Pubblicato in: consapevolezza, Disagi, Disgusto Gay, ilpisellodoroso

L’appuntamento perfetto… Finchè

– Toc toc
– Chi è?
-E’ l’inenarrabile voglia di cazzo. Che dobbiamo fare? Sono cinque mesi che non fai sesso!!!
-Lo so! Che dovrei fare?
-Esci. Vedi gente. Scopa

Potrebbe bastare questo a riassumere tutto. Si perché quando ti calpestano il cuore è difficile riprendere determinate routine. Avvicinarsi, toccare, baciare qualcun’altro. Gesti semplici che nella mia testa non avevano più una vera e propria realizzazione. Mi chiedevo ripetutamente, “ma come si fa?”. Come mio nipote, che ha scoperto da poco le mani, e ancora non ha visto i piedi, arriva a toccarsi fino al ginocchio, io dovevo riscoprire quei movimenti.

Non avevo affatto voglia. Il solo pensiero mi faceva rabbrividire. Così, dopo quasi tre mesi passati chiuso in casa sul letto a piangere e ad abbuffarmi della qualunque, ho deciso di dare una possibilità all’unico che mi sembrava valido. Il collega. Che per inciso vuol dire stessa età, stesso lavoro, stessa ironia ma di Roma. Una sorta di garanzia, visto che fino a quel momento ero inciampato sempre nelle persone più sbagliate sulla piazza. Dettaglio strettamente necessario: single!

Mi sono dovuto forzare e non poco a decidere, per questo, un sabato sera senza niente di meglio da fare ci siamo dati appuntamento all’Altare della Patria verso le 21:30. Un appuntamento senza doppi fini. In realtà alle 17 ho iniziato a realizzare il fatto che dovevo andarci per davvero. Ed ecco, non mi andava. Mi sono dovuto forzare, mettendo tutto sul piano “se non ci vai sei una sfigata orrenda”. Alle 19 ero già pronto. Con l’ansia che mi si mangiava.

Sono uscito. A piedi. Da Montesacro in centro. Nel tragitto ho pensato ad una marea di dettagli devastanti: stavo facendo il primo passo per uscire da quella maledetta storia? Stavo facendo qualcosa per me? Oppure stavo facendo qualcosa che gli altri si aspettassero facessi? Non  lo capivo. Me lo ripetevo in testa, ma non sapevo gestire le risposte. Sono arrivato alle 21. Ed ho passeggiato ancora un po’. Stavo per ripensarci, poi  IlCollega mi scrive: “Sto cercando parcheggio. Ottima scelta il centro, vero?”.

Ecco. Non potevo scappare più. Stava arrivando. Prima che potessi realizzare il da farsi me lo trovo davanti. Eccolo. Di fronte a me. Carino, molto carino. Belle mani. Unghie corte. Curate, e pulite. Bel culo. Porta un golfino di lana, nonostante l’umidità di fine marzo. Io sorrido. E mi lascio guidare. Il primo impatto è positivo. Iniziamo a passeggiare e a parlare. Di lavoro, di storie passate, di quello che si vorrebbe e di quello che non si ha.

Lui è molto misurato. Non si espone. Ma vedo che mi osserva. E’ simpatico però, mi mette a mio agio. Rimaniamo in una sorta di confort-zone, senza andare oltre, utile ad entrambi forse. Si ride, si gioca, ma tutto sul vago e sull’innocuo. Ci fermiamo in un wine bar a bere qualcosa. Io parlo dei gay, di Roma, di quanto mi sia stufato di correre dietro alle persone. Lui mi chiede di non dire gay ad alta voce.

I suoi non lo sanno. Di lui sa solo un suo caro amico. Ecco, c’era qualcosa che non andava. “Per piacere non usare certe parole. La gente ci guarda”. Bene. Voglio comprendere, in fondo non siamo tutti uguali. Beviamo, ridiamo. Parliamo di sesso. E’ lui a chiedermi che gusti ho. Cosa mi piace. Io rispondo in maniera molto dettagliata. In fondo siamo qui per giocare. Gioco. Lui ride. Mi dice i suoi gusti e quello che lo eccita. “Usciamo di qui. Devo fumare!” e mi schiaccia il piede per accelerare il tutto.

Mentre gli accendo la sigaretta guarda le mie mani. “Finalmente una persona con le mani a posto. Unghia corte. Pulite. Belle mani, mi piacciono”. Sorrido. Si vede che siamo infermieri. Ho pensato la stessa cosa, e mi piace pensare che sia un dettaglio positivo. Continuiamo a passeggiare, siamo più rilassati entrambi. L’alcool aiuta, sempre. Ci buttiamo sui Fori Imperiali, e finiamo davanti la Chiesa dei Santi Luca e Martina.

E’ bastato poco e ci siamo avvicinati. IlCollega sa il fatto suo, e bacia anche da Dio. Mi stringe. Mi tocca. Cerca i miei occhi. Io mi sento finalmente i polmoni pieni d’aria. Stiamo lì una mezz’ora buona, ci fermiamo solo quando arriva gente. Ci guardiamo intensamente, e lui, sorride. Sembra felice. “Sei bellissimo” mi dice a bassa voce. Esattamente quello di cui avevo bisogno. “Qual’è la casa più vicina, la mia o la tua?” mi chiede.

La mia. La mia è sempre la casa più vicina. Andiamo a prendere la sua macchina e ci andiamo. Quello che ne segue sono un paio d’ore di assoluto piacere. Lui mi dice delle cose che mi hanno sconvolto. Io non mi sbilancio. Se ho imparato qualcosa dal passato è meglio lasciare qualcosa all’immaginazione. Stiamo benissimo, non bene. Facciamo qualsiasi cosa e la facciamo guardandoci sempre dritto negli occhi. Mi risento i piedi a terra. Risento il battito del mio cuore. Sono felice.

Nelle due settimane successive…

Il mantra è stato NON PENSARCI, NON ESAGERARE, STAI SERENO. Mi sono mantenuto per tutta la settimana. Non ho esagerato con i messaggi. Non ho esagerato nell’esprimermi troppo. La Burina, la mia coinquilina, ha continuato a ripetermi di stare tranquillo e di farmi cercare. Lui mi ha cercato, ma qualcosa non mi tornava. Dovevamo vederci il martedì, ma non poteva. Facciamo venerdì, ha una cena. Aggiorniamoci. Vediamoci lunedì. Devo stare con i miei. Vediamoci mercoledì. Non posso, impegni con il lavoro. Domenica? Fuori per il weekend.

Ho aspettato il lunedì successivo per parlare. “Mi dici che problema c’è. Io sono stato benissimo. Ma ho l’impressione che non mi vuoi vedere. Che succede?” gli scrivo. “Scusami, hai ragione. Ma da venerdì mi vedo con un altro. Una cosa che non avevo previsto. E’ sbucato fuori dal nulla, non lo sentivo da mesi. Non ho premeditato niente, è solo successo e basta” mi scrive. Neanche mi telefona.

quote

Ecco. Mi spiegate quello che vuol dire? Niente, vero? Sono stato anche io questa volta? Non lo so. So solo, che non vale neanche la pena rammaricarcisi troppo. In fondo basta avere una buona giustificazione. Ed io dovrei ricominciare da zero? Come se tutto quello che è successo fino ad oggi non mi avesse minimamente cambiato. Come se tutte le cose che ho dovuto sopportare e digerire non mi avessero minimamente toccato.

Ovviamente non mi sono innamorato. Ma avrei potuto. Ma allora che ci sei venuto a fare? Che me le hai dette a fare. C’ero solo io che lo posso testimoniare. E Roma. Ma forse anche Roma direbbe che non è stato niente, e si farebbe una risata.

Si. Per non piange. PIENA. Ancora. Ah, dimenticavo. Ildrammaèsempredietrol’angolo. Sempre.

Pubblicato in: amore, atonement, consapevolezza, Disagi, il pisello odoroso, mood pensieroso, psicanalisi

Con la testa fra le nuvole.

nuvole

Nell’ultimo periodo ho volato tantissimo. Ergo tanto tempo per pensare. Forse troppo. Ecco, non mi voglio affatto dilungare con risvolti depressivo-maniacali-convulsivi su chi ha deciso di girarmi le spalle. In fondo non se lo merita neanche più. In realtà quando avevo deciso di chiudere il blog, lo avevo deciso per davvero. Non volevo più tornare su queste pagine a scrivere. Più che altro perché scrivere vuol dire rivivere di nuovo una determinata situazione e quindi soffrire. Ancora. E ancora.

Detto ciò, ero lì che me la volavo e affidavo me stesso solo allo scheduling dettagliato degli aerei che avrei dovuto prendere nelle successive ventiquattro ore, e nient’altro. Non avevo altra certezza. Dovevo solo portare il mio culo in Australia, con un viaggio che partiva da Roma e faceva prima tappa a Londra. Per un notte, per riposarmi, per ripartire l’indomani.  Arrivo a Londra in una serata freddissima, e prendo direttamente un autobus che mi lascia in albergo a cinque minuti da Heathrow.

Arrivato in camera avevo solo una gran fame. Non mi sono preoccupato della valigia, l’ho lasciata li in mezzo alla stanza, e me ne sono andato nella lobby dell’albergo per mangiare qualcosa. Un albergo a cinque stelle costatomi pochissimo con un ristorante di merda. Niente di invitante, la cosa più interessante è stata la mia scelta finale, ovvero un sandwich orrendo. Di li a poco però mi sarei fatto catturare dal solito specchietto delle allodole per i gay. Grindr.

Si perché mi sono accorto di essere già sotto wi-fi, e ci ho messo tre secondi ad accendere la maledetta app. Ho fatto anche subito a chiuderla però, non mi andava niente. Ero solo con me stesso una sera a Londra, e volevo starmene tranquillo. In realtà nella sala di fronte a me c’era un party. Ed io, ho deciso di andare a dare un’occhiata. Non so dov’ero finito. Probabilmente una di quelle feste aziendali di Natale. Sarebbe stato Natale di lì a poco, ma io non ne sentivo proprio lo spirito.

La caciara era tanta, la musica un pop abbordabile e mainstream e la maggior parte dei presenti erano usciti da un film di Bollywood. Tutti ubriachi naturalmente. Ed ovviamente nessuno di vagamente interessante. Ho sorriso ai presenti e me ne sono tornato in stanza. Mentre ero lì che cercavo di attaccare il telefono a caricare nella spina del bagno per il rasoio (l’unica in stanza non inglese), mi sono fatto una doccia e mi sono rilassato un po’. Mentre mi lavavo i denti l’occhio mi cade sullo schermo del telefono e vedo che qualcuno mi ha scritto.

E’ un altro ospite dell’albergo. Mi dice che è un pilota della British Airways ed è lì per la notte. E’ turco. Gli scrivo che non lo so. Non mi va di fare sesso. Non faccio sesso da quando lui se n’è andato. E doverlo fare con qualcun’altro mi rattrista. Mi sento ancora legato. Decido che forse la devo piantare di fare Rossella. E che domani è si un altro giorno. Ma sicuramente un giorno senza di lui. Sono lì, che mi guardo allo specchio ed invito il pilota in stanza.

“Stanza n. 1014 tra un quarto d’ora” gli scrivo. Lui è puntuale e dopo quindici minuti lo sento bussare alla porta. Lo faccio accomodare e parliamo un po’ di noi. Mi dice che è stanco, ha volato per tutto il giorno. Vuole rilassarsi. Io gli racconto del lungo viaggio che mi attende, e di quanto abbia bisogno di tranquillità, poiché l’ultimo periodo è stato abbastanza devastante. Durante la conversazione, passa a raccontarmi di Dubai ed inizia a massaggiare i piedi.

Di li a poco, ci ritroviamo abbracciati, e ci baciamo. E poco dopo ancora scopro che ciò che si dice sui turchi è vero. In realtà però i nostri corpi si avvicinano soltanto. Ma nulla di più. Lui mi dice che mi vede teso. Lo sono. Molto. Non so se andare oltre, mi dispiace perché lui è davvero un gran figo. Un fisico tonico, delle enormi spalle e muscoli pronunciati che non deludono affatto. E’ carino. Mi guarda e mi bacia ancora.

Io sorrido, quasi mi imbarazzo. “Can I take care of you?” mi chiede sorridendo. Io annuisco. Mi allungo sulla pancia ed inizia a massaggiarmi dal collo. Mano a mano scende giù, fino al sacro. E poi ancora più giù. Poi comincia a massaggiarmi con la lingua. Ovunque. C’è stato un secondo in cui ho pensato di fare di più. Ma il secondo successivo me ne ero già pentito. Come una pazza squilibrata mi è scesa una lacrima che ha rigato il volto. La testa era ancora fra le nuvole, e pensavo a tutt’altro.

In realtà lui, neanche mi avesse letto nel pensiero, si interrompe e guarda l’orologio. Si sono fatte le tre, ed io non me ne sono minimamente reso conto. Mi dice che è tardi, che l’indomani dovrà volare da Londra a Dubai e che ha riposato poco durante il giorno. Io annuisco, sorrido e mi rivesto, in fondo se avesse voluto fare altro lo avrebbe fatto già da un bel po’.

Mi faccio un’altra doccia e mi metto finalmente a dormire. Non voglio trovare un altro motivo per deprimermi. In fondo non volevo fare niente dal principio, e deciderlo, mi ha reso sicuramente un po’ più sicuro di me stesso. Anche se sinceramente non ho mai pensato che rifiutare del sesso sia indice di sicurezza. Anzi. Mi faccio rapire dalla morbidezza delle lenzuola e rifletto su quanto si difficile fare determinate cose. Chiudo gli occhi, cosciente di essere ancora un po’ triste. Ma passerà. Lo spero, almeno.