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Ok, ci sono.

samjones

Oramai è una cosa arcinota: appena comunico il mio ritorno sulle scene, ecco che contestualmente accade qualcosa che mi destabilizza e mi fa sparire di nuovo.  Avevo pensato di tornare proprio durante questa quarantena, ma ahimé, oltre ad essere una bionda tutto pepe sono anche una bionda che lavora nella sanità. Immaginate solo giornate intere a lavoro. Ad ogni modo mi sono ripromesso di tornare con un mood quanto meno scanzonato ed allegro per alleggerire la giornata a voi che capitate qui.

Mi sembrava doverosa una premessa simile, anche perchè devo introdurvi il soggetto su cui si soffermerà il mio notorious occhio indiscreto. Quel sottobosco di movimenti e strategie che perseguono un obiettivo che fa gola a noi tutti. Il cazzo. Eh sì, basta menarla con questa storia che state chiuse in casa ad ammassare ciambelloni e pizze. Finitela di giocare a “mamma e figlia” con i coinquilini. Ditelo a tutti quello che state facendo. Avete scaricato tutti Telegram e riattivato le vostre pagine Vero. Siete tutte arrapate come lontre assassine.

Preparatevi, perché questa settimana a sorpresa ricomincerò a pubblicare nuovi post, e ve ne racconterò di ben donde.

Alla mia maniera

Annabelle

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Hello, it’s me…

Che poi Annabelle, esce dalla porta e rientra dalla finestra.

Nel momento in cui decido di non scrivere più niente, le cose accadono e si susseguono in una maniera così assurda e inaspettata che ecco, non raccontarle, sarebbe davvero un peccato. E allora, contrariamente a quanto detto e fatto, giusto perché io sono molto coerente, le parole, ad un certo punto, sono venute da sole.

C’è stato comunque qualcosa che mi ha fatto cambiare idea. Era un caldo pomeriggio di agosto. Faceva troppo caldo, e dovevo andare a vedere una casa a Prati. In men che non si dica, quell’estate che era stata una noia mortale, dalla fine di luglio aveva presa una piega diversa. Io e i miei coinquiliners avevamo ricevuto un out out, ovvero a settembre avremmo dovuto lasciare casa. Così su due piedi.

Sconvolgendo l’unica certezza da due anni a questa parte: la mia stanza verde. Quella stanza, aveva un significato importante per me e dei ricordi importantissimi. Mai e poi mai avrei voluto lasciarla. Ma i tempi stringevano e le opzioni sembravano non esserci, e soprattutto, di nuovo ero solo a dover cercare una casa e a doverlo fare in fretta. Sottolineo, da solo. Ovvio che non mi andava per niente.

Il desiderio però, se non potevo più vivere lì, era andare a vivere a Prati. E quel pomeriggio avevo appuntamento con un ragazzo che voleva affittare una stanza del suo appartamento vicinissimo a piazza Bainsizza, dove Annabelle in realtà era nata, qualche anno prima. Entrai, e capì subito che quel ragazzo era gay. Il che poteva essere già di buon auspicio. Alto, semi tonico, con molti capelli e con un pacco accessoriato sotto la tuta. Tuta, parola magica.

La casa non era davvero molto bella. Un secondo piano ben illuminato, un bagno, un salone enorme, una cucina grande il necessario, e due camere da letto. Lui estremamente gentile che aveva capito fin da subito da che parte tirasse il vento. Il prezzo però mi distrusse, in diretta. 550 euro al mese spese a parte. Non si poteva proprio fare. Ma neanche a contrattare o a voler andare a mangiare alla Caritas ogni giorno. Dovevo spenderne di base almeno 150 euro di meno.

Mi venne da piangere quasi, poi lui mi disse se volevo qualcosa da bere. Chiesi dell’acqua. Era ovvio che quella casa li meritava, vista la zona, ma per me era evidentemente fuori budget. Decisi di dirgli la verità, e di essere sincero, anche per non fargli perdere tempo. Lui si avvicinò e serio serio mi disse “Non fa niente. Visto e considerato che mi è venuto duro da appena ti ho visto, be ecco… Questa casa non posso proprio affittarla a te…”.

Partì un limone, ma un limone, di quei limoni che dici ma davvero sto limone lo sto facendo io? Be ecco. Dal limone a tutto il resto il passo è stato breve, e dopo ho provato anche il letto. Inutile sottolineare che era comodissimo. Ma non era quello l’aspetto più importante. Anzi proprio non vi racconto i particolari, perchè non avrebbe senso.

Due ore dopo, me ne tornavo a casa incredulo e sconvolto, ma non ero più solo.  Annabelle era finalmente tornata. Ed io ero andato a riprendermela a Prati. Quella sera ritrovai un po’ di tranquillità e di sorrisi veri. I miei. Non ridevo così da tanto tempo, ma a parte il sesso avevo finalmente rotto qualcosa. Ed il cambiamento, era iniziato proprio lì. Di nuovo.

Avevo un po’ di leggerezza, finalmente, l’avevo ritrovata.

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E che Pride sia

Nonostante avessi deciso di non esserci per motivi strettamente miei, e che vi risparmio, sto andando. Quest’anno lo spirito del Pride mi ha coinvolto poco e niente. Ma ciò nonostante è un’ora che ci penso su. Nonostante le mie delusioni e i miei sbatty esserci è una priorità.

Anche se tutto grida il contrario, in me. Anche se i miei pensieri mi hanno fatto desistere fino all’ultimo, la speranza nel cambiamento ha vinto. Ed ora vado.

Buon Pride a tutti!

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La mela avvelenata

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E’ martedì. Che però sa di lunedì. mi sono svegliato all’alba come sempre, anche se ho fatto dei brutti sogni che non  mi hanno affatto reso la notte tranquilla, anzi. Dicono che i sogni in realtà durano non più di un minuto. A me è sembrato che sia durato almeno un paio d’ore. E l’angoscia mi ha devastato, neanche a dirlo. Neanche fosse poi una novità.  Sono andato a lavoro sfatto. Con una faccia che neanche la mia supercremaperleocchiaie ha avuto successo.

Il mood è proprio questo. Mi sento una cacca ambulante, e mi trascino da una parte all’altra della città senza capire esattamente la mia utilità. Ho deciso che devo farmela prendere bene. In ogni caso ho una giornata pesante da dover gestire. E gestire sta diventando il mio cruccio ultimamente. Soprattutto quando devi iniziare a gestire le cose che uno prova. E che in realtà non dovresti provare, ma che cavolo, poi ti ci ritrovi in mezzo e non sai che fare.

Per fortuna vivo ancora una fase abbastanza primitiva di questa situazione indicibile di cui parlo strettamente e necessariamente per trovare sollievo. Il sollievo, comunque, non esiste. Giusto per chiarirvelo. Così mentre io mi arrovello su come gestire ciò che mi frulla nel cervello, perchè amo scomporre le mie azioni all’infinitesimale, ed ancor prima di provare qualcosa, ho la necessità di focalizzare la sua esatta posizione. A che serve? Serve a non star male. Perchè io non posso permettermelo di stare male. Non più almeno.

Perchè se sto male, di colpo ed inevitabilmente, inizio a fare la matta. Allora calmo, e sangue freddo, e lasciamo diluire i pensieri da soli. Via. Lontani chissà dove, ma soprattutto lontani da me. Oggi è il primo giorno in cui non mi fa male la testa. Decido di partire da quello. Ma mentre io gioisco per il mio scampato mal di testa che da giorni mi infastidiva, dall’altro lato della città sono stato sonoramente ignorato. Da tipo 24 h. E sapete come funziona. Fino al giorno prima mi dici pure quante volte vai al cesso, oggi neanche un buongiorno.

Io non sono capace di guardare le situazioni spegnersi e non far nulla. Se proprio si deve spegnere qualcosa ne voglio essere il solo ed unico responsabile. Per questo ci vado giù di messaggio:. “Che fine hai fatto? Buondì… Auguri“. Ancora niente. Mi chiedo se abbia inserito il silenzioso senza accorgermene, e in realtà ci siano dei messaggi non letti. Nulla di tutto ciò. Lui non risponde. Lo farà più tardi. Vagamente. Ma non sono soddisfatto. Improvvisamente lo sento lontano anni luce. Sento che non è più qui.

Allora inizio a torturarmi, come faccio sempre in questi casi, a chiedermi il perchè di questa e quell’altra cosa. A rileggere al microscopio le conversazioni. Sono alla ricerca disperata di indizi, che confermino questa o quella teoria. Non ne trovo. Niente mi soddisfa. Niente mi da tranquillità. Non c’è una sola cosa che mi faccia stare sereno e tranquillo. Quando finalmente risponde, non sono comunque contento. Anzi.

Ha un’insana vaghezza, che non mi convince. La mia sensazione è quella di affogare. E di non poter più respirare, ma non riesco a fare niente per tornare a galla. Mi vedo da fuori che non respiro. E mi sento solamente impotente. Un bip bip mi fa tornare in me. E’ la Du Barry. Prendiamo accordi per la serata, e decidiamo i dettagli. Ma con la testa penso ad altro. Penso di aver morso una mela avvelenata.  E penso di averla mandata giù in un sol boccone. E non mi porterà a niente di buono.

O per lo meno, spero di sbagliarmi vivamente.

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With you I’m born again


Ok. Sono tornato. Adesso dovrei farvi un piccolo riassunto del perché e per come non ci siamo visti per tutto questo tempo. Ma non lo farò. Insomma potrei dire la verità ed essere sincero, con tutta la possibilità di apparire come una sfigata più sfigata della sfigata orrenda che in realtà sono. Potrei dire che ho scritto solo post tristi e pieni di noia che mi hanno anche fatto abbastanza inorridire. E che in qualche modo mi sono censurato, tutelando soprattutto me stesso. Ed ho fatto bene. Si, mi sono tutelato e ci avevo visto giusto.


Si perché nono stante sia una persona impulsiva e priva di regolarità intestinale, in realtà per una volta soltanto mi sono affidato a quello che mi ero promesso mesi fa. Parlavo di un viaggio. Di un cambiamento. Della necessità si cambiare per stare meglio, perché in soldoni era meglio soprattutto per me. Ovviamente. Ma ho solo preso per il culo me stesso, perché in fondo so chi mi piace. Ma avevo la necessità di scappare, perché il risentimento, quello che ti viene dentro, e che non controlli perché in fondo i sentimenti non li puoi chiudere da nessuna parte, esponenzialmente cresceva sempre di più.

Pure se tu ci credi che è finita, e fai la recita con tutti, perché in qualche modo dovrai auto convincerti che è così, ebbene no. Niente. Nella testa quel povero piccolo neutrone offeso continua senza senso a girare in tondo e a riportare attenzione proprio li dove il dente duole. O il cuore sanguina. Se volete. Ed è un’attimo rendersi conto che in realtà non è finito nulla. Che vivi in sospeso, che mangi perché vuoi abbuffarti e tutto ciò che ne comporta. E allora si rende necessario il viaggio. Mirato. Organizzato. Che serve a fugare ogni dubbio. 

“Si ritorna solo andando via” 

Che non lo dico io. Lo ha detto qualcuna che di pene (d’amore) e su come struggersi, evidentemente  ne sa molto più di me. Ma io mi conosco. La mia necessità, in questo esatto momento era capire come recuperarmi. Si. Ritrovarmi. Darmi forza e conforto. E cosa potevo fare se non andare via per un paio di ore? Fuggire da quello che mi ricorda incessante quel fottuto neurone. E sono andato. Milano la destinazione. Per fare pubbliche relazioni. E sorridere. Ed ho sorriso. Molto. 

Adesso arrivo al punto prima che vi inalberate che vi sto già rompendo, ma il prete (!) vicino a me sul treno si è appena alzato per andare a dire a un tizio poco più in là che il film che sta guardando è troppo alto. Ed io e  Max Novaresi (!!!) che è seduto giusto affianco a noi dall’altro lato lo abbiamo guardato pensando “Tesoro ma davvero? Mica sei la seminarista sfranta che te la senti così calda???” Cmq. Il signor Max dal vivo  è davvero un gran Figo.  Torniamo a noi va, che mi si sfascia la poesia altrimenti.

Ero fomentato dalla mia curiosità di capire la mia  reazione. Un po’ come un’autolesionista che si fa male da solo volevo andare dritto contro un muro. Farmi male, urlare fare la pazza, struggermi e tornare indietro. Poi appena arrivato sono bastati 5 minuti per capire che in realtà io NON AVEVO CAPITO UN CAZZO. MA PROPRIO UN CAZZO DI NIENTE. Ed ho capito velocemente che io avevo perso di vista il punto cruciale che QUESTA persona forse NON ERA QUELLA CHE IO HO SEMPRE CREDUTO ESSERE. Scusate mi si era bloccato il tab e non avevo voglio di riscriverlo. 

Ed un suo routinario, ed inconsapevole gesto quotidiano mi ha aperto gli occhi dal sonno perenne che mi aveva colpito. Si. Proprio così, e non entro nei dettagli perché non voglio di certo dargli l’ennesima soddisfazione. Proprio per niente. Era tutto chiaro a chiunque tranne che a me. Ma sapete io sono uno che crede che prima o poi le cose si aggiustino da sole. Che si evolvano. Che tutto sia simile ad un telefilm. E invece. Ma la verità la conosceva Giulia, la sapeva Guy. Ne era certo Ciù Ciù e persino Ga. 

Tutti loro avevano inteso la questione. Ed anche altre persone che sapevano ben poco di tutto ciò lo avevano inteso. Solo io no. Solo io speravo ancora. E in quei 5 minuti il disgusto mi è arrivato alle orecchie.  Ed è uscito fuori palesandomisi tutto davanti in maniera molto chiara. Perché io non lo voglio uno simile che sta con me. E così le acque si sono rotte ed Annabelle è rinata. Piena di vernice caseosa, sporca di un sentimento per niente sano e fuori luogo. Ed ho cancellato tutto. Il dolore. La gioia. Il piacere. Tutto.

Volevo cancellare anche i post dedicati. Ma poi ho pensato che non aveva gran senso. Soprattutto perché se adesso sono rinato ed ho ritrovato quel mood che speravo di ritrovare da tempo e palesemente merito tuo. L’ultimo che ti do. Quello più importante. Te lo voglio dare, perché così riesco a sollevanti da responsabilità più grevi. Più importanti. E forse non è propriamente vero che la vita non è come un telefilm. Forse qualcosa di simile c’è. O almeno non voglio rinunciare a pensare che non sia così. 

Ma voi volevate sapere delle RdP a Milano? Next time. Altrimenti diventa di un lungo che ciao. Appunto. Ciao.

N.B. Aspettavo un segno. Il segno è arrivato. Il prete, di cui sopra, appena prima di scendere dal treno si è delicatamente cappottato su stesso. Ho subito riconosciuto che quello era un segno, e che io ero finalmente rinsavito. Grazie Milano.