre

Un nuovissimo appuntamento  con il Giovedì Random di Annabelle Bronstein! Questa settimana, un featuring davvero inaspettato e sorprendente con uno dei  blogger che ho più amato dai primi post, Upclose, ovvero il Blog di cui potevamo fare a meno. In realtà il cinismo, la simpatia e il genio di questo ominide pazzesco sono a mio avviso indiscutibili. Se volete sapere di più basta cliccare qui. Se invece non non avete letto ancora il Sextastic #3 basta cliccare qui, ma ora fuggo e vi lascio a questo nuovo imperdibile  giovedì!
Ok. Ascoltami. Metti caso che un mio amico esce con un tizio. Un tizio che dice di avere 38 anni. In realtà potrebbe dimostrarne anche qualcuno di più. Ma non è questo il punto. I due escono. Escono per andare a bere una cosa e conoscersi. E fare quattro chiacchiere. La serata va benissimo. Parlano di tutto. Di cose serie. E di cose meno serie. Si divertono. Hanno anche tanto in comune, nonostante la differenza d’età sia effettivamente enorme. Parlano fitto fitto. Bevono coca-cola e sorridono quando gli scappa a entrambi un ruttino. Poi si sa come vanno queste cose. A un certo punto si sente la voglia di andare oltre. Di un gesto. Di una carezza. Di un bacio. Il mio amico accetta l’invito e vanno a casa sua. Ma quando arrivano a casa succede qualcosa di inaspettato. Entrano, si lasciano andare ad un bacio liberatorio. Che cercavano e volevano da almeno un paio d’ore. Con la penombra della sala da pranzo, e il riverbero di una lampada i due si avvicinano. Si baciano. Si accarezzano. Ma accade l’impensabile. Di colpo si accende la luce. E irrompe un terzo. Un altro uomo. Molto carino. Anzi, potremmo dire bono. Un fascio di muscoli. Anche lui sulla quarantina. Con l’accento irlandese. “Ciao, come va?”. Il mio amico, paonazzo, non sa che dire. Si sente in un mega imbarazzo e vorrebbe buttarsi dalla finestra. Trova un filo di voce, ed esordisce “Bene. Tutto ok. Ma… Ma… Ma tu chi sei?”. E come è ben noto da queste parti, il dramma è dietro l’angolo. In realtà era giusto nella stanza affianco. “Io sono il suo ragazzo.” Silenzio. Panico. Vergogna. E l’altro: “Senti. So che è una cosa strana, suppongo che non sia neanche troppo normale come cosa. Ma io sono uscito con te, in pieno accordo col mio ragazzo, perché volevamo conoscere una terza persona. E bè… Insomma”. STOP. Adesso. Il mio amico, ma come penso anche io se fossi stato in lui, si sarebbe alzato e avrebbe cominciato ad urlare, come se non ci fosse un vicinato, e a buttare la qual si voglia a terra. E invece ha semplicemente detto: “Bè. A me sembra una cazzata, però…” Detto fatto. Di li a poco sarebbero finiti a farne di ogni nella stanza di cui sopra. Adesso. Il mio amico è single e fa quello che vuole. Loro sono una coppia, e se di comune accordo, possono fare comunque quello che meglio credono. Il problema sta che il mio amico ci è stato solo ed esclusivamente perché il fidanzato irlandese è tipo bono da svenire. E a questo punto preferiva sicuramente di più l’irlandese che il suo ragazzo. Ovvio che ne hanno fatte di bendonde. E, insomma, si sono anche divertiti parecchio. Ma secondo te, questa cosa può avere un futuro? Ma più che futuro, può avere un qualche senso? Insomma si può passare da single a Troppia?
Bè forse mi sono anche dilungato. Ovviamente quello citato non è un mio amico. Ma sono io. E soprattutto è tutto vero. E tu devi assolutamente dirmi qualcosa. Ora.
Caro Annabelle, amicoh,
questa è una situazione assai delicata, e per affrontarla sarò costretto a trasformarmi nel sessuologo con la voce flebile da eunuco di loveline, che presentava Camilla dal cognome impronunciabile che non rimembro. Dunque. Direi che ti trovi nella classica situazione del pendolo. Ricordiamo tutti che per Schopenhauer la vita era un pendolo che oscillava tra la noia e il dolore. Riadattando il concetto, mi pare chiaro che tu sei il pendolo, e oscilli tra un cazzo e un cazzo. Questo oscillare, che, sono sicuro, è per certi versi piacevole e soddisfacente, ti lascia però il tempo, fra un cazzo e l’altro, di riflettere. Ed è qui che vengono alla luce domande scomode che esulano dalla bella scopata selvaggia che è stata.
Svisceriamo dunque il problema e cerchiamo di fare chiarezza.
Loro, ovvero il tizio 38enne o probabilmente più grande e l’irlandese bono. Ecco. Sono probabilmente una coppia frustrata che cerca di superare una crisi assecondando la suprema voglia di cazzo che magari una vita monogama ha per anni inibito. Lungi dal giudicarli (io non lo farei mai perché se il mio ragazzo se ne esce di inserire un altro elemento nel rapporto mando a fare in culo per sempre sia lui che l’altro elemento, ma io sono un tipo venale), diciamo che loro pur di salvare il loro rapporto hanno trovato questo escamotage, e assumiamo il tutto come decisione lodevole dell’amoreh.
Tu, ovvero il terzo elemento. Innanzitutto se rimane come un evento fortuito occasionale, prendila semplicemente come un’esperienza da mettere nel CV sessuale, che spero tutti noi possediamo (il mio ad esempio è molto più ricco del CV che spedisco per cercare lavoro). In caso contrario, se loro ti cercano ancora, se il tutto tende a ripetersi puntualmente, se il tutto comincia ad assumere le connotazioni di una malata relazione, allora veniamo al punto tre. Voi, ovvero tutti quanti insieme appassionatamente. Che dirvi. Loro hanno scelto così, e contenti loro, contenti tutti. Tu, se ti piacciono, se trovi il sesso con loro soddisfacente, se la situazione ti intriga, se riesci ad escludere totalmente dalla cosa l’aspetto sentimentale, ti dirò, ma che cazzo ti frega? Non macchiarti di colpe adulterine che non ti competono, quelli che si tradiscono reciprocamente sotto i loro stessi occhi sono loro, tu sei single e rampante, libera come una fringuella nella foresta, nonché pazzescoh. E poi puoi sempre sfruttare la situazione a tuo piacimento: doppi regali, doppio pene, doppie cene offerte, tutto moltiplicato per due. Perché viviamo in un mondo materiale e noi siamo ragazze materiali. E trombare è bello. E a volte bisogna mettere da parte le riserve etiche del nostro cervello, soprattutto di fronte a persone che a quanto pare le hanno riposte in un pozzo profondo 100 metri.
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Senza Titolo 2.

Sapete qualcosa dell’arresto cardiaco? L’arresto cardiaco è una situazione clinica caratterizzata dall’inefficacia dell’attività cardiaca. Può originare da alterazioni di varia natura dell’impulso elettrico, o da ostacoli di natura meccanica. Sia nel caso che la genesi sia primitivamente elettrica o meccanica, si determina l’inefficacia di entrambe le componenti.La conseguenza immediata è l’assenza di perfusione sistemica. L’arresto cardiaco è una condizione di morte clinica reversibile che, se non adeguatamente trattata, è destinata ad evolvere in morte biologica irreversibile a causa della ipossigenazione cerebrale.
Le cause di arresto cardiaco possono essere: cardiache e non cardiache. L’insorgenza dell’arresto cardiaco è spesso istantanea, senza segni clinici o sintomi premonitori. Ovviamente ci sono le eccezioni. E proprio di un’eccezione voglio parlarvi. Ecco fate conto che quello sul lettino con la mascherina dell’ossigeno e il defibrillatore caricato pronto a liberare scariche elettriche sia io. Fate conto che io per ben quattro anni e mezzo sia stato incosciente ad attendere che qualcuno desse il via alla manovra. Cosa non vi convince? Bè, io lo so cosa c’è che non va. La causa. Il motivo. Il perché.
In diverse, troppe occasioni mi sono dilungato sul perché e per come. Non mi sono mai sentito vulnerabile, mai, eppure sono stato fragile. Per tutto questo tempo. Mettendo un po’ di carico sulla faccenda, non posso che attribuire le colpe solo che a me stesso. Il motivo del mio arresto cardiaco ero io. E solo io potevo risollevarmi. Questo però io non lo sapevo. O meglio, ci tergiversavo su. Perché in fondo il cuore non lo comandi. Qualche tempo fa ho scritto che il cuore detta le regole e noi le subiamo. Non lo rettifico, non è da me. Lo penso ancora. Ma un cuore malato, va per lo meno curato.
Se la cura non la conosci, però stai fresco. Anzi freschissimo. Perché dopo un po’ muori. Ma io la cura l’ha conoscevo. E lo ignorata per tantissimo tempo. Ho sognato ad occhi aperti un lieto fine. Che non esisteva. Che non ci sarebbe mai potuto essere. Perché le cose si fanno in due. Ed io, mio malgrado ho fatto tutto da solo. Ed ora ne pago le conseguenze. Badate bene, non voglio fare pena a nessuno. Anche se a qualcuno magari, il pensiero lo può cogliere, ma non è questo il punto. Io purtroppo il fondo del barile lo devo toccare e raschiare per bene. Fino in fondo. Soprattutto quando di mezzo c’è il mio di cuore.
E lo so, che non sarà così per molti di voi. Ma per me lo è. In tutto questo tempo non mi sono risparmiato lacrime, scazzi e scleri vari. Nulla. Ma non mi voglio scordare neanche le cose che mi hanno entusiasmato e fatto felice. Ce ne sono diverse, ma non ve lo dico. Perché almeno qualcosa me lo lascio per me. Negli ultimi mesi ho dato i numeri. Letteralmente. Sospeso nel tempo in attesa di un caffè che speravo come un happy ending. Ebbene, dopo aver contato i km, finalmente, sono arrivato al punto zero, e la fine è stata amara. Tranquilli. Io avevo già calcolato tutto. Perché sarò cretina, ma mica sono scema.
Avevo bisogno di sentire dalla sua voce con le sue parole che non ce n’era. E forse non è stato neanche troppo drammatico. Insomma, nella mai testa avevo più volte immaginato come sarebbe potuta andare e mi vedevo a struggermi per terra con un cumulo di capelli strappati tra le mani e il viso rigato dalle lacrime. Quelle ci sono state. Subito dopo. Perché da Monteverde a casa mia di venerdì pomeriggio col traffico di Roma che neanche lo immaginate, e con i cd che preparo io mica ci è voluto poco. In fondo me lo meritavo. E lo sapevo già che quando ci saremmo chiariti avremmo messo il punto. Definitivo.
E un po’ come se Mr. Big fosse morto. In realtà il morto, sono io. (Scusate che mi gratto, perché va bene che uno scrive ed usa figure retoriche, però…). Anche se poi alla fine Carrie se lo sposa Mr. Big. Ma io non sono Carrie. E questo non è una serie tv. Questa è la vita vera. E la vita vera è brutta, dolorosa e piena di parole che ti fanno male. Non so chi, non me lo ricordo, ha scritto che le parole dette sono peggio di quelle scritte. Perché quelle scritte le strappi e le butti via, mentre quelle dette ti rimangono nel cervello. E seppur fa bene a tutti credere che io un cervello non ce l’abbia, in realtà le parole me le ricordo tutte.
Come ricordo le date. Gli orari. I sorrisi. Le carezze. Le incazzature. Tutto. Il bello e il brutto. Ma non rinnego nulla. Le cose giuste, e quelle sbagliate. Niente. Se tornassi indietro non rifarei di certo tutto uguale, perché insomma, farei in modo che le cose andrebbero un tantino meglio. Perché in fondo non penso di essere una persona orribile. Ma chi lo dice che non sia andate bene ugualmente? Il tempo ce lo dirà. Il tempo non dimentica mai. E ci fa capire sempre tutto. E se adesso l’ho capito io. Che sono una testa di cazzo, perché non dovreste capirlo voi. Che non lo siete affatto. 😉
Scherzi a parte. Metto il punto, e vado a capo e ricomincio da zero. Certo passatemi qualche momento ancora di assoluta depressione. Insomma devo piangere almeno un’altra settimana, così dreno pure qualche liquido in più e magari perdo qualche chilo di troppo. E poi credo che sia anche arrivato il momento di scrivere qualcosa di più allegro. Adesso devo riappropriarmi di me. Certo sempre che qualcuno si dia una mossa a scaricarmi un po’ di elettricità su questo cuore. Perché il cuore, il modo di riprendersi, lo deve trovare. E fidatevi, che lo trova sempre. Ed io, nonostante tutto mi stimo pure un po’.
Non mi rimane neanche un rimpianto. Ho fatto tutto che sentivo di fare. E se poi lui se ne va a vivere a 473 km da qui felice e fidanzato con qualcun altro, va anche meglio. E non è colpa di nessuno. Sono fiero di me perché ho fatto anche la cosa più difficile, ovvero dire quelle odiose due paroline che tutti hanno paura di dire. Ovviamente a modo mio. E sono certo che lui non l’avrà neanche captato. Ma io si. E per ora mi basta. Perché in fondo gli ho voluto e gli vorrò sempre un po’ di bene. Ma ne voglio, e ne vorrò sempre di più a me. E non è un cosa da poco. Ora scusate, devo tornare sul letto perché devo ancora piangere un po’ prima di andare a dormire. That’s All Folks!
Ecco l’ho detto ancora. L’ultima, giuro.

 







N.B. Tutto questo resoconto sul mio cuore e su come sto, l’ho fatto solo ed esclusivamente perché qualcuno con un commento me lo ha chiesto. Ebbene. Io non ho fatto niente. Ho aspettato che gli eventi mi investissero, e mi sono preparato come ho potuto. Ebbene. Non era abbastanza. Non è servito a nulla. Perché la realtà non la puoi mai considerare. Mai.