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Spring Awakening

Mi rendo conto che è sempre più difficile capire l’utilità di questo blog. Soprattutto perchè in realtà l’ultima volta che ci ho scritto era pieno inverno. Idealmente, però, nella mia testa non ho mai smesso di condividere i miei drammi e le mie indecisioni su quanto mi succede. L’ho sempre fatto su twitter o instagram. (Bel modo per inserire dei link social.) In realtà però c’è stato un momento in particolare in cui il mio torbido e difficoltoso sonno invernale è cessato. Di colpo. Era il 31 marzo, il sole mi abbagliava in via del Corso ed io ho capito la necessità di riprendere le redini di me stesso.

Si perchè per mesi ho avuto l’impressione che il mio non fosse più un corpo, ma bensì una carcassa inanimata e senza un minimo di emozioni. Proprio le emozioni, a me care, erano andate a farsi friggere. Questo perchè ho chiuso tutto. Ho chiuso la voglia di emozionarmi chissà dove dentro di me. Con la certezza che oramai il mio tempo era passato. Che il mio treno fosse partito, senza di me. Forse questa è una delle considerazioni più lucide di quanto ho passato negli ultimi tempi che io abbia mai fatto. Ma la malattia è curabile solo se il sintomo è riconoscibile. E una volta eseguita la corretta terapia, il virus muore. La malattia viene debellata. Si guarisce.

Il dolore sparisce. Passi semplice. Consecutivi, ed indispensabili per andare avanti. Dare un nome, è superfluo, voglio farmi guidare dalle sensazioni, da ciò che provo. Mi sono consolato, mi sono ritrovato e mi  sono capito. Perchè fino a poco tempo fa non mi capivo neanche più. Piccoli passi. Necessari. Indispensabili. Si, ancora una volta questa parola. Non è un caso se la scrivo di nuovo. Il mio unico problema per tutto questo tempo è stato essere indispensabile per qualcosa. Non perchè lo fossi. Perchè io lo volevo. Al lavoro. Ai miei amici. Alla mia famiglia. A chi mi circondava. A me stesso. Al ragazzo che mi piace da sempre. Si. In ogni ambito della mia vita ho applicato questa mortale espressione. E non avevo mai alcun risultato.

Mai. Quindi ho capito. Ho smesso, quando poi le circostanze non mi hanno permesso di essere indispensabile fisicamente, e il risultato non era un disastro. No. Semplicemente sono stato sostituito. In maniera indolore. Come se nulla fosse. Come se mai fossi esistito. Ecco, tristemente, mi sono arreso alle circostanze, che erano chiare. Eloquenti. Più di quanto io non volessi accettare. E dovevo farla finita. Subito. E così ho smesso. Sono sempre stato uno che da l’impressione di essere stupido. Ottuso. In realtà mi sono sempre voluto poco bene. Da sempre. E non ho mai mosso un dito per volermene un po’ di più.

Fino ad oggi. Perchè in fondo se cresciamo e riceviamo batoste dalla vita, è anche bello saper capirne il significato. E rinascere. Ancora. E meglio, si spera. A settembre avevo puntato tutto sulla speranza. Infatti rieccola. Riesce in queste righe, e riappare nella mia testa. Non mi ci affido perchè disperato, bensì perchè fiducioso. Fiducioso che le cose migliorino e che finalmente un sorriso si poggi anche sulla mia faccia. E che sia vero. Perchè ultimamente non trovavo più utile sorridere. Me lo dovevo. E lo dovevo al Pisello Odoroso. E anche un po’ ad Annabelle. E a Fabrizio. Che poi paga tutto. E senza sconti.

E poi per piacere, è tornata Anastacia, volete che non ritorni io.
Eccomi.

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#2014

E’ sempre abbastanza difficoltoso riprendere le file di questo discorso. Ma lo riprendo, ed anche volentieri. D’altronde fare il blogger è il mio passatempo preferito. Proprio per questo motivo inauguro il primo post del 2014 con una serie di paragrafi. Così ci facciamo un’idea generale. Ovviamente in hashtag, perché ci piace così.
#nonhounfidanzato
E’ evidente che sono single. Anzi, come dico sempre io vivo la mia singletudine, che è una tacca peggio. Nel senso che ho tutti i requisiti per avere una dolce metà ma gli eventi mi vengono contro. Sempre. E sempre peggio. E se il mood costante della mia vita è “il dramma è sempre dietro l’angolo”, quest’anno ci aggiungo un tassello in più. Ma ve lo svelerò a breve.
#friendshipneverends
E’ ufficiale, le amicizie resistono alle peggiori tempeste. Alcune sono resistite anche al duemilatredici. Signori cari il duemilatredici è stato l’anno della devastazione. Si sono lasciati tutti. Tutti quelli intorno a me hanno sfanculato il proprio partner, e lo hanno fatto tutti nel peggiori dei modi. Quando si dice l’amore. Ma a questo punto meglio soli, con degli amici pazzeschi, che fidanzati con un coglione. Dato di fatto.
#buonipropositi? #unodiquestigiorni
Questione buoni propositi. Devo essere sincero. Ogni anno mi auguro di trovare un fidanzato, pubblicare il mio libro, avere un programma su Real Time ed un fisico semipresentabile. Ecco, nel 2014 non faccio e non voglio fare buoni propositi. Io sono la classica persona che quando soffia le candelina il giorno del compleanno poi le spezza ed esprime un desiderio. Sono sette anni che esprimo sempre lo stesso. E per ora non c’è neanche una remota possibilità che quel desiderio si avveri. Ma zero proprio. Ho deciso di puntare su ciò che ho. Ebbene ho un manoscritto pronto per la stampa (chiunque sia interessato, attendo proposte!!!), una voglia devastante di cambiare lavoro (ma ahimè!), la necessità di dividere la mia esistenza con un uomo. A 360°. Non ho detto a 90. Anche se sarebbe stata una battuta davvero efficace. Ad ogni modo sono del parere che non ha più senso sperare che le cose accadano e si realizzano. Bisogna passare all’azione. #bringtheaction
#chefinehafattoilprincipeazzuro?
Ovviamente tocca prendere coscienza della situazione in cui viviamo. A cena non si parla più, si controllano gli status su facebook e chi è online su Grindr. E’ un dato di fatto. Questo, inevitabilmente distrugge qualsiasi tipo di comunicazione. Non si riesce a parlare e ad avere una conversazione interessante. Addirittura si parla per hastag. Come me in questo post. Ma io lo faccio per essere super cool. C’è chi lo fa perché non ha più niente da dire, o perché ha perso interesse nel dirlo. E  tutto si ripercuoto nelle relazioni. E il principe azzuro si è dato, definitivamente.
#superasap
Ho deciso che questo sarà l’anno della mia soddisfazione. Inteso che sarò io l’artefice della mia felicità. Direi che a questo proposito niente è più appropriato di #Levatevi #SUPERASAP
Spero che questo post vi sia piaciuto. E’ un collage di tweet mai tweettati e appunti sparsi tratti dalle note del mio iphone. Per ovvi motivi la grammatica sé andata a far benedire. Non che in passato io abbia mai scritto bene. Ah, e per rendere più piccante e stuzzicante il post in realtà ci ho inserito il titolo del mio romanzo. Non lo capirà nessuno. Detto questo vi auguro uno splendente 2014. E vista la situazione, #staytuned

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Ottobre.


La mia famigerata amica Du Barry, era famosa su queste pagine per il suo stendere gli uomini con uno sguardo. In senso positivo, ovviamente. E siccome il tempo passa per tutti, anche la mia amica è diventata saggia. Merito anche della sua psicologa che è una stra quotata nella Roma bene, inevitabilmente parlarci diventa terapeutico, visto che capisce tutto, adesso. E mentre sabato attendevo in trepidante attesa i risultati dei MIA2012 (dove Così è (se vi pare) si è guadagnato un rispettabilissimo, ma ancora non sufficiente, terzo posto – grazie a tutti comunque per i voti!!!), eravamo lì a ciarlare e a giocare alla malata di mente e alla psicologa.
Ovviamente la malata di mente sono io. Ma forse esagero come al mio solito. Sapete parlare con la Du Barry di questo strano periodo che sto vivendo mi ha dato un qualche stimolo. E’ innegabile che siamo sempre più fragili. E quando la fragilità lascia spazio alla totale insoddisfazione in ogni cosa, la necessità di parlarne si fa pressoché necessaria per sopravvivere. Ma sopravvivere a chi? O a cosa? La Du Barry è sicura e certa quando afferma che prima di tutto devo smetterla e provare ad essere felice e soddisfatto anche da solo.
In effetti, chiunque, conoscendomi potrebbe pensare che il mio stato attuale sia dovuto soltanto alla mancanza di una persona in particolare. Non è così. Non è lui il problema. Lui è lontano, fidanzato, felice e spero anche realizzato. Per quanto possa torturare me stesso sul fatto che lui mi ignori, in qualche modo, lo comprendo benissimo. Ognuno ha le proprio responsabilità. E in qualche modo non gli dò neanche tutti i torti. Certo se venisse qui a dirmi che ne vuole da me forse non saprei proprio come poter reagire, ma sono certo che ciò non accadrà mai. Ciò nonostante non è lui il problema.
Non sto soffrendo per lui. E’ possibile che il problema debba per forza ruotare intorno alla mancanza di un fidanzato. E’ davvero così importante? O meglio, deve esserlo? Insomma perché per me lo è almeno. Lo stimolo è arrivato soprattutto su questo punto. Perché senza uno stramaledetto +1 mi sento perso e inutile al genere umano? Badate bene, quando questo blog faceva sorridere perché scrivevo cose allegre ero comunque single. Ma avevo la speranza. E gli amici, che forse l’avevano più di me. Poi però le cose cambiano. Per cui mi viene a mente che forse gli amici tocca pure sceglierseli bene. E forse io questo non l’ho mai fatto in maniera oculata. E’ verità.
Anche se l’aspetto terapeutico dell’aver parlato con la Du Barry sta principalmente in una frase che mi ha detto: “Tocca tirarsi su le maniche. E finirla di dire e fare cazzate. Abbiamo trent’anni, cazzo. E a trent’anni ci si aspetta che almeno uno sia realizzato. E dobbiamo essere felici. Per cui se qualcosa non va, tocca conquistarselo. Ora. Adesso. Poi non ha più senso, e il tempo passa e ci mette davvero poco a volare. Capisci?” Si. Lo capisco. E quindi? Tocca davvero tirarsi su le maniche e ricominciare a vivere perseguendo degli obiettivi. Che poi sarebbe normale. E invece.
Certo è che mi viene da pensare soltanto che si, in qualche modo siamo davvero cresciuti. E che forse, il tempo per certe cose è davvero finito. Insomma io non mi ci immagino a quarant’anni in giro per locali a rimorchiarmi la qual si voglia. E forse sarà davvero quello il mio triste e inaspettato (!) destino. Ma io tendo sempre ad esagerare, o forse no. Forse in questo mio riflettere su queste cose sono in qualche modo oculato. Ma chi lo sa. Sento soltanto, per la prima volta, di essere la persona sbagliata, nel posto sbagliato. E di vedere poche uscite di sicurezza.
E che in qualche modo sia davvero arrivato il momento di reagire in maniera decisa. E prendere una posizione. Questo me lo devo. E lo devo a chi tiene alla mia felicità. E saranno anche un numero di persone che non superano una mano, ma non me ne voglio affatto lamentare. Anzi. Forse il problema mio è che non riesco a sopravvivere a me stesso. Nel senso che dovrei finirla di tormentarmi ed iniziare a vivere. Davvero. E questo in soldoni è stato quello che la Du Barry mi ha detto. Ma tra il dire e il fare, ce ne vuole, ed intanto un altro week end è passato, ed io sono rimasto a casa a fare la muffa.

Ma è già ottobre. Ed è tutta un’altra storia. Me lo  auguro, almeno.
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Luglio, grigio.






Rompo il silenzio. Nonostante il giovedì random sia una delle rubriche più criticate del mese, e nonostante le visite siano triplicate, mi urge aprirmi a voi. Come se non ci fosse un domani. E mai espressione fu più azzeccata per descrivere questo periodo. Chi mi conosce bene lo sa che io d’estate rinasco. Ma saranno i miei 29 anni, che non ho ancora accettato totalmente, e sarà anche il caldo devastante degli ultimi tempi, io mi sento davvero morire. Dentro, soprattutto. E non è affatto un bene.

Le motivazioni sono troppe. E diverse. Sono insoddisfatto per quanto riguarda il mio lavoro. E malgrado questo so che non è affatto periodo di lamentarsi per il lavoro. Insomma con sta crisi. Sono insoddisfatto per le mie amicizie. Riesco solo a litigare ed eruttare acido verso chiunque. Sono insoddisfatto per quanto riguarda la mia vita sentimentale. Anzi. Fate conto che non esiste. E non mi interessa davvero nessuno. Sono insoddisfatto della mia casa, e del mio coinquilino. E non riesco a trovare nessuno che mi dica “Ok, prendiamo casa insieme”. Nessuno.

E inaspettatamente sono insoddisfatto del sesso. E nonostante come mi sento, i miei oroscopi sono pazzeschi. Gli oroscopi che chiunque vorrebbe leggere la mattina. Io mi sento solo apatico. Triste. Spento. Morto. A tal punto che mi sembra di vivere la mia vita come se qualcun altro la stesse vivendo per me. E io sia intrappolato in una merda di avatar orrendo. E non mi riesco a liberare. Né dell’avatar né di quello che mi circonda. Vorrei scappare, davvero e non tornare più. Per almeno sei mesi. Ma sono un vigliacco.

E quando uno è un  vigliacco, e ne è cosciente, non è capace neanche di scappare. Non volevo scrivere robe simili, sinceramente. Ma devo un post nuovo a questo blog. E mi sono lasciato andare senza filtri. Perché prima o poi dovrò eruttare. E siccome mi capita di eruttare con le persone sbagliate, forse è il caso che io lo faccia qui, dove potete cliccare in alto a destra la croce e liberarvi di questo sfogo. Perché nel bene e nel male sono questo. E non posso non essere sincero. Almeno qui.

Se guardo indietro nel tempo ho sempre avuto una vita abbastanza altalenante. Non sono mai stato pienamente felice, e se forse lo sono stato in realtà c’era sempre un tassello che non era al suo posto. Forse è vero che io mi fisso. E forse è anche vero che chiedo affetto a chi in realtà non ha alcuna voglia di dimostrarmelo. Però se fosse per me mi chiuderei in casa dalla mattina alla sera senza mettere il naso fuori. E questo non mi piace. Sono spie insidiose di qualcosa che può trasformarsi in un qualche dramma, vero.

E si sa, che i drammi sono sempre dietro l’angolo. Ma dovrò pur ricominciare da qualche parte. Eppure non ci riesco. Sono insicuro. Talmente tanto insicuro che sto lentamente cominciandomi ad odiare. Odio la mia immagine, e la mia faccia. E i miei atteggiamenti. E sento crescere solo ansia. Un’ansia che mi sta consumando. Nelle ultime tre settimane ho passato il pomeriggio sul letto. A pensare. A pensare cosa scrivere. E non mi è venuto in mente niente. Quando in realtà potevo cominciare a chiarire innanzitutto a me stesso chi sono.

Perché in fondo è questo il mio problema maggiore. Chi sono? Sembra che tutti sappiano chi io sia. Lo sa mia madre, mio padre. Mio fratello. E addirittura la sua ragazza che mi conosce da meno di due anni. Lo sa mio zio, che sfrontato fa battute come se ci fosse una confidenza. Lo sanno i miei amici. Anche se poi mi incavolo per un nonnulla. Lo sanno i miei colleghi di lavoro. Che credono che il mondo finisce al di fuori del timbro marcatempo. E lo sanno i miei numerosi, e diversi amanti. Che pensano che mettere un cazzo in culo sia la soddisfazione più alta alla quale possano aspirare. O possa aspirare io.

Potrebbe anche essere così, per loro. Non lo metto in dubbio. Ma per me? Cosa è davvero importante per me? Questo non lo so. O faccio finta di non saperlo. Perché forse è meglio così. Fa meno male. In fondo quanti di voi vogliono soffrire in maniera cosciente. Nessuno penso. Io lo faccio, costantemente. E mi illudo che il domani sia meno grigio, quando poi il giorno dopo è sempre peggio di quello prima. E non ci sono movenze pop che tengano. Perché non mi va. Non mi va davvero di fare niente.

Lo psicologo, dirà sicuramente che devo capire da solo. Ma io non gliela faccio a capire niente. Riesco a malapena a capire dove mi trovo ultimamente, figuariamoci se posso capire qualcosa di così profondo e impercettibile. Almeno agli occhi miei. E mi dilungo in cattivi pensieri che non mi danno risultati anzi, insinuano ancora più dubbi. E perplessità. La mia unica mossa, ed è quello che farò, perché insomma, smerdarmi così in maniera chiara dovrà pur servire a qualcosa, sarà pensare a cose piccoli e facili da realizzare.

Cose con un obiettivo chiaro, raggiungibile  e misurabile. Senza aspettarmi troppo dagli altri, e da me stesso soprattutto. Ricominciare, poco a poco a riprendere confidenza con me stesso, e con i miei simili. Perché neanche più quelli capisco poi tanto bene. E sperare, che in fondo, tutto questo prima o poi finisca. O si esaurisca da solo. E pensare, per la prima volta, solo ed esclusivamente a me. Sperando che il caldo soffochi anche questo luglio grigio e triste.
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Senza Titolo 2.

Sapete qualcosa dell’arresto cardiaco? L’arresto cardiaco è una situazione clinica caratterizzata dall’inefficacia dell’attività cardiaca. Può originare da alterazioni di varia natura dell’impulso elettrico, o da ostacoli di natura meccanica. Sia nel caso che la genesi sia primitivamente elettrica o meccanica, si determina l’inefficacia di entrambe le componenti.La conseguenza immediata è l’assenza di perfusione sistemica. L’arresto cardiaco è una condizione di morte clinica reversibile che, se non adeguatamente trattata, è destinata ad evolvere in morte biologica irreversibile a causa della ipossigenazione cerebrale.
Le cause di arresto cardiaco possono essere: cardiache e non cardiache. L’insorgenza dell’arresto cardiaco è spesso istantanea, senza segni clinici o sintomi premonitori. Ovviamente ci sono le eccezioni. E proprio di un’eccezione voglio parlarvi. Ecco fate conto che quello sul lettino con la mascherina dell’ossigeno e il defibrillatore caricato pronto a liberare scariche elettriche sia io. Fate conto che io per ben quattro anni e mezzo sia stato incosciente ad attendere che qualcuno desse il via alla manovra. Cosa non vi convince? Bè, io lo so cosa c’è che non va. La causa. Il motivo. Il perché.
In diverse, troppe occasioni mi sono dilungato sul perché e per come. Non mi sono mai sentito vulnerabile, mai, eppure sono stato fragile. Per tutto questo tempo. Mettendo un po’ di carico sulla faccenda, non posso che attribuire le colpe solo che a me stesso. Il motivo del mio arresto cardiaco ero io. E solo io potevo risollevarmi. Questo però io non lo sapevo. O meglio, ci tergiversavo su. Perché in fondo il cuore non lo comandi. Qualche tempo fa ho scritto che il cuore detta le regole e noi le subiamo. Non lo rettifico, non è da me. Lo penso ancora. Ma un cuore malato, va per lo meno curato.
Se la cura non la conosci, però stai fresco. Anzi freschissimo. Perché dopo un po’ muori. Ma io la cura l’ha conoscevo. E lo ignorata per tantissimo tempo. Ho sognato ad occhi aperti un lieto fine. Che non esisteva. Che non ci sarebbe mai potuto essere. Perché le cose si fanno in due. Ed io, mio malgrado ho fatto tutto da solo. Ed ora ne pago le conseguenze. Badate bene, non voglio fare pena a nessuno. Anche se a qualcuno magari, il pensiero lo può cogliere, ma non è questo il punto. Io purtroppo il fondo del barile lo devo toccare e raschiare per bene. Fino in fondo. Soprattutto quando di mezzo c’è il mio di cuore.
E lo so, che non sarà così per molti di voi. Ma per me lo è. In tutto questo tempo non mi sono risparmiato lacrime, scazzi e scleri vari. Nulla. Ma non mi voglio scordare neanche le cose che mi hanno entusiasmato e fatto felice. Ce ne sono diverse, ma non ve lo dico. Perché almeno qualcosa me lo lascio per me. Negli ultimi mesi ho dato i numeri. Letteralmente. Sospeso nel tempo in attesa di un caffè che speravo come un happy ending. Ebbene, dopo aver contato i km, finalmente, sono arrivato al punto zero, e la fine è stata amara. Tranquilli. Io avevo già calcolato tutto. Perché sarò cretina, ma mica sono scema.
Avevo bisogno di sentire dalla sua voce con le sue parole che non ce n’era. E forse non è stato neanche troppo drammatico. Insomma, nella mai testa avevo più volte immaginato come sarebbe potuta andare e mi vedevo a struggermi per terra con un cumulo di capelli strappati tra le mani e il viso rigato dalle lacrime. Quelle ci sono state. Subito dopo. Perché da Monteverde a casa mia di venerdì pomeriggio col traffico di Roma che neanche lo immaginate, e con i cd che preparo io mica ci è voluto poco. In fondo me lo meritavo. E lo sapevo già che quando ci saremmo chiariti avremmo messo il punto. Definitivo.
E un po’ come se Mr. Big fosse morto. In realtà il morto, sono io. (Scusate che mi gratto, perché va bene che uno scrive ed usa figure retoriche, però…). Anche se poi alla fine Carrie se lo sposa Mr. Big. Ma io non sono Carrie. E questo non è una serie tv. Questa è la vita vera. E la vita vera è brutta, dolorosa e piena di parole che ti fanno male. Non so chi, non me lo ricordo, ha scritto che le parole dette sono peggio di quelle scritte. Perché quelle scritte le strappi e le butti via, mentre quelle dette ti rimangono nel cervello. E seppur fa bene a tutti credere che io un cervello non ce l’abbia, in realtà le parole me le ricordo tutte.
Come ricordo le date. Gli orari. I sorrisi. Le carezze. Le incazzature. Tutto. Il bello e il brutto. Ma non rinnego nulla. Le cose giuste, e quelle sbagliate. Niente. Se tornassi indietro non rifarei di certo tutto uguale, perché insomma, farei in modo che le cose andrebbero un tantino meglio. Perché in fondo non penso di essere una persona orribile. Ma chi lo dice che non sia andate bene ugualmente? Il tempo ce lo dirà. Il tempo non dimentica mai. E ci fa capire sempre tutto. E se adesso l’ho capito io. Che sono una testa di cazzo, perché non dovreste capirlo voi. Che non lo siete affatto. 😉
Scherzi a parte. Metto il punto, e vado a capo e ricomincio da zero. Certo passatemi qualche momento ancora di assoluta depressione. Insomma devo piangere almeno un’altra settimana, così dreno pure qualche liquido in più e magari perdo qualche chilo di troppo. E poi credo che sia anche arrivato il momento di scrivere qualcosa di più allegro. Adesso devo riappropriarmi di me. Certo sempre che qualcuno si dia una mossa a scaricarmi un po’ di elettricità su questo cuore. Perché il cuore, il modo di riprendersi, lo deve trovare. E fidatevi, che lo trova sempre. Ed io, nonostante tutto mi stimo pure un po’.
Non mi rimane neanche un rimpianto. Ho fatto tutto che sentivo di fare. E se poi lui se ne va a vivere a 473 km da qui felice e fidanzato con qualcun altro, va anche meglio. E non è colpa di nessuno. Sono fiero di me perché ho fatto anche la cosa più difficile, ovvero dire quelle odiose due paroline che tutti hanno paura di dire. Ovviamente a modo mio. E sono certo che lui non l’avrà neanche captato. Ma io si. E per ora mi basta. Perché in fondo gli ho voluto e gli vorrò sempre un po’ di bene. Ma ne voglio, e ne vorrò sempre di più a me. E non è un cosa da poco. Ora scusate, devo tornare sul letto perché devo ancora piangere un po’ prima di andare a dormire. That’s All Folks!
Ecco l’ho detto ancora. L’ultima, giuro.

 







N.B. Tutto questo resoconto sul mio cuore e su come sto, l’ho fatto solo ed esclusivamente perché qualcuno con un commento me lo ha chiesto. Ebbene. Io non ho fatto niente. Ho aspettato che gli eventi mi investissero, e mi sono preparato come ho potuto. Ebbene. Non era abbastanza. Non è servito a nulla. Perché la realtà non la puoi mai considerare. Mai.
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Un post devastante. Sotto ogni punto di vista, anche e soprattutto da quello grammaticale.


Avere un blog è terapeutico. Di solito. Forse per me è difficile anche questo. Devo premettere che questo post l’ho scritto tipo un mese e mezzo fa. E da allora è come se io fossi rimasto sospeso. Forse in attesa di prendere in considerazione l’eventualità di postarlo. Ed è l’unica cosa che ho avuto modo di scrivere. Insomma ve ne renderete conto alla fine. Comunque, quando passi tempo a rimuginare sul da farsi, e io nello specifico sono tipo da tre mesi e mezzo che rimugino. Ma non potevo permetterlo troppo, insomma avevo ben altro a cui pensare (vedi post precedente) e in soldoni non volevo proprio deprimermi per quello di cui non ho il coraggio di fare.
Bene, adesso, finalmente, posso. Preambolo, del preambolo, al quanto necessario. E’ dallo scorso 6 agosto, alle tre di notte per l’esattezza, quando dopo una twitter cena dove ho chiaramente dato il peggio di me, visto le presenze, e visto soprattutto che avevo un pizzico di ansia mista ad agitazione, che penso di voler fare questa cosa, ma ancora oggi non  mi sono deciso. E di solito sono una persona decisa. Di solito. Devo fare un’altra postilla. Mamma che casino questo post. Questa è una postilla necessaria. Sempre dopo quella twitter cena, oltre ad aver deciso di fare qualcosa (ve lo dico cosa, ci arriverò, prima o poi) avevo ancor prima deciso che forse lui non era così importante.
E che nonostante il tempo sia passato e volato via, insieme era volata via anche tutta la voglia di ficcargli la mia lingua in bocca. Ok. Non era vero niente. Ho mentito a me stesso. Ma forse più che dire una bugia stavo solo cercando di impartire un ordine al mio cervello. Si, c’è ancora. Ordine difficile da decodificare. Almeno per me. Ma adesso arrivo al dunque. A metà settembre, in ferie, lontano da Roma avevo quasi creduto di aver raggiunto una certa lucidità. Erravo ancora una volta. Parlando con Giulia mi sono ritrovato a vuotare il sacco: le cose finchè non le dici ad alta voce non sono vere. Ho deciso di invitarlo per un caffè. Ovviamente di contorno.
Motivo della convocazione provare a fargli capire che forse oltre al mio pessimo carattere, alla mia pigrizia e chiara assoluta pazzia bipolare in realtà c’è anche altro. C’è anche una persona un po’ più matura rispetto a tre/quattro anni fa, per esempio. Giulia ovviamente mi ha consigliato la cosa più difficile: scrivergli un messaggio e proporgli questo caffè, parlargli chiaramente ed essere sincero. “E se ti dovesse dire di no e ti ribadisce che non gliene frega un cazzo bè allora basta. Ma almeno hai tentato fino all’ultimo. Hai combattuto” ha concluso sicura. Le cose finchè non te lo dicono ad alta voce non sono vere. Bene, deciso il modo e i dettagli non mi restava che trovare coraggio e mandare questo benedetto messaggio.
Ma ahimè ancora non sono riuscito a trovarlo. Ne ho parlato anche con Guy, che prima era contrario a prescindere, ma dopo aver ben argomentato questa questione mi ha dato il suo ok, anche se era chiaro ad entrambi che stavo salendo su un aereo che si sarebbe andato sicuramente a schiantare. Ma oggi, (non oggi, parliamo di tipo due mesi fa) ho riaperto questo file ed ho richiamato la mia personalissima psicologa, con la quale avevo vagamente dimenticato di essermi lasciato in malo modo l’ultima volta. “Chi non muore”, esordisce come un’aspirina C nelle chiappe. Io mi agito. Vista anche la situazione. Mi scuso, anche se non mi ricordo il motivo del nostro litigio.
Le chiedo immediato consiglio sulla dura questione che ancora mi attanaglia. E lei, come se non ci fosse un domani, parte a manetta: “Io ti consiglierei di fare questo passo. Se sei arrivato a pensare di farlo forse inizi ad essere più concentrato sui tuoi desideri. A capire meglio le tue necessità e ad essere più sicuro di te stesso. Ma metti in conto anche che potrebbe andare male e il lavoro verrà dopo. Prenderne atto, coscienza e superarlo, finalmente. Insomma è da quel 2007 che tormenti te stesso e chi ti sta intorno con questa che non è stata neanche una storia. Questa sarà l’ultima possibilità. Poi si va oltre. Seriamente”. Fanculo. Fottutissimo fanculo. Prendo ancora tempo con la scusa che la prossima settimana comunque non avrei tempo.
Metto in stand-by il cervello, e chiedo a me stesso un po’ di tranquillità. Comunque non ho il coraggio di farlo. Ho paura. E se mi dicesse che non vuole incontrarmi, si alimenterebbe ancora di più la necessità di limonare con lui. Ne sono certo. E se mi dicesse si e poi mentre siamo lì mi dice di lasciar perdere? Le cose finchè non le senti con le tue orecchie non sono vere. Cerco di minimizzare, ma comunque la cosa mi terrorizza e non poco, e non riesco ancora a decidere. Neanche ora, neanche adesso. Vi inviterei a darmi consigli. Ma la paura fa pochi sconti, a me poi men che meno. Per ora vi invito stasera alla serata Popslut, e in realtà ho invitato anche lui, qualora venisse, magari trovassi il coraggio… Finchè non lo vedo con i miei occhi, non ci credo!
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Europride 2011!!!

Dunque dunque. Come ogni anno, dopo il Pride si tirano le somme. E quest’anno le somme sono incredibili. Una parata sicuramente coinvolgente, tantissime persone. Le cifre ufficiali parlano di cinquecento mila persone durante la parata, imponente con quaranta carri. Ma quello che più mi ha colpito, è stata sicuramente la risposta delle persone. Quelle che stanno ai bordi delle strade, quelle che ti guardano. Quest’anno erano tutte sorridenti, curiose. Non che gli anni passati ci lanciavano gatti morti. Però si avvertiva uno spirito diverso. Mi è sembrato che per la prima volta ci fosse voglia di cambiare. E questo forse è sicuramente tutto dovuto al nostro carissimo nano. Che si sa, i nani sono malvagi.

La voglia di cambiamento l’ho letta negli sguardi delle persone lungo i marciapiedi, negli applausi delle signore alle finestre, negli occhi sognanti e stupiti dei bambini da quell’improvvisa festa nelle strade. Sono sempre dell’idea che per segnare dei grandi passi verso il cambiamento deve partire dalla collettività, e un po’ quella voglia io l’ho avvertita. Perché io sono ancora uno di quelli convinto che le cose possono migliorare e andare per il meglio. Ma il gay pride non è solo questo. E’anche una manica di omosessuali semi nudi che sculettano in massa per strada. E tra questi, ovviamente c’è sempre qualcuno che attira la mia attenzione. E come ogni pride, io decreto il migliore a cui ho dedicato una straordinaria gallery su faccialibro.

Lo so, sono una cretina quando faccio queste cose, ma chi se ne fotte no? Altro punto su cui vanno spese due parole è sicuramente la presenza di Lady GaGa. Adesso io sono di parte in qualche modo, perché la seguo e mi piace a prescindere, però ecco va detto che il discorso che ha fatto è stato sicuramente intenso e partecipato, che mi è piaciuto in diversi punti perché ha parlato di amore. Ed è questo l’aspetto che in definitiva dovrebbe entrare nelle teste di tutti. Poi che sia stato comodo invitare lei, questo non lo metto in dubbio, ma basta fare un rapido giro sui siti d’informazione internazionali per capire quanto risonante sia stato il suo intervento. E poi bè, Lady GaGa che ti suona al piano è sempre un piacere. No?


Altro dettaglio che non mi è particolarmente piaciuto è sicuramente la scelta di tenere il palco vuoto fino al suo arrivo. Perché non far salire prima tutti gli esponenti delle associazioni? Invece che lasciar spazio alla musica e alle drag? Insomma perché non intavolare prima dibattiti e argomentazioni varie invece che farci morire di noia? E poi? Il macello dei pass ospiti? Alcuni, i più fortunati sotto il palco, e il resto nell’area appena dopo a farsi rodere il culo? Perché questi dettagli non erano stati concordati prima? Fa subito la Praitano a scusarsi, ma perché è successo? Forse poco importerà, perché alla fine tutti sono soddisfatti. Per l’evento, per come è stato gestito e per Lady GaGa. Che in soldoni ha portato un milione di persone al Circo Massimo.

Per me è stato il solito bel momento di espressione gaia. E poi, mi fa paura ammetterlo, ma sono estremamente felice in questi giorni. Nonostante io odi festeggiare il compleanno, quest’anno è stato diverso, e soprattutto strano. Ho conosciuto tanti amici che seguo su twitter, e mi ha fatto tanto piacere, e poi forse qualcosa è davvero cambiato. Per la prima volta ad un mio sorriso dall’altra parte c’era un sorriso. E sembrerò una poveretta, una sentimentale, o persino Margherita la zozzona, ma a me ha fatto molto piacere. Anche se è solo un momento, che non porta niente, e che vista la situazione non credo possa diventare altro, ma a volte si sta un po’ più tranquilli anche così. E poi io ho fiducia nel tempo…

Concludo ringraziando le mie amiche, come sempre. Upclose e Guy con cui ho percorso la parata, Ga, Ciù Ciù, Giuseppe, Tata, Chicco, Ale, la Burina. E tutti quelli di twitter, Andrea e Luca, Riky e anche Gaudo e i suoi simpatici amici. E’ stato un bel pride, che mi rimarrà in testa per un bel po’. E adesso per piacere smuovete quel culo e andate a votare, tutti!!! OKKKKKKKKKKKKKKKKKKKK????????????????????????????????????????????????EH!

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Un uomo nell’armadio





Immaginate il vostro armadio. All’interno c’è una t-shirt, un vestito, un maglione di qualche anno fa. Quel capo, vi piaceva da impazzire, l’avete amato, ma ora ovviamente non lo mettete più. Però vederlo vi emoziona. Vi rende felici. Per me quel capo vecchio è tutto. E’ fondamentale. E lo mettereste ancora. Lo metterei ancora. Subito. Ma rimanete a guardarlo in silenzio, godete, ne siete felici ed entusiasti, ma non si va oltre. Ecco, il ragazzo di questo post è esattamente come quel capo che si trova nell’armadio. Per un anno e mezzo quasi lo avevo dimenticato. Poi una sera, lui mi è ricomparso davanti, come se fosse appena uscito dall’armadio.

La mia reazione è stata praticamente la stessa. E se fosse che non ho le forze di dirgli alcun che, rivederlo in giro, all’attacco, mi fa un certo effetto. Ma pensarci, intendo pensare a lui, non mi aiuta. Suppongo sia uscito da una storia, visto che per un sacco di tempo è scomparso. Ora invece no. Ora è quasi ovunque. Mi appare sul mio faccialibro, anche se non siamo amici, su gay romeo, su bear, su grindr e aiuto, anche su badoo. Un uomo social network direi. Ma in tutto ciò, lui non mi considera. Venerdì sera per esempio al Village ancora prima di arrivarci avevo la vaga sensazione che lui c’era. E infatti, poco prima di arrivare Guy ha parlato.

“Mi ha detto un uccellino, che stasera stanno qui.”. Guy sa sempre tutto. Di tutti. Ecco qua, ho pensato. Quella scarpa vecchia del suo amico ha detto al mio amico che stanno qua. Volutamente. Appena entrato io sapevo immediatamente la fine che avrei fatto. Negroni. Negroni. Solo ed assolutamente Negroni. E infatti non mi sono perso in chiacchiere. Affatto. E proprio mentre aspettavo quel drink, ecco l’ennesimo dramma del venerdì del village. Ovvero, quel mio cugino etero, noto per la sua eterosessualità e noto soprattutto perché abita a 200 km da Roma, in realtà è il secondo venerdì che lo becco qui. I miei amici non hanno dubbi, anche lui avrebbe secondo loro, le chiappe chiacchierate.


Io ancora ci credo. Non posso crederci. E proprio mentre cercavo di riprendermi da mio cugino che con le sue amiche lesbiche era tutto un friccico, eccolo là. Di fronte a me, con i suoi amici, Lui. Mi ha visto, e come mi ha visto ha fatto una mezza smorfia. Capite, una smorfia. Ha abbassato lo sguardo, ed è andato via. E il suo amico, non che amico nostro, quando mi è venuto a salutare, anzi no, non mi ha salutato, mi si è avvicinato, ed ha esordito così “Siamo sbarcati su grindr?”. Io non ho detto nullo. Ho sorriso. Non ho aggiunto altro. Lui, non ha grindr per cui non può che averglielo detto Lui che mi ignora. Ma allora perché dire a quella ciavatta vecchia del suo amico che io ero su grindr?

E perché di grazia, sempre quella ciavatta vecchia del suo amico prende e fa sapere al mio amico che loro sarebbero stati lì. Questo per me si chiama mobbing. O qualcosa del genere. Ecco io non so perché. Lui. Quella maglietta che a me devasta, non mi caga neanche per errore. Appena mi vede gli si ingrifa il pelo e mi guarda malissimo, manco gli avessi fatto chissà che. Ti sto sul cazzo? Dillo. Mi odi? Dillo. Mi vuoi menare. Menami. Eccheccazzo una reazione dammela. Vi giuro essere ignorati da una persona che vi piace da morì è una cosa devastante. Devastante. Io non so se vi è mai successo, e sinceramente non lo auguro a nessuno.

La situazione è questa. Voi direte, tu sei pazzo. Lascia perdere. Si. Me lo dicono tutti. Guy non me lo dice neanche più, si è stufato a dirmelo. Ga ha le sue teorie, tutto è bianco o nero. Nun te se caca, basta. Burina ribadisce solo il concetto. Bastaaaaaa. Tutti sanno quello che io dovrei fare. Tutti sanno benissimo come io dovrei affrontare questa cosa. Tutti tranne io. Ecco io non lo so cosa devo fare. Anzi io lo so. Il mio io più nascosto lo sa. Io lo so benissimo quello che dovrei fare. Io dovrei prenderlo, faccia a faccia, sbatterlo contro il muro e baciarlo. Perché io questo voglio fare. Voglio baciarlo. E poi gli parlerei. Tanto. Da fargli venire i conati di vomito.

Ma purtroppo tutto questo non si può fare. E’ un piano inattuabile, perché se penso che la sua reazione appena mi vede è una smorfia. Bè cosa dovrei andargli a dire? Nulla. Per cui faccio finta di nulla. Faccio finta che in realtà lui non esiste. Faccio finta che lui non ha tutta questa importanza. Faccio finta che io e lui non ci siamo mai conosciuti, non abbiamo mai fatto nulla, e lui è solo uno che ogni tanto vedo in giro. La cosa assurda, è che se io davvero non lo avessi mai conosciuto prima, bè mi farei avanti per conoscerlo. Ma allora come si risolve? Non c’è soluzione. Vicolo cieco. Cane che si morde la gola. Un altro negroni?

E poi rischio di finire come sono finito. Ovvero ubriaco perso. Ma nella mia totale ubriachezza ho partorito il concetto che meglio si addice a questa situazione. Oltre a quello dell’armadio che adoro, naturalmente. Avete presente quando andate da Pompi a mangiare il tiramisù, mangiate due cucchiai e arriva il cameriere vi prende il cucchiaino e vi toglie il tiramisù. Insomma. Avreste voglia anche voi di finire quel tiramisù. Con lui è uguale. E io lo so che però non è storia. Un po’ per colpa mia, perché quando mi ci metto divento peggio di una stalker al limite del legale, anche se effettivamente una vera motivazione non c’è. Comunque un post simile era necessario. Per me soprattutto.

Ci tengo a rendervi noto che i commenti a questo post saranno moderati. Perché il dramma è sempre dietro l’angolo. E Louise di Saint Louise invece è sempre troppo lontana. Bastarda.

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Singletudine

Questo weekend purtroppo ho solo lavorato. Sia sabato che domenica ho avuto dei turni di lavoro che definire massacranti non rende l’idea. Venerdì però sono uscito ed ho partecipato alla serata Condominio. Con me Guy, Ga, Tata e Chicco. La serata è stata un po’ moscia sinceramente. Forse perché bere un drink senza ghiaccio bè ecco, non è il massimo. E poi perché mi sono trovato Mr. Music I Like davanti e non ho capito assolutamente nulla di quello che mi ha detto. Non che io sia stupido. Forse anche quello. Ma è che sono sorda. Ma sorda davvero. Dopo i saluti di rito, lui ha detto qualcosa, che io non ho capito. Ed ho solo sorriso. E basta.



La serata poi non è che sia andata granché meglio. Con questi 33 cl di alcool in mano, con la stessa temperatura di una cioccolata Elah, che non riuscivo a mandare giù, e che non mi davano alcun senso di ubriachezza e che per cui non andavano minimamente a inibire la mia timidezza, ero lì che mi chiedevo il senso di quella serata. La musica poi, a parte qualche momento, non mi ha preso quasi per niente. Scusate. Intingere le gocciole nel barattolo della nutella e scrivere contemporaneamente non è così semplice come credevo. Adesso vado a lavarmi le mani e giuro che la finisco. Ok. Almeno ancora un altro.



Eravamo circondati da una marea di boni devastanti. Gay. Di quelli che alle solite serate non li vedi affatto. Sono quelli che non escono mai, e se lo fanno è solo per serate cool come il Condominio. Ma sia io che Guy eravamo leggermente sottotono. Anche il Sollazzo c’era, e non ha perso tempo per fare battute che non ho capito. Comunque l’unica cosa degna davvero di nota, e che ho passato circa venti minuti a parlare con un amico (anzi, dopo questa anche conoscente direi) che mi ha presentato a un suo amico chiamandomi ANDREA. Naturalmente io non avevo capito che si stava riferendo a me. Io avevo capito che il suo amico si chiamasse Andrea.



Ma si può. E io ancora più grave ho urlato a gran voce, “Piacere Annabelle”. Facendo credo ben tre pessime figure in una. Mah. Ma questo non potrebbe essere sufficiente per capire quello che mi frulla nella testa in questi giorni. In serate del genere rimango solo deluso. E se per la timidezza di cui sopra, e l’assenza di alcool in circolo sono stato più in down del solito e bloccato sul da farsi, quando il pensiero di qualcuno che ti piace ti assale nella vita di tutti i giorni bè resistere alla voglia di prendere a testate ogni muro diviene molto più complicato. Ma non è escluso che io l’abbia fatto. Ho riflettuto però su quello che mi succede intorno.

Questa primavera sembra abbia risvegliato davvero tutti. Insomma Ga cede a uscite finalizzate al pomicio party, la Du Barry oramai accasatissima e innamoratissima, Guy invece ha passato un primo maggio sotto coperta, e non era solo. Affatto. Dall’altra parte della città, c’ero io sotto le mie coperte, da solo che mi torturavo con diecimiladuecentosettantasette domande. Che sia chiaro, non che io sia geloso di loro. Sono i miei amici, e sono molto contento che finalmente abbiano ceduto ai loro apparati riproduttori. Ma io? Perché io no? Non fatemi trascendere nel patetico, non sono una teen-ager ossigenata con la smemo. Lo sono stata però.



E di tempo ne è anche passato. Ma forse mi viene il dubbio che il problema sia io. Forse mi faccio tremila problemi per avere una storia, e probabilmente il mio inconscio non la vuole affatto. Sono stufo di dover credere alla storia che quando meno te lo aspetti l’uomo giusto arriva. Io non mi aspetto mai nulla, e sono ancora qui a farmi le stesse domande. Per questo, ieri sera, dopo tre giorni di lavoro devastanti ho risposto a un messaggio. Lui è il mio chiodo-scaccia-chiodo. Ovvero, lui era la mia prima scopata dopo la Polpetta. Non gli avevo dato molto credito, nel senso che inizialmente manco mi entusiasmava, ma dopo la dipartita della Polpetta dovevo dargli comunque una chance.



Da allora ci siamo rivisti un paio di volte, non più di due all’anno, e ieri mi chiedeva se poteva fare un salto a casa per farmi un salutino. Ieri ho pensato che forse ne avevo bisogno. Che forse dovevo sfogarmi. E ho detto si. Il sesso, quasi due ore intense, senza sosta, è stato davvero ottimo. Grande. E non parlo di misure. Quando se n’è andato, sono saltato sotto la doccia, e mentre erò lì che mi lavavo, pensavo a come mi sentivo. E non mi sentivo per niente bene. Non ero soddisfatto. Non era quello che volevo da me e dalla mia vita. Ussignur se mi ha fatto bene, ma non aveva soddisfatto il mio unico neurone ancora in vita. Mentre era ancora intento a fumarsi una sigaretta mi notifica il pensiero.



Ti piace scopare. Ti è piaciuto scopare con lui. Ma lui non ti piace. E io ne prendevo atto. Ne prendevo coscienza. Appurato ciò sono andato a dormire. Sono andato a letto, con l’assoluta convinzione che devo ricominciare di nuovo da zero. E visto che mercoledì parto per andare a Milano, (ricordate, sono anche un’attrice 😉 ) sarà proprio questo viaggio che mi servirà per capire finalmente la direzione. E voglio che sia così. Soprattutto perché devo cominciare a prendere coscienza del fatto che io non sono solo. Ma sono semplicemente single. E questa sono solo paranoie da single e nulla più. Singletudine appunto. E nulla più. E ora fatemi finire di pulire il barattolo di Nutella.


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Come odiare il messaggio perfetto.



Ok. Ok. Ok. Io non voglio assolutamente incavolarmi come una iena, perché è Natale, e bisogna essere tutti più buoni. E perché stranamente questo Natale l’ho sto sentendo in maniera diversa rispetto ai precedenti. Insomma per la prima volta sono riuscito a finire i regali prima del 27 di dicembre, ho fatto l’albero a mio insindacabile gusto e giudizio, e soprattutto mi sono capitate le ferie invernali proprio la settimana di Natale. Per cui perché arrabbiarsi. Perché trovare il motivo per cui forse rodere il culo? Io sono arrivato domenica pomeriggio qui a casa, in Abruzzo, proprio per resettare la mia vita capitolina e ricominciare tutto da capo. Ricominciare a pensare a me, a fare mente locale su quelle che sono le mie necessità. E invece?


Invece no. Invece ieri mattina ricevo un sms: “Ci ho pensato. Credo che invece dovremmo vederci. Stare insieme e parlare. Ho voglia di starti ad ascoltare. E ho voglia di fare l’amore con te”. Ok. Mi è venuta un’irrimediabile voglia di ridere. Ma ridere forte. Ridere e urlare. Urlare e sbroccare. Urlare e rompere qualcosa. Rompere qualcosa e insultare qualcuno. Ho deciso di non fare nulla di tutto ciò. Bensì, ho iniziato a pensare seriamente chi diavolo era costui che voleva farne di bendonde con me. Vuoto. La firma del messaggio parlava di un certo Sergio. MachistracazzoèSergio? Penso. Nulla. Vuoto. Ok, ho sempre pensato di avere qualcosa che non va al cervello. Ultimamente lo sto seriamente ripensando. E rimettendo in conto. Izzie insegna.


Decido che non è il caso di farsi rodere il culo più del previsto, tanto io sono qui a Chieti e lui presumo sia lì a Roma. Prima di rendermi la vita un inferno decido di capire se ne vale davvero la pena. Cerco di fare mente locale: chi è Sergio? Può essere qualcuno con cui ho avuto rapporti sessuali nell’ultimo periodo? No. Cioè non lo so. Non ricordo il nome di nessuno dei miei ultimi partner, perché incontrati sempre in occasioni prettamente alcooliche. Per cui. Gioco la carta Gay Romeo. Ma è tutto inutile. Negli ultimi messaggi ricevuti e anche nei profili visti non ce nulla che mi suggerisca questo Sergio. Non comprendo. Ah ecco! Ultima possibilità. Messenger. Non ci avevo pensato prima semplicemente perché una settimana fa ho cancellato tipo 37 contatti.


Ero stufo di avere tutta quella gente con cui non parlo affatto. Ero stufo di mettermi in linea ed essere comunque ignorato. Ma mentre per la terza volta scorrevo la lista dei contatti, mi è caduto l’occhio su un contatto in grigio: Sergio. Eccolo qua. Bingo. Tento di capire chi diavolo è. Perché ovviamente non me lo ricordo. Poi un lampo. Un flash. Una scossa. Una scoreggia. Ok scusate. Mi riviene tutto in testa. Lui è un trentacinquenne che lavora in centro in un ufficio di nonmiricordocosa, ha una casa pazzesca a Prati ed è altrettanto pazzesco e carino. Chattiamo da un po’. Forse due mesi. Non siamo mai trascesi nelle zozzerie da chat, ma abbiamo sempre fatto discorsi su di noi. Ci siamo visti solo una volta per un caffè, ma di corsa. Poi solo sms e chat.


Rimango smarrito a lungo a cercare di capire come meglio rispondergli. D’impulso penso solo a “Si! Facciamo del gran sesso!”. Poi ritorno in me, e ripenso alla prima parte del messaggio. Non posso non essere sdolcinato e carino come lo è stato lui. Anche se ecco, mi fa venire un po’ l’orticaria. Mi spiego. Ci sono delle volte in cui noi ragazze di Roma vogliamo solo essere trattate con dolcezza, carinerie e mille accorgimenti. Ci fanno tanto sentire Louise di Saint Louise. Ma ci sono altrettante volte in cui il tizio che abbiamo davanti ci ispira tutto fuorché sole-cuore-amore. E Sergio è uno di questi. Lui è BONO. Tenebroso. Perennemente abbronzato. E io al suo confronto sono la Tata.


Inteso come Fran Drescher. Sperando che si scriva così. E lo so, che non è carino neanche pensarlo, perché lui è un megatopolaus devastante, che gli basterebbe scrocchiare le dita per aver un’altrettanto megatopolaus nel letto. E invece no. Lui con me ci vuole parlare. Ci vuole stare. Vuole fare l’amore con me. E sarà che ho rivisto Bridget Jones da poco, e sarà anche che è Natale e siamo tutti più buoni per cui prendo l’ispirazione giusta e gli rispondo, finalmente dopo circa tre ore. “Hai ragione. Anche io vorrei essere lì e guardarti negli occhi. Parlare. E stringerti a me. E fare anche tanto l’amore. Ma purtroppo sono a Chieti. Quando torno ti chiamo. Baci”. Per questo e soprattutto altri motivi io marcirò all’inferno. Ma soprattutto, mi chiedo:


“Perché l’unica settimana che non sono a Roma il mondo mi considera?”. Sergio. Che ha tutte le carte in regola per sfondare nel mondo della musica, e sfondare anche ben altro ( ;)))) ) è il classico bello che non balla. Ha usato tutte le parole giuste per il messaggio, ed è stato davvero molto carino. Ma a me devasta. Lui ha millecinquecento preconcetti su quella che è la vita gay capitolina. Lui non va nei locali, non va al Coming, non va in nessun posto dove lo si possa incasellare nel fantastico e arco balenato mondo gaio. Lui va al lavoro, in palestra e il sabato sera a giocare a calcetto con gli amici di una vita. Il giovedì, di rado, al pub. E la domenica al cinema. Bè a me sembra molto più incasellato lui di qualsiasi altro gay.


Però è carino. Non è molto dolce a dir la verità. A parte le parole (si occupa di relazioni con l’estero, per cui si, sa usare la parola molto bene); lui ha degli atteggiamenti talmente maschi che ha volte sono anche troppo. Forse troppo per me. E lo so. Mi rendo conto di starla a fare lunga più del dovuto. Perché in fin dei conti basta che sei un tipo ok per del sesso promiscuo. Ma per qualcosa in più? Voglio dire, faccio bene a soppesare ogni dettaglio. A me sembra di impazzire. Mentre riflettevo su queste e mille altre milioni di varianti del problema, il mio occhio finisce su questa immagine.





Premetto, sono davanti il Megalò, IL centro commerciale di Chieti, che tra le altre cose ha anche un multisala. E mi impongo severamente di non pensare assolutamente a quello che voglio pensare, bensì di pensare che quello che sto pensando in realtà non lo sto pensando e che oramai è tutto dimenticato e cancellato dalla mia testa dopo la storia dell’sms. E infatti lo faccio. Anzi no non lo faccio. E mi ritrovo come un automa a digitare poche semplici parole sul mio telefono (ah si un I-phone per l’esattezza, così Sushi sarà contento) “Sergio, appena torno ti chiamo”. Anche se so già che non lo farò e come già sperimentato il chiodo schiaccia chiodo per me non vale, anzi peggio. Ma giuro che non sto pensando affatto a nessun’altro all’infuori di Sergio e me. Giuro.





N.B.

Il tipo di cui sopra in realtà non si chiama Sergio. E’ che non me lo ricordo il nome. Solo che per ragioni prettamente utili a rendere la lettura (già di per sé a volte molto contorta,) più comprensibile ho deciso di chiamarlo Sergio. Il tipo di cui sopra nella mia rubrica si chiama solo Bonoprati35. E non aggiungo altro. Izzie mi attende sempre. E io so che farò la sua fine, prima o poi. Mi chiedo, infine, se qualcuno possa mai chiamare un film Piovono Polpette. E qui, non mi sento di aggiungere nient’altro.