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Hello, it’s me…

Che poi Annabelle, esce dalla porta e rientra dalla finestra.

Nel momento in cui decido di non scrivere più niente, le cose accadono e si susseguono in una maniera così assurda e inaspettata che ecco, non raccontarle, sarebbe davvero un peccato. E allora, contrariamente a quanto detto e fatto, giusto perché io sono molto coerente, le parole, ad un certo punto, sono venute da sole.

C’è stato comunque qualcosa che mi ha fatto cambiare idea. Era un caldo pomeriggio di agosto. Faceva troppo caldo, e dovevo andare a vedere una casa a Prati. In men che non si dica, quell’estate che era stata una noia mortale, dalla fine di luglio aveva presa una piega diversa. Io e i miei coinquiliners avevamo ricevuto un out out, ovvero a settembre avremmo dovuto lasciare casa. Così su due piedi.

Sconvolgendo l’unica certezza da due anni a questa parte: la mia stanza verde. Quella stanza, aveva un significato importante per me e dei ricordi importantissimi. Mai e poi mai avrei voluto lasciarla. Ma i tempi stringevano e le opzioni sembravano non esserci, e soprattutto, di nuovo ero solo a dover cercare una casa e a doverlo fare in fretta. Sottolineo, da solo. Ovvio che non mi andava per niente.

Il desiderio però, se non potevo più vivere lì, era andare a vivere a Prati. E quel pomeriggio avevo appuntamento con un ragazzo che voleva affittare una stanza del suo appartamento vicinissimo a piazza Bainsizza, dove Annabelle in realtà era nata, qualche anno prima. Entrai, e capì subito che quel ragazzo era gay. Il che poteva essere già di buon auspicio. Alto, semi tonico, con molti capelli e con un pacco accessoriato sotto la tuta. Tuta, parola magica.

La casa non era davvero molto bella. Un secondo piano ben illuminato, un bagno, un salone enorme, una cucina grande il necessario, e due camere da letto. Lui estremamente gentile che aveva capito fin da subito da che parte tirasse il vento. Il prezzo però mi distrusse, in diretta. 550 euro al mese spese a parte. Non si poteva proprio fare. Ma neanche a contrattare o a voler andare a mangiare alla Caritas ogni giorno. Dovevo spenderne di base almeno 150 euro di meno.

Mi venne da piangere quasi, poi lui mi disse se volevo qualcosa da bere. Chiesi dell’acqua. Era ovvio che quella casa li meritava, vista la zona, ma per me era evidentemente fuori budget. Decisi di dirgli la verità, e di essere sincero, anche per non fargli perdere tempo. Lui si avvicinò e serio serio mi disse “Non fa niente. Visto e considerato che mi è venuto duro da appena ti ho visto, be ecco… Questa casa non posso proprio affittarla a te…”.

Partì un limone, ma un limone, di quei limoni che dici ma davvero sto limone lo sto facendo io? Be ecco. Dal limone a tutto il resto il passo è stato breve, e dopo ho provato anche il letto. Inutile sottolineare che era comodissimo. Ma non era quello l’aspetto più importante. Anzi proprio non vi racconto i particolari, perchè non avrebbe senso.

Due ore dopo, me ne tornavo a casa incredulo e sconvolto, ma non ero più solo.  Annabelle era finalmente tornata. Ed io ero andato a riprendermela a Prati. Quella sera ritrovai un po’ di tranquillità e di sorrisi veri. I miei. Non ridevo così da tanto tempo, ma a parte il sesso avevo finalmente rotto qualcosa. Ed il cambiamento, era iniziato proprio lì. Di nuovo.

Avevo un po’ di leggerezza, finalmente, l’avevo ritrovata.

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Rip Annabelle. Rip.

Le parole fanno male. I ricordi ancora di più. Il silenzio che ve lo dico a fare. In ogni modo non ne esco. E forse non ne uscirò mai. E’ rimasta una cicatrice, profonda e indelebile altezza cuore. Ricordare i giorni che sono stati non è affatto di aiuto. Il silenzio infinito, ed io non ho proprio più parole. E si ritorna lì, alle parole, che come lame appuntite trafiggono e non mi danno scampo.

Ero indeciso oggi sul da farsi. Il mio cuore vira verso nord, ma il corpo è fermo, esanime qui, a Roma. Dove tutto è iniziato e tutto, inevitabilmente è finito. Purtroppo niente è di conforto, e se oramai non piango più perché gli occhi sono spenti, non ho neanche più parole per raccontarmi. Sono sempre le stesse, in circolo, che si ripetono e si rincorrono senza suscitare interesse in nessuno di quelli che erano soliti leggermi, e soprattutto, senza aiutarmi più.

Forse la migliore cosa è sparire, per un po’. Lasciare quanto scritto a chi vorrà ancora leggerlo, rimanere in disparte ed occuparmi di qualcos’altro. A ricercare il sorriso che ho perso per sempre. E nessuno che se ne interessi. Nessuno che muova un dito per me. Perché quando ci sono io a non avere le forze di andare avanti, a perdere la speranza, a non riuscire a trovare più le motivazioni è noto che tutti si fanno indietro e pensano a cose più importanti. Non proprio tutti, per fortuna.

E due domande me le devo porre per forza. Non avrei mai voluto, ma probabilmente Annabelle è morta. Non oggi, ma esattamente tre mesi fa. Non è un caso però che oggi lo ammetto. Ci sono giorni in cui vorrei andare oltre e riprendermi, ma appena mi distraggo un po’ e sento di stare meglio mi ritorna tutto indietro più vivo e forte di prima. Mi ritorna in mente che non posso più condividere il mio sorriso con chi più di caro ho avuto. Perché non vuole.

E ne pago costantemente le conseguenze. Sono giorni che cerco le parole per questo post, poi sono arrivate in pochi secondi di getto, come accade sempre quando devo scrivere qualcosa. Le parole arrivano  ed escono da sole, senza controllo. Non c’è più speranza, ne serenità. E’ tutto nero e il dolore si affievolisce per poi ripalesarsi di nuovo più forte di prima.

Ho imparato sempre a mie spese, oggi più che mai. Una lezione che non dimenticherò mai, è che quando le cose non sono destinate ad essere non vale la pena neanche più provarci. Abbozzare, parlarne, chiarirsi. Tutto inutile. A niente è servito fidarsi. A niente è servito compiere errori. Non è servito niente di niente, fino al punto che ho lasciato perdere. C’è chi mi dice di prendere un treno e andare a trovarlo per parlargli ancora.

Non lo farò. Non tanto perché non ne sono capace. Sono certo però che non sarei capace a gestire le conseguenze, e sicuramente il mio gesto verrebbe visto in maniera sbagliata. Mi affido al destino, che quando ha voluto ci ha fatti incontrare. Ma non ci spero più di tanto. In fondo se non hanno voluto capirmi quelli che mi conoscono da anni, perché dovrebbe capirmi lui, che tutto sommato non ha neanche tutti i torti.

Nei prossimi giorni disattiverò anche i social. E’ assurdo come le cose possano cambiare. E’ bastato un anno a scombussolare tutto di me, e a non lasciare più niente di ciò che ero. Le cose cambiano, ed io sono cambiato. Annabelle è morta, Fabrizio annaspa.

wtf

Spero possiate capire. Per quanto ci sia ancora da capire. Prima o poi tornerò…

NB La canzone è di Levante, e potete sempre scaricare Abbi Cura di Te cliccando qui. ❤

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Roma allo specchio.

Dopo quanto tempo è possibile ricominciare? Poco più di un mese, anche se forse potrebbero essere almeno cinque mesi. Lui era stato chiaro. Per te sono morto. E infatti lo è. Ha esattamente mantenuto la promessa. La beffa nell’ingiustizia. Privarmi di ogni contatto e farlo nella maniera più drastica possibile. Nel frattempo la mia vita si è fermata. Sono rimasto inerme guardarmela scivolare addosso, senza capire più niente. Senza più respirare a pieni polmoni.

Una soluzione eccessiva, per quanto la situazione lo richiedesse. Anche se col senno di poi mi sono reso conto che forse tutti i soggetti coinvolti sono solo marionette nelle sue mani sapienti. Voleva ottenere delle cose. E le ha ottenute. Da me. Dal suo fidanzato. Capricci mascherati da bisogni che hanno trovato soddisfazione. E poi mi vengono a dire che questo è amore. Mi chiedo pure io che cosa ho in mente. Quando pensi di aver visto il peggio di una persona, ma il peggio vero, quello che ti fa male, che cos’altro di lui possa piacere ancora? Non lo so.

Non so proprio più che pensare. Forse hanno ragione gli altri, hanno sempre avuto ragione. Dal primo giorno. Da quel novembre del 2012, freddo e umido allo stesso tempo. Ne è passata di acqua sotto i ponti. Ne sono successe di cose, e me le rivedo nella mia testa, tutte, e fanno male ogni volta. Più di prima. Aveva ragione Giulia, avevano ragione Guy, la Du Barry, Valerio e Giacomo. I miei coinquiliners. Rosaria e Marcella. La Fabry. Avevano ragione tutti loro a dire che avrei pagato da solo. E a caro prezzo. E’ così poco importa tutto il resto.

Dovrei far finta che niente sia accaduto, me lo ripeto ogni giorno. Cerco di dare un ordine per trovare un po’ di sollievo. Ma non c’è via di uscita. Cerco di pensare a me, ma quando lo faccio e mi fido di qualcun altro mi arriva un’altra batosta. E allora non posso fare altro che far finta che sia tutto frutto della mia immaginazione. Che poi è quello che è passato. E’ rimasto che io sono un matto, ossessionato senza un minimo di equilibrio. Ecco, questo è il risultato.

Conto più di un difetto… Lo dico come se fosse un alibi. Come se potesse aiutarmi nel dover giustificare come mai mi ritrovo sempre così. A dover soffrire per qualcuno che non se lo merita. Tra i miei difetti ho una sorta di memoria indelebile per quanto riguarda date ed orari. Che, come oggi, diventano un problema. Perché ti ricordi di quelle cose belle che ti hanno fatto bene, e che non puoi più stringere tra le mani. Mai più.

Sono diventato il carnefice e la vittima allo stesso tempo di tutta questa situazione. Ma brancolare nel buio non aiuta nessuno. Figuriamoci se può aiutare me che ho bisogno di gesti e di parole per esser sereno. Succede solo che metti il punto e vai a capo. A malincuore. Chiudi quella cosa lì che non è stato niente, perché niente è rimasto. E lui si è preso tutto. Si è preso la mia fiducia in me stesso e negli altri. Si è preso i miei sorrisi. Si è preso la speranza. Quella speranza che un anno fa sentivo viva. E invece mi ha preso in giro pure lei.

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Così, Roma allo specchio si ama. Mentre io allo specchio sparisco. Sempre di più. Aveva ragione Einstein che diceva che la misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario, ma ha ragione anche mia nonna quando dice che a ca’ nisciun’ è fess, e pure la nonna di Tiziano Ferro ha ragione quando dice che chi cerca trova, ma chi cerca troppo a forza di cercare cade giù. E diamine se non sono caduto in basso. Sto ancora cercando una motivazione che mi faccia ritrovare la serenità. Anche se una risposta c’è sempre. E sta proprio tra quei sedici mi piace.

Perché in fondo le persone non cambiano mai. Nonostante andiamo a scomodare anche quelli più grandi e più saggi di noi,  quelli che cambiano poi, e se ne vantano come se avessero scoperto l’acqua calda, lo fanno solo per paura di rimanere da soli. Perché rimanere da soli fa più paura che portare le corna in fondo. Ecco, proprio come me. Che ho molta paura di rimanere da solo, perché conosco bene la solitudine e quanto sia difficile doverci fare i conti, ogni giorno. E chi può biasimare chi. D’altronde io dell’amore che ne so?

Ora, però davvero, basta. Per me. Per lui. Per tutti quanti.

N.B. Qui il link per scaricare direttamente “Ciao per sempre“. Merita. Grazie Levante ❤

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A voce alta.

FullSizeRenderQuesta mattina ho ritwittato il tweet che vedete in foto. Ecco questa mattina questo tweet mi ha aperto una serie di file in testa che credevo di aver chiuso. Non è un periodo facile. Oramai è un anno quasi che do di matto. Ne sono pienamente cosciente. E sono cosciente anche del fatto che al mio fianco ho delle persone fantastiche che sopportano questi miei momenti. Però quando tutto non va come dovrebbe io devo sempre torturarmi per trovare una soluzione.

Una volta, quando per un fatto totalmente anagrafico ero portato a credere che bisognava fare qualsiasi cosa per dimostrare e per sistemare le cose, probabilmente avrei gestito in maniera totalmente diversa tutta questa situazione. Oggi no. Oggi mi sento inutile. Forse essere un po’ più grande vuol dire anche dover metabolizzare in maniera diversa le situazioni, e a volte non fare proprio niente.

Questa mattina cercavo di sforzarmi di capire fino a che punto io possa stare male per qualcuno. Quel qualcuno per il quale io avrei fatto davvero ogni cosa. Poi mi sono trovato a pensare che forse, quel qualcuno non merita proprio niente. Quel qualcuno ha volutamente scelto di non far parte più di questa barca, e come uno Schettino qualsiasi l’ha abbandonata proprio mentre la barca andava giù.

Ecco quella barca sono io. Mi sono lasciato sopraffare da quello che provavo io senza dare il minimo peso ai gesti e alle parole sue. Adesso, oltre al danno la beffa, ovviamente, sono anche preso per il culo. Come se io non avessi già pagato abbastanza. Perché chi è fidanzato ha l’idea in testa che chi è single in qualche modo non soffre, oppure zompa da un letto all’altro senza la minima cura. La storia è tutta diversa, naturalmente.

Ma esiste il pudore? Esiste il momento in cui si decide che forse può bastare? Che forse non è più giusto fare del male e basta?  Ecco, io quel limite lo conosco, e proprio quando l’ho superato ne ho pagato le conseguenze. Gli altri, per quanta ragione possano avere non si pongono questo problema.  Non si interrogano sulla possibilità che esiste chi magari soffre e cerca solo il modo da riuscire da questa situazione.

No. Allora mi viene in mente che sono un debole. Uno sfigato. Uno che non sa giocare più come una volta. Uno che non ha detto niente di tutte le cose importanti che sa, che farebbero finire tante cose. No, io sto zitto, proprio per quel pudore di cui sopra, che a me non viene concesso. No. Perché avere un blog,  dove si scrive tutto ciò che si pensa viene scambiato come voler fare la vittima davanti agli occhi di chi invece ha fatto solo e sempre il carnefice. Oppure la superstar.

Non mi esprimerò proprio più in merito. Come se poi, esprimermi, in questo contesto chissà a cosa porti. Ci sono quattro gatti che leggono questo blog e come potete ben vedere nessuno lo commenta. Forse domani mi sveglierò di umore positivo e soffrirò di meno. Forse no, e magari non mi alzerò più dal letto per una settimana. In entrambi i casi quello che è certo è che le cose non cambiano.

Le cose non vanno per il meglio. Bisogna solo sorridere, farsi fare una foto e far finta che vada tutto bene. Perché se sei triste tanto lo sai solo tu. E se lo dai a vedere c’è chi se ne approfitta. Se fai qualcosa di male lo sai solo tu. Se hai la voce rotta dall’angoscia ti salvi dicendo che sei raffreddato e via di seguito. Ma dentro lo so solo io. E forse mi sono illuso che poteva interessare anche a qualcun’altro. Che questa volta poteva essere diverso.

“Io sto bene. Tutto tranquillo. Nessuna novità”.

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Pensieri che si rincorrono inutilmente.

La sindrome dell’arto fantasma è la sensazione anomala di persistenza di un arto dopo la sua amputazione o dopo che questo sia diventato insensibile: il soggetto affetto da questa patologia ne avverte la posizione, accusa sensazioni moleste e spesso dolorose, talora addirittura di movimenti come se questo fosse ancora presente. Questa sensazione, assolutamente normale e che non rientra in nessun tipo di problema psichico, è la dimostrazione più evidente dell’esistenza dello schema corporeo, che persiste, nonostante dall’arto amputato non giungano impulsi nervosi ai centri corticali.

Banalmente, la spiegazione di questa patologia, così come la espone Wikipedia descrive esattamente come mi sento. Con la solo differenza che la parte amputata è il mio cuore. Un aspetto davvero importante, perché il cuore, che io lo voglia oppure no, è ciò che ci fa rimanere vivi. Io descriverei me stesso in questo momento come vivo per inerzia. Continuo la mia vita, vado avanti ma senza un minimo obiettivo. Su niente.

Lo Zero che ritorna. E se il cuore mi è stato portato via, naturalmente, così come da sintomi io sento comunque tutti i dolori della conseguente asportazione. Ogni minimo crepitio lo avverto. Ovviamente le colpe ormai è assodato, sono tutte le mie. Sono stato sottoposto al giudizio di qualcuno che non so, sono stato condannato e sfanculato. Senza appello. Sapete per coscienza e anche per formazione, sono portato a non arrendermi mia.

Sono portato a pensare che anche se le cose cambiano si può fare sempre qualcosa per rimediare. C’è sempre un’alternativa per sistemare tutto. Ma ho capito che ci deve essere anche la volontà altrui. E a me la possibilità di rimediare, storicamente, non viene mai data. Adesso non voglio lamentarmi a prescindere o attaccare le pippe as usual.

No. Una cosa mi chiedo ripetutamente allo sfinimento: cosa avrei potuto fare di diverso? Ecco, adesso, col senno di poi mi vengono in mente tremilasettecentocinquantasette alternative. Adesso, che non posso più parlare ne fare più niente, saprei esattamente come comportarmi per far stare tutti bene.

Ma quanto sarebbe giusto? Quanto in questa storia a parte quello che ho fatto e pensato io, ci sia stato qualcun’altro che sia stato disposto a fare qualsiasi cosa per me? Esatto. Non c’era. E non c’è. Forse è da qui che dovrei ripartire. E’ da qui che dovrei cancellare tutto e andare oltre. Si, oltre. Perché andare avanti non se ne parla.

Per andare avanti si deve andare in due. E non è questo il caso. Andare oltre ha un’altro significato. Andare oltre vuol dire continuare a vivere come se non fosse successo niente. Come se le parole non fossero mai state dette.  Ecco, abbiamo scherzato! Ma io lo so benissimo che non è così. E soprattutto non ci riesco. Anzi, la cosa che mi più fastidio è che tutto ingiusto.

funeral

Non ho replica. Non posso dire né fare nulla. Niente di niente. Hanno già fatto il funerale al morto e a me non mi ci hanno voluto. E’ così e basta. Poco importa il resto. Gli urli, le lacrime e il dolore che ci siam fatti. Non si considera più niente. Niente che mi riguardi… Forse è questo quello che più importa in tutta questa faccenda. Quando c’era bisogno di fare un piccolo passo avanti nessuno, neanche io, ha avuto il coraggio di farlo.

Siamo andati dritti allo schifio. Alla genesi del dolore. Ognuno ha sparato le sue cartucce perdendo di vista chi eravamo l’uno per l’altro e perchè soprattutto. Suscettibili alla sofferenza più grande. Quella del cuore. Nessuno ha voluto prendersi cura di niente in maniera costruttiva.

Faccio un sogno ricorrente da due settimane. Torno dal lavoro e ti trovo sotto casa ad aspettarmi, ti vedo che mi segui con lo sguardo al supermercato e anche dentro l’ufficio postale. Sento i tuoi pensieri, e non mi dici niente. E paradossalmente forse è proprio così. Con la sola differenza che posso solo immaginare tutto. Forse hai sempre avuto ragione tu, sono pazzo. Pazzo e ossessionato.

Io resto con il mio, e tu resterà col tuo. Un’alternativa c’è. C’è sempre. Ma forse è ancora invisibile, o forse non la si vuole vedere. Io adesso, non ce la faccio neanche più  a parlare. Ce l’ho con me, perché ho sbagliato, e pago profumatamente. Guardo i giorni che scappano e i pensieri che si rincorrono alla ricerca di sollievo.

Che, non arriva, mai.

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Lettera aperta alla mia dignità. Ovunque essa sia.

– Perché piangi?
– Perché mi odia. E non ha neanche tutti i torti. E mi ha detto che è morto per me. Che devo sparire.
– E non pensi sia il caso di sparire?
– Tu pensi che se sparisco io non ci penso più? Tu pensi che io non abbia capito? Io sono del parere che forse ho fatto del male all’unica persona di cui mi sia mai interessato qualcosa. Ma tu trovi corretto che lui reagisca così? Io ho sbagliato, lo so, ma pure lui ha sbagliato. E più di me. Io non gli ho mai voltato le spalle. Io ho dovuto sempre capire. Perché lui non può capire me. Perché la mia sofferenza non viene mai presa in considerazione?
-Lo sai che non è questo. Lui vuole chiudere perché gli ha fatto del male. Ma sinceramente io penso che non è che hai fatto sta gran cosa. Cioè, alla fine lui ha tradito. Adesso se eri tu o un’altra persona il rischio di essere scoperto lo correva uguale. Io trovo che abbia sbagliato a prescindere da te. Certo tu hai accelerato i tempi. Stai tranquillo. E dagli tempo.
– E’ da novembre che aspetto. Aspetto una telefonata poi, mica che mi venga a prendere con il cavallo. Una cosa insignificante.
– Be adesso di cosa dovrebbe parlarti? Cosa ti aspetti che ti dica?
– Non lo so, so solo che non può finire così. Tanto lui non lo ha capito che qui se è morto qualcuno sono morto io, esattamente quella notte, la sera in cui se n’è andato. E in questo tempo non è cambiato niente. Anzi. Adesso poi vabbè, che te lo dico a fa…
– Bravo, non lo dire più…

Se fossi stato intercettato probabilmente i giudici avrebbero trascritto quanto sopra. Avrebbero trovato i capi di imputazione ed io sarei già in prigione. Purtroppo, o per fortuna, quando si tratta di relazioni non c’è un giudice che possa intervenire per dichiarare il colpevole. Non c’è niente che possa aiutare ad alleviare le sofferenze di uno dei due attori. Nulla di tutto ciò. Nelle relazioni ci si fa del male. Vicendevolmente. E si dimentica, poco a poco quello che si è stato l’uno per l’altro.

Ovviamente io non l’ho mai dimenticato cosa significa lui per me. Ma lui? Lui se lo ricorda chi sono io? In bilico tra sesso, amicizia e amore è quasi passato un anno. Amore per me, fatemi essere chiaro. Prima di lui com’ero? Io me lo ricordo. Ero convinto di avere tutto ciò che mi rendesse felice. Ovviamente mi sbagliavo. Dopo di lui? Il buio. Lo so, è al quanto pessimista come ragionamento e anche abbastanza negativo, ma io sono così. Io con lui ero felice e tranquillo. Avevo ritrovato una certa sicurezza, che non avevo da tempo.

Adesso nulla di tutto ciò. Adesso sono finito in un buco nero, dal quale non mi rialzo. Ed io sono ampiamente d’accordo con tutta la Giuria e la Corte che chi rompe paga, chi è colpevole deve subire la condanna e deve farlo in silenzio, ma qui, in ballo, ci sono pure io. Qui oltre ad aver distrutto la sua di vita e del suo ragazzo, si è distrutta anche la mia. Il gioco è finito e ben presto si è trasformato in un massacro. Di cui io ora ne pago le conseguenze. Ecco, non lo trovo giusto.

Non lo trovo corretto. Proprio perché tornando a sopra, io ne ho ricevute di cotte e di crude, e sono sempre rimasto lì, al mio posto. A dargli fiducia, a dirgli una parola e ad assolvere alle mie funzioni. Tutto però mi si è ritorto contro. Tutto. Perché secondo voi lo ha capito perché mi sono comportato male? Lo ha capito che mi ha mandato ai pazzi? Lo ha capito che se io sono ancora qui a parlarne è perché non posso fare a meno di lui? No. Lui capisce solo il suo.

Lui capisce solo che io ho sbagliato, ed ora devo pagare. Punto. Come se non avessi già pagato un prezzo alto quando nel giro di un mese ha preso baracca e burattini e se n’è andato da Roma, oppure dopo appena due settimane che si era trasferito mi sono sentito dire che noi eravamo degli estranei e che quindi non potevo pretendere che lui ci fosse lì per me quando ne avevo bisogno, o ancora di quando non ha potuto rinunciare ad una cena per vedermi. No. Io non ho pagato niente. Anche se i segnali erano tutti lì.

Io credo solo che se determinate cose accadano, accadano per un motivo ben preciso. Forse io sarò servito a lui per fargli capire qualcosa, ma lui a cosa mi è servito? Al momento solo a farmi passare un anno devastante. E sono ripiombato nel niente, e nel dover fare i conti con l’ennesimo fallimento, mio personale in primis ovviamente, di essermi fidati di chi ha sempre detto di fare le cose per il mio bene.

FullSizeRenderNon troppo tempo fa diceva di volermi bene. Intendiamoci, a modo suo. Che in realtà forse lui ha sempre inteso come voler bene solo a se stesso. E’ così. Tocca doverci fare i conti. Tocca dover riavvolgere il nastro e cancellare tutto. Un’altra volta. Ma questa volta le cose sono cambiate. Ed io sono cambiato. Perché dopo tutto questo farsi male le cose non possono non cambiare. Ecco, basta guardare le cose con occhi diversi per realizzare tutte le bugie. E da subito farò finta che vada tutto bene, anche se dentro è tutto un gran casino. E la smetterò di lamentarmi. Perché alla gente non va di sentire il dolore degli altri.

Il titolo, ovviamente, non è un caso.

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Un post mai pubblicato.

24 aprile 2014

“E’ venuto a prendermi una decina di minuti prima delle 21. La serata ha tutta l’aria di un primo appuntamento. Io sono eccitato. Per la prima volta nella mia vita sono felice. Mi sorride il volto. Gli occhi. Una cosa, che prima di oggi, è successa solo il giorno della mia laurea. Pensa te. Lui è tutto. E’ simpatico, fa battute, sorride. Parliamo di ogni cosa. La cena va veloce, tra chiacchiere e vino. Io sono contentissimo.

Di tanto in tanto mentre mangiamo mi accordo che mi guarda. Io ho davvero l’impressione che nel mio stomaco ci siano le farfalle. Sembra il blog di una quindicenne. Ma non sono mai stato così lucido nel descrivere ciò che provo. Mi sento strano. Per la prima volta ho l’impressione che finalmente qualcuno sia qui per me. Quello che ho sempre cercato, finalmente è qui. Davanti a me. E inaspettatamente mi stringe anche la mano.

Tra l’altro, le sue mani sono bellissime. Grandi, con le dita lunghe. Ma è tutto rapportato. Tra l’altro si è tagliato anche le unghie, perché qualche giorno fa gli ho detto che le aveva troppo lunghe per i miei gusti. D’un tratto mi viene da pensare che forse sono messo già male. Che alla fine ci sentiamo da due settimane, tutti i giorni, ed io sono già messo così. Poi però un vago pensiero mi si insinua nella testa. Lui non è roba tua. Lui è fidanzato. Non ti devi innamorare.

Usciamo dopo un oretta e mezza dal locale. Saliamo in macchina e mi bacia. Appassionatamente. Io ho già gli svarioni, e mentre gli dico la strada per tornare a casa mia mi tiene la mano. Le mie sinapsi, impazziscono subito. Arrivati nella via di casa lui va dritto senza indugiare, ma non ho neanche il tempo di chiedergli se vuole scendere. No. Parcheggia direttamente nel vialetto.

Io inizio a sentirmi in colpa. Questo pensiero mi ha colto per diverse volte durante la serata. Per qualche secondo. E poi è sparito. Ma si, un po’ mi sono vergognato. Insomma quello che mi sono ripromesso di non fare mai, e che ho già subito in passato adesso lo stavo facendo a qualcun’altro. Che non conoscevo e che sicuramente non se lo merita. Ma ero in balia della situazione. E di quella persona, che col suo calore mi stava riscaldando il cuore. Come mai nessuno in passato.

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Salgo in casa e prendo due birre, le sue preferite. Ci sediamo e accendo la tv. Decidiamo di guardare un film. Metto Sex And The City 2. Manco fosse un caso. Ci accocoliamo sul letto e ci stringiamo. Guardiamo 5 minuti di film, ma i nostri corpi non reggono. Siamo talmente vicini che non ha alcun senso continuare a guardare il film. Lui è talmente eccitato che provo un leggero imbarazzo. Lo sento e non mi va affatto di resistere. Non lo faccio. E non lo fa neanche lui.

Facciamo l’amore. Nel momento in cui lo stavamo facendo ho capito che era diverso dal solito sesso. Ogni suo gesto, ogni suo sguardo o movimento era fatto con cura. Ed è stato tutto perfetto. Non c’è stata una nota stonata in niente. Due corpi che si sono incastrati perfettamente. Senza ostacoli. Un’armonia quasi incredibile. E quando è finito tutto io avrei ricominciato ancora. All’infinito. Ma il tempo è tiranno, è arcinoto.

E lui, purtroppo, doveva tornarsene a casa. Abbiamo avuto il tempo di una doccia, con le stesse attenzioni di cui sopra. Qualche altro bacio e poi di corsa verso casa. Ho atteso il suo messaggio per sapere che era tornato dal suo fidanzato. E mi sono addormentato, per la prima volta, senza ansie nè angosce. Ero solo felice. Una felicità che ha preso ogni cm del mio cuore. Nel momento in cui ho realizzato tutta questa mia felicità, però, lo spettro del suo fidanzato, che uno spettro non è, anzi, mi ha fatto ricordare di non dover correre troppo.

Per oggi basta così. Un passo alla volta, senza pretese. Notte blog.”

 L’avresti mai detto che sarebbe finita così? Io no.

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Ultimo.

A volte arriva il momento di chiudere. A volte non basta sforzarsi per fare in modo che le cose funzionino. A volte bisogna rendersi conto che non c’è davvero più niente da fare. Che non si può avere più niente. Bisogna solo accontentarsi di quello che è stato e nulla di più. Perché ad essere sinceri e a dire le cose come stanno ci si rimette sempre. Anche quando l’altra persona ti dice che non è così.

Ma poi tutto grida il contrario. E così devo passare alla censura, a dire a me stesso che determinate cose non le posso neanche scrivere perché il suo unico problema è stare attento a non ferire il suo fidanzato. Che ha già ferito lui. Ma inevitabilmente la colpa è tutta mia. E così se stai al suo gioco va tutto bene. Se non dici le cose come stanno siamo i migliori amici. Se poco poco hai la necessità di dirgli che ti manca.

Che vorresti vederlo. Che quello che è stato ha avuto tutto un significa diverso per te. Allora no. Sei il cattivo. Ma lui fa di tutto per dimostrarti che non gliene frega niente. Non muove un dito. Anzi. Allunga le distanze. Alza i muri. Ed io che sono notoriamente instabile inizio a stare male. Mi manca l’aria. Ma lui non lo capisce. Si sente solo di dirmi che per me è diventato un ossessione. Che gli rompo le palle. Che la devo smettere. Che se voglio posso fargliela pagare. Che non devo fare la vittima.

samantha

Ecco. Altra nota dolente. Più che una vittima sono un coglione. Uno che non riesce neanche a fargliela pagare. Come se mi ci fossi messo da solo in questa situazione. Come se non avesse fatto niente lui. E quindi arrivo alla conclusione. La chiudo qui. La delusione è troppa. Non mi va di parlare. Stacco la spina e per il momento anche il blog. Tanto lo avrei fatto lo stesso. A breve vado fuori. Dall’altra parte del mondo per l’esattezza.

Spero solo di dimenticare tutto. Tutto questo dolore, che proprio non mi si addice per niente. Le persone non cambiano per i propri partner, figuriamoci se doveva cambiare qualcosa per me. L’ennesimo errore. L’ennesimo fallimento. L’ennesima situazione in cui devo sparire per leccarmi le ferite. Inflitti una appresso all’altra come coltellate. Questa volta è più dura. Questa volta io speravo davvero. E quando si annienta la speranza c’è ben poco altro da fare. Bisogna solo capire. Nonostante il cuore voglia altro.

L’unica cosa positiva per tutti voi, e che per un po’ vi siete tolti dalle palle il sottoscritto. Contenti voi. Contento tu, soprattutto.

Au revoir.

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Patrick Mulder ed una serata inaspettata – Part 2

N.d.A. – Nota di Annabelle. Con il nickname di Patrick Mulder si identifica un noto cantante italiano famoso in tutto il mondo. Conosciuto in una situazione particolare potete recuperare il nostro precedente incontro cliccando qui.

 adam

Marzo 2014

Era una serata fredda e, come tipica della capitale, molto umida. Un mercoledì come altri, in cui però io e le mie amiche avevamo deciso di abbuffarci come se non ci fosse un domani di schifezze di ogni genere e sparlare dei soliti ragazzi carini che ci fanno tanto imbestialire. Eravamo partiti per cenare all’Hamburgeseria, ma era tipo pieno da far paura per cui ci siamo ripiegati su un più banale Mc Donald’s, che comunque da le sue soddisfazioni.

Cena, kg di schifezze ed i soliti discorsivi noi single alle prese con questi ghey un po’ troppo insolenti che ogni giorni incontriamo. Ecco le schifezze servivano proprio a sedare tutti quei sentimenti catastrofici che loro sono in grado di scatenare. Dopo aver ridefinito per l’ennesima volta che le nostre vite sono orribili, e piene di insoddisfazioni, alle 22 circa eravamo già verso la via di casa, perché noi oltre a dover saper gestire una vita da single, dobbiamo portare anche la pagnotta a casa che vuol dire sveglia all’alba. E così, mentre camminavo per Piazza della Repubblica alla ricerca compulsiva di un autobus squilla il telefono.

Numero sconosciuto. “Pronto?” dico distratto con l’aria di quello che è stato appena disturbato. In fondo sono le dieci di sera, chi cazzarola mi chiama a quest’ora? “Hey, sono Patrick Mulder” dice una voce dall’altro lato. “Si, ed io sono Raffaella Carrà!”. E click. Chiudo la conversazione. Passano tre secondi e realizzo immediatamente. MERDACHENONSONOALTROHOAPPENARICHIUSOILTELEFONO A Patrick Mulder. Sono un idiota. E adesso come faccio? Non ho il suo numero e non mi richiamerà mai. Dramma.

Mentre penso a quale sia il modo più utile per mettere fine alla mia vita senza senso, il telefono squilla di nuovo. Numero sconosciuto. “Pronto!” dico attento, questa volta. “Ma che me stai a prende in giro? Io te chiamo e me butti giù?” dice Patrick evidentemente pieno. “Scusa, ma anche tu, secondo te io penso che tu sia il vero Patrick?!?” mi giustifico. “Bè, so Patrick. Che ti devo dire che sono Francesco?” dice adirato. “Si, lo so, hai ragione. Scusami…” Chegranfiguradimerda penso. “Senti a do stai? Io sto in giro magari ci beviamo qualcosa?” proprone. E che gli vuoi dire di no? “Guarda sono a Piazza della Repubblica, dimmi dove ci vogliamo vedere!” lo azzittisco! “Damme cinque minuti e sto lì. Ciao”. OHMIODDIO.

Sono entusiasta a tal punto che non so se pisciarmi sotto dall’emozione o cagarmi addosso per tutto quello che ho mangiato da Mac. Ma non ho il tempo di pensare ad altro che eccolo arrivare. Bello come il sole, addirittura scende e mi apre la portiera. Giriamo la piazza ed entriamo nel Boscolo Hotel di Piazza della Repubblica. Io basito. Alla reception lo riconoscono subito, e a me da una ventiquattrore e mi dice di assecondarlo. Figurati, sono il tuo schiavo. “Salve, avremmo bisogno della solita stanza, lui è un mio collaboratore, dobbiamo sbrigare delle faccende. Pago subito, perché non restiamo fino a domattina.” Io ancora più basito. “Certo” fa il concierge,  “sono 1570. Ecco il lettore” per strisciare la carta. Minchia.

Finite le operazioni di pagamento saliamo in ascensore. Ho la faccia che mi scotta per la vergogna. “Scusami. Ovviamente io non posso contribuire alla spese della stanza. Insomma, guadagno quasi la stessa cifra, e non potrei proprio permetterlo…” dico abbassando sempre di più lo sguardo pervaso da una vergogna che mai nella mia vita. “Ma stai scherzando, non devi minimamente preoccuparti. Anzi pensa a divertirti!” e mi lecca un orecchio. Ok. Mi pare giusto. Entriamo in quello che è in realtà un mini appartamento, corredato di ogni tipo di confort. Ogni. Incredibile ma vero. Addirittura una jacuzzi pazzesca. Patrick ha fame ed ordina subito panini e champagne. E fragole. Io nel minibar mi approprio subito della panna spray.

Insomma dobbiamo divertirci. Finiamo subito sotto la doccia, insieme. Ci baciamo. Lui però è stranamente accelerato, ho il sensore che sia strafatto di cocaina all’inverosimile. Anche se davanti a me non ha mai menzionato una cosa del genere. Di li ci spostiamo nella jacuzzi ed iniziamo a giocare con la fragole e la panna. Si nella jacuzzi. E poi ci raggiunge anche il nostro nuovo amico Champagne. E, come dire. Arrideverci a tutti. Iniziamo una straripante seduta di sesso interminabile. In tutti i pertugi. Lui, anzi, il suo enorme cazzo è insaziabile. Io sono in paradiso. E credetemi, il clou è stato farne di ben donde davanti le finestre che danno su Piazza della Repubblica. Uno spettacolo.

Alle tre io sono distrutto ed ubriaco. Anche Patrick, mica fischia. Ci siamo rifatti una doccia. E devo ammettere che Patrick oltre a saperci fare a letto bacia davvero alla grandissima. Ci facciamo una limonata devastante e ci rivestiamo. Lo accompagno a riprendere la macchina e sorridendo mi lascia lì, davanti l’albergo. Purtroppo deve scappare, ha un appuntamento al casello dell’autostrada, Ed io che pensavo di avere una vita piena. Mi dice anche che appena potrà ci rivedremo ancora, ed io ci spero. Rimango come un idiota però, per strada, col freddo di marzo che mi arriva alle ossa e la soddisfazione di aver segnato, finalmente 1000 punti. Me ne torno a casa con la convinzione che nessuno potrà mai credermi.

Einvece, improvvisamente, ricordo di essere Annabelle Bronstein, theoneandonly. Ed ecco. Levatevi!

Pubblicato in: amore, consapevolezza, Disagi, Disgusto Gay, Drammi, il pisello odoroso

Zero.

Preparatevi. E’ un post divertentissimo. (Non è vero, ma un preambolo più triste del post non mi è venuto in mente). 

Fin da piccolo ho sempre amato le sirene delle ambulanze. Per quanto significato di emergenza, mi hanno sempre affascinato. Le mie giornate sembrano essere scandite dalle sirene. Inevitabilmente ci sono finito in mezzo perché lavorando nella Sanità l’ambulanza me la sento riecheggiare praticamente dalla mattina alla sera. Questo per allacciarmi a come mi sento ultimamente. Ecco, avrei bisogno di un’ambulanza. Avrei bisogno che mi venissero a prendere e mi somministrassero qualcosa che mi faccia ritrovare la speranza. Qualcosa che mi faccia stare meglio.

Sono sempre stato molto positivo, nonostante la mia pienezza visualizzabile su ogni social, ho sempre trovato il sorriso nei momenti di più difficoltà. Ma adesso no. Non ci riesco. Non riesco a trovare pace. Non riesco a trovare la via per uscire da questo dramma. E i drammi, come di consueto, sono sempre dietro l’angolo. Anzi, io me lo sono trovato in piazza. Era una fredda serata di aprile, e lui mi stava aspettando. Era vestito benissimo, portava una giacca ed una camicia. Ricordo i colori, e ricordo le sue mani. E’ la prima cosa che guardo. Delle mani perfette.

Di li il tempo è volato. Ma lentamente. Prima ero l’amante, poi l’amico, poi di nuovo l’amante. Poi più niente. Di colpo. Poi sono stato il suo acerrimo nemico. Il capriccio di una sera. E di nuovo amici. Quando in realtà io ero su tutto un altro pianeta, e attendevo di risolvermi, e di stringerlo ancora tra le mie braccia, lui mi ha dato il colpo di grazia. “Me ne vado, ad inizio del mese prossimo mi trasferisco“. E li, in quel momento, il mio cuore che sanguinava si è spazzato. In milioni di microscopici pezzi. Ci siamo visti ancora, ci eravamo detti che saremmo andati a cena in un posto da tempo. Ci siamo andati. Eravamo lì, ma io ero assente. Completamente. Lo guardavo e vedevo che lui non c’era già più. Nei suoi occhi c’è ciò che lo aspetta a trecento chilometri da qui. E per me non c’è spazio.

cuore

Per me non c’è un dopo. Non c’è un futuro. Io sono qui, adesso, ed abbiamo scherzato. Abbiamo giocato. Niente è successo. Io mi sento ardere di desiderio. E lui si fa saltare i nervi perché uso appellativi inappropriati, secondo lui, per chiamare il suo fidanzato. Che ovviamente non ha tradito. Non è successo. Non era nel mio letto. Non era con me. No. Adesso ha capito che è stato tutto uno sbaglio. Tutto un errore. Ed io sono solo una che passava di lì. Chiunque sente questa storia mi fa pat pat sulle spalla e mi dice che devo dimenticarlo, che non vale neanche la pena.

Errore. Per me è valsa tutta la pena. Ogni gesto, anche se me lo ha fatto rimpiangere lui, l’ho fatto perché sentito. Quello che non capisco e non mando proprio giù, e il suo sguardo che trasalisce quando gli urlo per la strada che lo amo. In mezzo a San Lorenzo. Perché io me la vivo. Nel bene e nel male. E perché non c’è cosa peggiore che mentire a se stessi. E poi siamo stati tre ore a girare in macchina a cercare la strada per una gelateria. Ma il gelato non lo voleva nessuno. Ammutoliti. Come se fosse stata staccata la spina ad una malato terminale. L’onda è fissa, continua ed il bip è prolungato. Io sono morto, e nessuno se n’è accorto. Non mi do pace.

Lui è felice. Ha imparato la lezione. Adesso vuole impegnarsi per avere un rapporto corretto con il suo fidanzato. Basato sul rispetto. Lontano da me. Lontano da qui. Però va tutto bene. Mi scrive su what’s app, mi chiama , mi racconta le sue giornate. Va tutto benissimo. Io dovrei stare sereno. Dovrei stare tranquillo. Ma non lo sono. Mi sento svenire. E mi trascino da una parte all’altra della città alla ricerca di conforto. Non so dove andarlo a cercare, ma è così. E se guardo indietro, tutto mi parla di lui. E invece lui ha cancellato tutto da me. Ha fatto fuori i suoi social per non lasciare traccia di me.

E li ha riaperti da zero. Così che io, con ii miei like non ci fossi più. Non che fosse importante. E sono anche certo di non essere l’unico. Che ci sia sicuramente un Simone o un Alessandro che mi hanno sostituito. E un tarlo che mi punzecchia il cervello. Non lo posso dire con certezza, ma so che è così. Lui nega, ma non mi spiega. Perché neanche una spiegazione mi è concessa. Ed io guardo tutto dall’esterno, dopo aver finito le lacrime che ho in corpo, e mi sento solo uno zero. Un punto sbiadito della sua esistenza. Che non va da nessuna parte e vede sgretolarsi intorno tutto quello che di certo aveva.

Vorrei una carezza. Un bacio. Un abbraccio. Anche del sesso d’addio, volendo. Un emozione reale. Senza controllo. Ma so già che non ci sarà. E una volta lontano da qui, potrà finalmente ignorarmi. Per sempre. Come se non fossi mai esistito. Come se fossi proprio il niente. Come uno zero. Perché questo è quello che valgo. E il valore me lo ha dato lui. Al limite degli urli mi ha anche detto di dire tutto al suo ragazzo. Così, almeno sarei stato contento. Un altro errore. Sa benissimo che sono talmente sfigato che non lo farei mai, e non sarei mai capace di fargli del male. Non potrei mai.

Lui ride, scherza e prepara le valigie. Io ho la testa vuota e penso solo al giorno in cui definitivamente se ne andrà, e lo perderò per sempre. Ma devo stare tranquillo. Non cambierà niente. Me lo ripete come quando si parla ad una persona psichiatrica che non vuole prendere le medicine. E’ tutto ok, dice. Ma lo sa anche lui che non è così. Io non mi esprimo più di tanto e vivo questi ultimi giorni come un condannato a morte. Ma sono già morto. L’ho già detto, vero? Ripenso incessantemente a quel giorno al parco, quando il suo cane è scappato e lui si è scapicollato per andarlo a riprendere. Dovevo andarmene lì, e mettermi in salvo. Lì avrei potuto ancora salvarmi. Forse.