Pubblicato in: il pisello odoroso, rileggiamoli

Rileggiamoli: Senza Titolo.


Quattro anni fa di questi giorni ero davvero felice. Ero convinto di aver trovato una persona. Sentivo le farfalle nello stomaco e volevo solo stargli vicino e vederlo. E baciarlo, e coccolarlo. Questo. Purtroppo però, quello che uno prova non sempre è semplice da gestire né tantomeno facile da esprimere. Soprattutto per me. Per questo, come al solito, ho trovato il modo di rovinare tutto. E subito. Il sentimento era questo. Ma ben presto si è trasformato in ben altro. L’assenza, sua, mi ha fatto leggermente impazzire. E di li a poco mi ritrovavo a scrivere mail nervose, incazzose e prive di ogni logica, per quello che stavamo vivendo che era nulla di più di una banalissima conoscenza.
Ovviamente, perché dopo quattro anni sto ancora qua a rimuginare su questa storia? Domanda lecita. Perché tutto a un tratto sbarabadaboom quello che per molto tempo ho finto di non provare, in realtà lo avevo chiuso in una scatola e nascosto nell’armadio. Ma la casa nasconde soltanto. E mentre riordinavo, mi ritrovavo tra le mani quella scatola con dei regali dentro mai consegnati che mi hanno fatto male. Preso il coraggio, di voler dire queste cose, più per me stesso a dire il vero, visto che lui a quanto pare sta bene a vivere la sua vita senza farsi la minima cura del sottoscritto, e anche giustamente aggiungerei io, gli propongo un’incontro. Perché quando agguanti il coraggio non lo devi far scappare via.
Ed io il coraggio lo avevo trovato, pur sapendo che sarebbe stato un incidente frontale contro un camion. Ma è molto complicato parlare se non hai un interlocutore. Soprattutto se l’interlocutore è uno che non ha neanche voglia di ascoltarti. E quindi, ripiombo di corsa nello sconforto che forse mai m’abbandonato ultimamente. Volevo dirti che mi piaci. Che mi fai ridere. Che mi sento perso se non mi consideri. E che forse io sono stato un coglione a comportarmi come mi sono comportato, e capisco bene che tu voglia solo che io scoppi. Ci sta tutto. D’altronde mi sono per primo definito come uno stalker, ironicamente parlando, ma forse con te i limiti li ho superati. Eccome.
Sono convinto che le cose possano cambiare, prima o poi, e che non è vero che vince chi fugge, anzi, chi fugge perde. Ma tu non sei fuggito. Mi hai giustamente ignorato. E poi ci ha pensato il destino, la provvidenza o quello che via fa stare meglio a portarti lontano. I drammi ovviamente sono sempre dietro l’angolo. Ma forse è il caso di piantarla. Me lo ripete Guy, sbraitando senza neanche lasciarmi parlare. Me lo dice Ga, con un sorriso furbetto. Ciù Ciù è più comprensivo, e in qualche modo capisce la mia posizione. Giulia, eterna romantica, la mia sposa abbandonata sotto il faro mentre attende lo sposo ritardatario è l’unica che nutre ancora una speranza. Io dal canto mio  non riesco ad alzarmi la mattina e dire “Ok, adesso basta. Faccio finta che non esiste più”.
Non è da me, e non riesco proprio a fingere. Per questo oggi, mi ritrovo a scrivere questo post, sunto riveduto e corretto di ben altri quattro post che ho scritto nei giorni scorsi e che ho prontamente modificato. Quando poi tra le mani ti ricapita quel regalo, volutamente comprato a Londra, perché sapevo ti avrebbe fatto piacere, la mia parte più debole esce fuori. Io me ne andrei scalzo a correre per strada a urlare il tuo nome e chiedere la tua attenzione. Come la peggiore delle ciociare. Ma poi devo ridimensionarmi. E rendermi conto che il gioco non è solo mio. Si è sempre in due. E se io sto ancora qua, e tu no qualcosa vorrà pur dire.
E se per alcuni dei miei amici mettere nero su bianco questi pensieri non è utile, perché aliena quel briciolo di dignità che mi è rimasto, e in fondo sotto sotto sono anche d’accordo con loro; per me stesso questo è uno passo inevitabile. Il mio passatempo è passare le giornate ad analizzare me stesso, cercare di capirmi di più, per esprimermi meglio, perché se comunichi male nessuno ti capisce. Soprattutto quando mando a fanculo qualcuno che in realtà vorrei abbracciare e coccolare. Vorrei. Appunto. Mi rendo conto che forse io sono stato solo impreciso. Immaturo. E vittima di regole di un gioco di coppia che in realtà non c’era ancora. E non potevo proprio permettermi di utilizzare.
Il caffè serviva a questo. Il caffè, di contorno, doveva accogliere questi miei pensieri e farteli capire. Non tanto perché mi aspettavo una tua reazione positiva. Non me l’aspettavo. Tu non sei più a Roma, e soprattutto non sei più solo. Dato da non sottovalutare affatto. Ma volevo solo che tu capissi. Che mi comprendessi, e in qualche modo mi perdonassi. Perché forse il perdono, quello vero, in situazioni del genere è l’unica consolazione alla quale si può aspirare. Davvero. Ma forse, mi rendo conto, che neanche questo merito. Potrei aspirarci, si. Ma non me lo merito. E i contrattempi normali di una capitale distratta hanno fatto il resto.
Il colpo è stato duro. Sono rimasto almeno venti minuti ad aspettarti a Termini mentre rileggevo il tuo messaggio. Si, ero a pezzi. E lo sono stato per diversi altri giorni. Poi mi sono detto che forse, come ho sempre fatto, dovevo rimboccarmi le maniche e ritrovare un po’ di serenità. Mi sono ripreso i miei spazi, e mi sono riposato. Ho visto gli amici, e infine sono tornato a casa per Natale. Anche se avevo poca voglia di festeggiare. Mi sono fatto coccolare dalla mia famiglia, perché in fondo loro ci sono sempre davvero. Mi sono goduto la stella del Natale, arrivata da poco, ma me la sono abbracciato e guardata. E forse ho capito che questa volta non era il caso di farne un dramma.
Che forse posso riuscire finalmente a superare il dolore di non sapere come sei davvero, e di lasciare quel mezzo cuore sul mio polso solo. Perché più che tu, forse quello sono io. E se è vero che l’amore cambia, spero che almeno abbia cambiato te. Perché io, per ora, me lo sono lasciato scappare. Ma solo per il momento.
Pubblicato in: il pisello odoroso, rileggiamoli

Rileggiamoli: Ciliegie

Spoiler: Il prossimo post è una mattonata sulle palle.

“Che hai fatto?”

“Niente, mamma”
“Non mi dire bugie. C’è qualche problema”
“Oh. Ci sei?”
“Mamma non ho fatto niente. Sono solo scazzato”
“Hai questo tono di voce da quando sei tornato da Milano. Che c’è che non va?”
“Niente. Non ho fatto niente”.
“Vabbè questo weekend veniamo a Roma.”
“Mamma se vuoi venire per farti un giro, non ci sono problemi. Ma non mettere le mani avanti. Non ho problemi, va tutto come sempre. Sono solo un po’ scazzato. E tu stai contribuendo. Ok? Ora scusa, ma sono a lavoro. Ciao”.
Mi sembra chiaro che non sia necessario aggiungere altro. Mia madre ha il fiuto di un cane da tartufi, e non passa occasione per farmelo presente. Quando ero a casa le nostre conversazioni non andavano oltre il “Che hai fatto?”. Per tutti gli anni dell’università io non ho mai risposto più di tanto. Anche perché uscivo la mattina alle 6 e tornavo la sera per cena. E poi dormivo. Per quasi tre anni e mezzo di università non ho fatto altro. Il sabato uscivo, quando non lavoravo. A rivedermi oggi devo ammettere che sono stato anche un figlio modello. Nonostante tutto non ho pesato chissà quanto.
Ricordo la rabbia con cui mi scagliavo contro di lei. E appena finivo di vomitarle addosso la mia rabbia mi pentivo e anche subito. Mio padre invece era sempre stato esonerato da tutto ciò. Due infarti e quattro bypass coronarici sono sempre stati utili ad evitargli le mie nevrosi. E’ tutt’ora principalmente questo il motivo per cui non ho ancora fatto coming out a casa. La paura che mio padre possa sentirsi male. Poi, dopo la laurea tutto è cambiato. I miei si sono rilassati. Io mi sono rilassato. Per un po’ me la sono goduto. Il primo di tutta la famiglia che si laureava. Pensate un po’.
Poi dopo una settimana ho fatto fagotto e mi sono trasferito a Roma. Di lì a poco i nostri rapporti sono inesorabilmente cambiati. I miei mi ascoltavano. Mi rendevano partecipe di problemi, e decisioni che prima non mi sfioravano neanche lontanamente. E lì ho iniziato poco a poco a rendermi conto di quanto fossi importante, nonostante la mia assenza. Il 2007 è stato il mio anno più felice. Per tanti motivi. Da lì la teoria che io ho un anno buono ogni sette anni. Per cui il prossimo dovrebbe essere più o meno il 2015. Che culo è. Che teoricamente neanche ci sarà se i maya ci hanno azzeccato.
Scusate mangio un oro ciok. Da quando il Pim li ha messi super scontati è davvero la fine. Non mi ricordo il senso di tutta questa lunghissima e sdolcinata introduzione sinceramente. Ma forse neanche vi interesserà. Ah ci sono. In realtà quello che volevo sottolineare è il cambiamento. Tutti cambiano. Fisicamente. E sicuramente anche caratterialmente in qualche modo ci evolviamo. L’essere umano si adatta. Si evolve. Il mio tarlo nel cervello è proprio questo: io mi sono evoluto? Io mi sono adattato?
Le risposte che mi sovvengono sono NO. E ancora NO. Anzi invece di farmi forte, credo di essere ancora più fragile e vulnerabile di qualche tempo fa.  Sono aumentate le paranoie. Le crisi. Le voglie. E nonostante due psicologhe (naturalmente fatte fuori perché ho litigato anche con loro) sono sempre più convinto che sono sempre di più la persona sbagliata nel posto sbagliato. Lentamente mi sto spegnendo. E non sto facendo niente per evitarlo. Cerco di tirare avanti e far finta che quello che mi succede (per lo più niente, basta contare i post) in realtà non accada davvero. Ma non è così. E lo so da me.
In realtà, mi sto lentamente e inesorabilmente riempiendo di acido. Cosa comune che accade a tantissimi gay. A me accade anche prima del previsto. Eh si. Mi duole ammetterlo. Ma è così. Una volta mi svegliavo felice. Anche se ero lo stesso identico sfigato che sono oggi. La differenza è che oggi mi sveglio triste. E forse io ho capito dove sta l’inghippo. Mi sono chiuso. Troppo. E mi sono chiuso anche a me stesso. Sono arrivato al punto di sentirmi talmente solo che evito persino di parlare. E ad alcune persone a me vicine non riesco proprio a far capire i miei pensieri/sentimenti/scazzi.
Le persone con le quali riesco ad essere totalmente me stesso si riducono a non più di due. E ciò non mi aiuta. Per niente proprio. Se ci mettiamo che una di queste vive a chilometri da qui (207 per l’esattezza) il quadro è più che completo. E nonostante viviamo nell’era della comunicazione telematica sto pensando seriamente che faccialibro, e anche twitter non aiutano. Anzi. Mi destabilizzano ancora di più. Non penso sia normale incazzarsi come una iena per ciò che non ti viene scritto da qualcuno su twitter. Ma forse è anche per questo che non sto bene.
Vivo perennemente in attesa di qualcosa, che non accade. E invece che andare oltre, mi deprimo e chiudo. Chiudo sempre di più. Il problema reale sapete qual è? Se inizi a fingere che va tutto bene, quando invece dentro stai davvero male e prenderesti a capocciate qualsiasi muro nel raggio di 20 cm, e non sfoghi mai, dove stracazzo vai a finire? Io non lo so dove sto andando. Ma so dove non voglio arrivare. Però non posso neanche fingere a me stesso. Qual è la conclusione? Non c’è, per ora. Metto un punto e nel prossimo post vi racconto, spero, qualcosa di più allegro.
Perché se continuiamo così, più che il Pisello Odoroso, finisce che il Pisello si smoscia, ed io manco a dirlo mi so smosciato già. E non so vuoi ma io ho voglia di ciliegie. Cosa c’entrano le ciliegie? Non lo so, ma le ciliegie sono come i cattivi pensieri, uno tira l’altro. Ecco.
Pubblicato in: il pisello odoroso, rileggiamoli

Rileggiamoli: L’avvocato di Piazza Mazzini


Tutto quello che c’è da sapere sulla famoserrima legge di Murphy, è che quando proprio non pensi che una cosa accada, quella succede. E viceversa il contrario. Per cui, secondo questo contorto principio diviene letteralmente improbabile fare previsioni. E se una cosa deve accadere, senza che tu l’abbia mai considerata, quella accade e ti stupisce. Ok, tutto questo contorterrimo preambolo per introdurvi questa simpaticissima storiella di qualche tempo fa. Dopo un’orrenda e pesante mattinata di lavoro, ed un’inutile pomeriggio passato a sentire una psicologa sarda che parla di improbabili teorie, inattuabili nel mio ambiente lavorativo, vengo chiamato a rapporto dal mio mega boss.
“Mi deve fare una grande cortesia questa sera”. Questa sera? Che pizza questo orribile vecchietto con problemi di sciatica pronunciata, penso. “Alle 19 circa dovrebbe raggiungere il nostro avvocato per la causa contro l’assicurazione e dargli tutte le informazioni che servono”. Ecchecazzo penso. Adesso mi ci manca anche il domiciliare dall’avvocato. “Deve andare a piazza Mazzini, ok? Penso che non ha problemi!” Certo, io mica ho una vita inutile e orribile da non vivere. Io sono solo il suo zerbino, sottopagato che deve sbrigarle tutti i suoi inutili e inesistenti problemi. Essere inutile e fuori luogo. “Ok, spero di non fare tardi, allora vado!”.
Fuggo a casa, doccia e scappo verso piazza Mazzini. Zona che adoro e conosco visto che ci ho vissuto per un anno e mezzo circa. E se tutto va come deve andare a breve ci torno. Comunque arrivo, trovo subito parcheggio (incredibile), decido di fumare una sigaretta e accendo grindr per ingannare l’attesa. Noto che dall’ultima volta che ci sono stato c’è stato anche un notevole ricambio. Ma la cose che mi stupisce è che ad un metro da me ci sono ben due persone. Vabbè, non è il momento, sono le 19 passate, finisco la sigaretta ed entro nel palazzo. Al primo piano c’è questo fantasmagorico studio di avvocati, e appena entrato almeno tre di loro stanno andando via.
“Sera, senta io avrei un appuntamento per nome e conto di quell’idiota del mio capo supremo… Mica è tardi?” (ovviamente non ho detto proprio così!). “Certo che no, venga si accomodi qui sul divano, a breve il mio collega la riceverà”. Dice questa sorta di Allie Mc Beal di Crotone. Entra e avverte il suo collega, che però non riesco a vedere dallo spiraglio della porta. Lo studio è tempestato di quadri e drappi che mi sembra l’ottocento in un secondo. Mi metto a giocare a Robot Unicorn per scacciare la noia che già mi si palesa dopo solo cinque minuti di attesa. Che palle. Anche se dall’interno sento solo l’incessante battere dei tasti del pc e pochissime parole.
Venti minuti dopo. 19:45. Decido che ne ho quasi abbastanza. Insomma, che cazzo di palle. Ma ti vuoi muovere avvocato del cazzo di piazza Mazzini? Ma chi ti s’incula. Spazientito e affamato, dopo una giornata nettamente orribile sopra la media. Metto il telefono nella tasca della borsa e spazientito mi alzo per sgranchire le gambe. E finalmente, la porta si apre. Era ora. Escono tre mignotte (d’altronde siamo a Prati) e si affaccia questo avvocato. E valalalasss. In realtà più che un avvocato davanti a me avevo un adone bono da soffocare e svenire all’istante. Alto, castano/semibrizzolato, occhio verde sui 38/40 anni, tonico quanto basta. Sorride.
“Salve, posso?”. “Certo prego! Scusami per l’attesa, ma è stata una giornataccia”, abbozzando un mezzo sorriso ed indicandomi la seduta con la mano. Mi siedo e appoggio sulla sedia affianco a me la borsa. “Si non si preoccupi, è stata una giornataccia!” Concordo sorridendo. Lui in camicia bianca, giacca e cravatta, si libera subito dell’inutile soprabito e mi indica la cravatta sottolineando “Mica dispiace se me la tolgo?”. Per me puoi toglierti tutto come se non ci fosse un domani. “Ma certo, si figuri” dico in realtà! Abbozza un sorriso e comincia a farmi una settantina di domande inutili e noiose su persone, dichiarazioni, cose accadute e assicurazioni. Ovviamente io rispondo prontamente.
Finito l’interrogatorio durato almeno altri venti minuti, finalmente il bell’avvocato si rilassa un attimo. Apre un cassetto alla ricerca di qualcosa. Estrae un pacchetto di sigaretta e tenendolo tra le mani mi chiede se mi da fastidio. “Assolutamente no, solo se posso fumarmene una anche io” rispondo prontamente. Lui annuisce in un sorriso dolcissimo. Io mi asciugo la bava alla bocca. E con la coda nell’occhio, immaginate dove cade la mia attenzione? Sul suo pacco, ovviamente, visibile per via della scrivania di vetro. Ma subito cambio direzione. Insomma, ci manco solo che mi sgama. Mi accendo la sigaretta e lui si alza per avvicinarmi il posacenere. “Comunque puoi darmi anche tu del tu, sei così giovane…” dice, e mentre si risiede non può fare a meno di ravanarsi il segreto Augello.
Sorrido. E comincio a preoccuparmi. Quest’uomo spruzza ormonella da tutti i pori, ed io comincio a dare di matto. Come sempre. Intanto si risiede e rilegge tutto quello che ha scritto al pc. Io cerco di concentrarmi, ma l’occhio ricade sempre sul suo packaging interessanterrimo. Lui se la legge e fuma, e poco a poco inizio a sentire caldo. Ecco sono una zozza, sfigata e orrenda. Finisce finalmente di leggere questo cazzo di verbale e zac. Un’altra ravanata al pacco. Ma perché, mi chiedo al limite di una crisi epilettica? Quando, finalmente, inaspettatamente e sorprendentemente avviene la svolta.
“Ma lo sai che hai un viso conosciuto?” mi dice aggrottando le sopracciglia perfette che io leccherei all’istante. “Ma, non so.” Rispondo con poca sicurezza. Insomma mi sarei ricordato di un toro del genere. “Si eppure io sono convinto di averti visto da qualche parte… Non ricordo assolutamente dove però”. Io non rispondo. Esito, non so che dire. Insomma ma dove mi hai mai potuto vedere. Proprio in quel silenzio, mentre attendeva una risposta da me, il dramma si palesa come se non ci fosse un domani. Come se ci fosse solo la fine. Dal mio telefono arriva un messaggio su grindr, con il suo indiscutibile e riconoscibile suono. Io rimango vago, ma un ghigno si disegna sul suo volto.
“Ah. Ecco, adesso ci sono. Adesso ho capito tutto”. Io non oso immaginare. E non voglio immaginare che sia così. E invece. “Ho visto la tua foto su grindr, quel suono è inconfondibile.” No vabbè. Lo guardo seriamente, prendendo il telefono: “Dove? Ma non so proprio che cosa intendi”. Falsa come le mille lire, sblocco il mio iphone, e di conseguenza apro l’applicazione e lì a un metro di distanza la foto di un petto tatuato e villoso. Pallino verde. Ussignur ma è proprio l’avvocato che ho di fronte a me. E zac, nuova ravanata a quel pacco devastante. Che visto così, bè ecco, era molto più grande di prima.
Insomma mi stavo mettendo nei guai. Di lì a poco, la legge di Murphy di cui sopra trovo pieno compimento. “Guarda che non c’è niente di male”. Io diventavo rosso. Ma l’ormonella stava arrivandomi alle orecchie. “Io non ti capisco. Cos’è non hai le palle?”. Mi chiede. “Ma no, non è questo. Che discorso è poi questo, che c’entra?”. Rispondo cercando di calmare le acque. Insomma, non ero molto in vena, come forse ben sapete. E invece, no. Perché il mio interlocutore era in piedi intento a scartare quel suo pacco sottolineando, seriamente, “Vedi, io le palle le ho!”.
E che palle. Delle grosse enormi palle, contornate da un’enorme ed eretto pene. Insomma. Non avevo davvero parole. E infatti avendole finite, sono passato ai fatti. E che fatti. Prima ci siamo baciati a lungo, per poi passare a grandi acrobazie nel corridoio. E sul divano della sala d’aspetto. La cosa più sorprendente è che ha tirato fuori da un cassetto preservativo e lubrificante. Organizzaterrimo. E bè poi non credo ci sia da aggiungere molto altro, se non che finalmente ne abbiam fatte davvero di ben donde. Finito il circo, però ci siamo dati appuntamenti il mese prossimo, perché in fondo, dovrà farmi sapere cosa risponde l’assicurazione. Ed io, muoio dalla voglia di saperlo. Assolutissimamente.

Pubblicato in: il pisello odoroso, rileggiamoli

Rileggiamoli: Un post gelato.




Questo blog oramai assomiglia sempre di più al mio letto. E’ vuoto. Sarà il periodo. Sarà che io ho la testa da tutt’altra parte, ma quando non gira bene, non gira. E ovviamente, questo pisello odoroso ne risente moltissimo. Sto anche seriamente pensando di eliminare Annabelle Bronstein. Credo che lei sia davvero morta, per cui non ha molto senso ancora a continuare ad utilizzare impropriamente la sua immagine, se quel mood, ahimè, pare essersi volatilizzato chissà dove. Mi sento obbligato ad essere sincero con voi e preannunciarvi quello di cui disquisirò nelle prossime righe. Io odio il Natale.
Lo odio tantissimo. Diciamo che questo mio odio verso il Natale ha delle radici lontanissime. Ben radicate. E anche innaffiate. Nel tempo, intendo. Quando ero piccolo, avrò avuto dieci anni, ero un assiduo frequentatore dell’oratorio, e dell’azione cattolica. Non giudicatemi. Proprio durante una messa di Natale di mezzanotte presa da uno spasmodico bisogno di andare a fare la pipì ho abbandonato il rito prima di farmela sotto. Il wc (adoro chiamarlo così) era all’intero di una stanza alla quale si accedeva tramite un’altra ancora che in quei giorni veniva utilizzata come magazzino.

E dentro vi erano una marea di statue: di Gesù, Madonne a lutto e croci varie, di Pasqua soprattutto, che durante le feste di Natale venivano spostate per far posto all’enorme presepe a semigrandezza naturale. Insomma io mi sono chiuso le porte dietro, e sono rimasto chiuso dentro. Dopo averla fatta tutta mi sono reso conto del dramma che stavo vivendo e al quale non sapevo come porre fine. Ero nel lato più esterno del palazzo e nessuno mi sentiva, con le inferriate alle finestre. E all’epoca non c’erano cellulari. In conclusione sono rimasto chiuso tutta la notte della vigilia in quel magazzino, e i miei hanno passato la nottata dai carabinieri, che alle 6 del mattino hanno finalmente avuto un’intuizione.
Visto che l’ultimo posto dove mi avevano visto tutti era stata la chiesa, si sono venuti a fare una passeggiata. Alle 7 finalmente l’incubo finì. Credo di aver pianto tutte le lacrime a disposizione di un ragazzino di dieci anni, in quella notte, ed ero spaventato non perché io non riuscivo ad uscire, ma semplicemente perché quelle statue mi facevano una paura matta. Mi sono dimenato per almeno mezz’ora, ma nessuno mi ha sentito, c’era comunque la messa ancora, fino a quando non mi sono addormentato per terra. Quando il carabiniere mi ha trovato, infreddolito, addormentato sul pavimento mi ha preso in braccio ed avvolto al mio cappotto. Mi sono subito svegliato, ed ho ricominciato a piangere.
E non ho smesso neanche quando sono tornato fra le braccia di mio padre, che a sua volta piangeva anche lui. E non ho smesso neanche in macchina. Quando poi sono ritornato a casa ho continuato a piangere perché in assoluto silenzio erano tutti li. Zii, cugini, nonni e mamma, soprattutto, inconsolabile sul letto che urlava. Come mi hanno visto si sono rilassati tutti, anche se io non smettevo di piangere. Ed ho pianto per almeno altre due ore, fino a ora di pranzo. Pranzo che per la prima volta era felice. Era tornato a tutti il sorriso quel giorno, perché io ero li con loro. Io non sono stato subito bene. Per due mesi ho avuto incubi di quel Natale.
Ecco perché odio profondamente il Natale. Con il tempo poi, crescendo, il mio odio è cresciuto sempre di più perché a Natale tutti sono sempre molto più felici. E puntualmente, ogni Natale, io avevo qualche motivo per non esserlo. E quelli che mi hanno circondato, e mi circondano anche oggi, hanno avuto quasi sempre la stessa identica reazione. Penso a Giulia, soprattutto. Che odia le luminarie di Natale, quanto me. Odia le coppie che si stringono in abbracci  caldi e baci mozzafiato. Odia tutti quelli di cui ignori l’esistenza che magari se gli passi a un palmo di naso ti ignorano, ma invece a Natale devono farti gli auguri e chiederti se sei fidanzata. Li odio anche io.
Quando ho scelto il lavoro da fare da grande, ne ho scelto uno che prevedesse di lavorare anche alle feste, e infatti per tre Natali consecutivi ho sempre lavorato. Adesso anche questa certezza si è andata a far fottere. Ma vabbè, ho deciso che per me il Natale durerà meno quest’anno. E non gli darò la soddisfazione di farmi sopraffare da tutti questi brutti pensieri che mi riempiono il cervello, affatto. Solo per un motivo. Anche Guy quest’anno sta cercando di farsi prendere bene il Natale. Ok, adesso, farsi prendere bene il Natale mi sembra un po’ troppo. Diciamo digerirlo senza Geffer almeno. Io ci proverò per lo meno. Ma ovviamente non sono sicuro di riuscirci.

Volevo anche scrivere una lettera a Babbo Natale. Ma poi ho pensato che forse era più utile mandarla a Paolo Fox, che quest’anno ci ha preso su tutto con il mio segno. Il lavoro, la famiglia, gli amici. Tutto. Tranne una cosa: l’amore. Ovviamente. Paolo Fox è convinto che io abbia un partner con il quale da mesi sia in crisi. No mio caro. Forse sono in crisi con me stesso, e i pochi post lo potranno anche confermare, ma crisi con un partner proprio no. Anzi, mi farebbe piacere averci una crisi con un qualche partner, così almeno approfitterei del Natale per riappacificarci e perdonarlo. Si perché sarebbe sicuramente colpa sua.
Chiarito il mio odio per il Natale, vi voglio far notare che sempre grazie a Guy un po’ di Natale si è appoggiato anche qui, ma voglio lasciarvi con un testo di una canzone che dal primo ascolto mi ha segnato, perché inspiegabilmente mi ci ritrovo. E non poco.
“Cade la neve ed io non capisco che sento davvero, mi arrendo, ogni riferimento è andato via spariti i marciapiedi e le case e colline, sembrava bello ieri. Ed io, io sepolto da questo bianco mi specchio e non so più che cosa sto guardando. Ho incontrato il tuo sorriso dolce, con questa neve bianca adesso mi sconvolge, la neve cade e cade pure il mondo anche se non è freddo adesso quello che sento e ricordati, ricordami: tutto questo coraggio non è neve. E non si scioglie mai, neanche se deve. Cose che spesso si dicono improvvisando: se mi innamorassi davvero saresti solo tu, l’ultima notte al mondo io la passerei con te mentre felice piango e solo io, io posso capire al mondo quanto è inutile odiarsi nel profondo! Ho incontrato il tuo sorriso dolce, con questa neve bianca adesso mi sconvolge, la neve cade e cade pure il mondo anche se non è freddo adesso quello che sento e ricordati, ricordami: tutto questo coraggio non è neve. E non si scioglie mai, neanche se deve. Non darsi modo di star bene senza eccezione, crollare davanti a tutti e poi sorridere. Amare non è un privilegio, è solo abilità, è ridere di ogni problema mentre chi odia trema. Il tuo sorriso dolce è così trasparente che dopo non c’è niente, è così semplice, così profondo che azzera tutto il resto e fa finire il mondo. E mi ricorda che il coraggio non è come questa neve. Ho incontrato il tuo sorriso dolce, con questa neve bianca adesso mi sconvolge, la neve cade e cade pure il mondo anche se non è freddo adesso quello che sento e ricordati, ricordami: tutto questo coraggio non è neve”. “L’ultima notte al mondo” – Tiziano Ferro.
Per intenderci, quando io ho visto quel sorriso la prima volta la neve non c’era, ma faceva comunque molto freddo. E fa freddo anche ora. Molto. 
Pubblicato in: il pisello odoroso, rileggiamoli

Rileggiamoli: Un post devastante. Sotto ogni punto di vista, anche e soprattutto da quello grammaticale.



Avere un blog è terapeutico. Di solito. Forse per me è difficile anche questo. Devo premettere che questo post l’ho scritto tipo un mese e mezzo fa. E da allora è come se io fossi rimasto sospeso. Forse in attesa di prendere in considerazione l’eventualità di postarlo. Ed è l’unica cosa che ho avuto modo di scrivere. Insomma ve ne renderete conto alla fine. Comunque, quando passi tempo a rimuginare sul da farsi, e io nello specifico sono tipo da tre mesi e mezzo che rimugino. Ma non potevo permetterlo troppo, insomma avevo ben altro a cui pensare (vedi post precedente) e in soldoni non volevo proprio deprimermi per quello di cui non ho il coraggio di fare.
Bene, adesso, finalmente, posso. Preambolo, del preambolo, al quanto necessario. E’ dallo scorso 6 agosto, alle tre di notte per l’esattezza, quando dopo una twitter cena dove ho chiaramente dato il peggio di me, visto le presenze, e visto soprattutto che avevo un pizzico di ansia mista ad agitazione, che penso di voler fare questa cosa, ma ancora oggi non  mi sono deciso. E di solito sono una persona decisa. Di solito. Devo fare un’altra postilla. Mamma che casino questo post. Questa è una postilla necessaria. Sempre dopo quella twitter cena, oltre ad aver deciso di fare qualcosa (ve lo dico cosa, ci arriverò, prima o poi) avevo ancor prima deciso che forse lui non era così importante.
E che nonostante il tempo sia passato e volato via, insieme era volata via anche tutta la voglia di ficcargli la mia lingua in bocca. Ok. Non era vero niente. Ho mentito a me stesso. Ma forse più che dire una bugia stavo solo cercando di impartire un ordine al mio cervello. Si, c’è ancora. Ordine difficile da decodificare. Almeno per me. Ma adesso arrivo al dunque. A metà settembre, in ferie, lontano da Roma avevo quasi creduto di aver raggiunto una certa lucidità. Erravo ancora una volta. Parlando con Giulia mi sono ritrovato a vuotare il sacco: le cose finchè non le dici ad alta voce non sono vere. Ho deciso di invitarlo per un caffè. Ovviamente di contorno.
Motivo della convocazione provare a fargli capire che forse oltre al mio pessimo carattere, alla mia pigrizia e chiara assoluta pazzia bipolare in realtà c’è anche altro. C’è anche una persona un po’ più matura rispetto a tre/quattro anni fa, per esempio. Giulia ovviamente mi ha consigliato la cosa più difficile: scrivergli un messaggio e proporgli questo caffè, parlargli chiaramente ed essere sincero. “E se ti dovesse dire di no e ti ribadisce che non gliene frega un cazzo bè allora basta. Ma almeno hai tentato fino all’ultimo. Hai combattuto” ha concluso sicura. Le cose finchè non te lo dicono ad alta voce non sono vere. Bene, deciso il modo e i dettagli non mi restava che trovare coraggio e mandare questo benedetto messaggio.
Ma ahimè ancora non sono riuscito a trovarlo. Ne ho parlato anche con Guy, che prima era contrario a prescindere, ma dopo aver ben argomentato questa questione mi ha dato il suo ok, anche se era chiaro ad entrambi che stavo salendo su un aereo che si sarebbe andato sicuramente a schiantare. Ma oggi, (non oggi, parliamo di tipo due mesi fa) ho riaperto questo file ed ho richiamato la mia personalissima psicologa, con la quale avevo vagamente dimenticato di essermi lasciato in malo modo l’ultima volta. “Chi non muore”, esordisce come un’aspirina C nelle chiappe. Io mi agito. Vista anche la situazione. Mi scuso, anche se non mi ricordo il motivo del nostro litigio.
Le chiedo immediato consiglio sulla dura questione che ancora mi attanaglia. E lei, come se non ci fosse un domani, parte a manetta: “Io ti consiglierei di fare questo passo. Se sei arrivato a pensare di farlo forse inizi ad essere più concentrato sui tuoi desideri. A capire meglio le tue necessità e ad essere più sicuro di te stesso. Ma metti in conto anche che potrebbe andare male e il lavoro verrà dopo. Prenderne atto, coscienza e superarlo, finalmente. Insomma è da quel 2007 che tormenti te stesso e chi ti sta intorno con questa che non è stata neanche una storia. Questa sarà l’ultima possibilità. Poi si va oltre. Seriamente”. Fanculo. Fottutissimo fanculo. Prendo ancora tempo con la scusa che la prossima settimana comunque non avrei tempo.
Metto in stand-by il cervello, e chiedo a me stesso un po’ di tranquillità. Comunque non ho il coraggio di farlo. Ho paura. E se mi dicesse che non vuole incontrarmi, si alimenterebbe ancora di più la necessità di limonare con lui. Ne sono certo. E se mi dicesse si e poi mentre siamo lì mi dice di lasciar perdere? Le cose finchè non le senti con le tue orecchie non sono vere. Cerco di minimizzare, ma comunque la cosa mi terrorizza e non poco, e non riesco ancora a decidere. Neanche ora, neanche adesso. Vi inviterei a darmi consigli. Ma la paura fa pochi sconti, a me poi men che meno. Per ora vi invito stasera alla serata Popslut, e in realtà ho invitato anche lui, qualora venisse, magari trovassi il coraggio… Finchè non lo vedo con i miei occhi, non ci credo!
Pubblicato in: Diari Estivi, il pisello odoroso, rileggiamoli

Rileggiamoli: Le figure di merda di Annabelle Bronstein: il professore della commissione il giorno della Laurea.

Eccomi qua. E direi anche finalmente. Se avevate avuto il sentore che la cialtrona che è in me si fosse suicidata, beh, dovrete ricredervi. Perché eccola riapparire. In maniera del tutto inaspettata. Ed è riapparsa proprio ieri durante un momento di assoluta drammaticità della mia esistenza. Ovvero ero perso in quel di San Giovanni tra Via Gallia e Via Magna Grecia alla ricerca della mia università privata. Ovviamente me l’hanno pagata, perché figuratevi se io me la potevo permettere. In ritardo di almeno venti minuti sono arrivato alla reception dove mi aspettava una tale che ripeteva come un’ossessa “Lei è Bronstein? E’ Lei? E’ Lei???”. Si cazzo sono io, e sono tremendamente in ritardo, sfigata orrenda che non sei altro.
Arrivo nell’aula dove le discussioni delle tesi erano già iniziate, e mi rendo conto immediatamente di essere una provinciale. Tutti avevano un’abbigliamento sul casual andante, ed io avevo optato per una simpatica camicia e giacca. Davvero, stavo benissimo, ma effettivamente ero talmente sudato che la macchia di sudore mi arrivava al colletto della camicia stessa. Seduto a un posto qualunque mi sono asciugato il sudore e mi sono soffermato per la prima volta ad analizzare chi erano coloro che mi avrebbero interrogato di lì a poco. All’estrema destra c’era un bono stratosferico, presumibilmente barese dall’accento, capelli corvini con frezze brizzolate e abbronzato da fare schifo. Fede al dito. Fanculo.
Il secondo mi dava di conosciuto. Ma sono passato subito al terzo alla sua sinistra. Vecchio, partenopeo, simpatico, vagamente dolce ma orrendo. Torno al secondo. E inizio a fare un viaggio nella mia testa che neanche Gian Maria dei Prozac + alla sua festa di compleanno sotto acidi. Dove straminchia ti ho già visto? Penso, ma non mi torna affatto in mente. Eppure io so di averlo già visto da qualche parte, so di aver incontrato in un’occasione il suo sguardo. Cerco di ricordare se ho mai seguito una sua lezione. Ma sono sicuro di no. Eppure io non mi sbaglio. Comunque, cerco di ripassare qualche nozione che potrebbe servirmi, insomma devo pur sempre discutere una tesi. Anche se parliamo di un master.
Finalmente tocca a me. Da prassi io sono l’ultimo. Sono sempre stato l’ultimo e lo sarò sempre. Mi siedo e il caso vuole che proprio il mio professore misterioso si prende cura di darmi la mano e prende la mia tesi e comincia a sfogliarla. Figuratevi se c’era quella emerita stronza della mia relatrice, ma parliamo sempre dell’università privata. A quelli interessano i pippi. Mi siedo, e più da vicino sono ancora più convinto che io questo tizio (sulla trentina, mezzo rossiccio, leggera barbetta, bel fisico) ho avuto modo di vederlo già in passato. Ma chi stracazzo sei? Penso e ripenso. Chi sei? Ma perchè sono una fottuta celebrolesa? Mentre penso lui rompe il ghiaccio: “Piacere sig. Bronstein, finalmente ci rivediamo!” e mi stringe la mano.
Ci rivediamo? Ma chi stracazzo seiiiiiii??? Quando in un guizzo di lucidità capisco senza ombra di dubbio chi ho di fronte. Signori e signore io con questo tizio ci ho scopato un mese e mezzo fa. E il panico si è ufficialmente palesato. Trasalisco. Sbianco. Lo guardo fisso e mi rendo conto che lui ha capito che io ho finalmente capito di chi stravalalalasss si tratta. Rimango tipo stoccafisso e imploro che un fulmine mi colpisca nell’immediato. Ma ci sono almeno quarantotto mila gradi fuori ed è assolutamente improbabile. Decido di fare la ragazza con la patata al sugo, laddove sugo sta per “quei giorni” e fuggo in bagno.
Mi lavo la faccia e mi asciugo con i tovaglioli. E mi ritrovo a riflettere su quanto sia figo questo cesso. Ma vabbè, in realtà avevo ben altro a cui pensare. Cosa stracazzo sto facendo in questo cesso pazzesco quando devo discutere una stracazzo di tesi di master? Eh? Ma sei cogliona? Levati va. Torno in me ed esco dal bagno e quando rientro nell’aula sembro tipo una bambina che ha visto la Santa. Con un’aria melodrammatica che manco Mariangela Melato, sento uscire dalla mia bocca in maniera del tutto inapettata: “Chiedo scusa, mi sono vestito troppo pesante e mi stava mancando l’aria. E’ tutto apposto, possiamo procedere, adesso”.
Comincio a discutere la tesi e, credetemi, non avevo minimamente idea di quello che stavo dicendo. La mia parlantina dei giorni migliore è venuta a salvarmi e mentre parlavo ci credevo davvero. Insomma ne avevo davvero di bendonde. Ma il dramma è sempre dietro l’angolo. E se aver sgamato che al professore avevo fatto una delle mie interviste approfondite vi sembra abbastanza, questo, inaspettatamente decide di interrompermi e farmi una domanda. Quella più temuta. Quella che più speravo non mi facessero. “Mi parli del bilancio d’esercizio”. Ahhhhh. Volevo urlare, fare una coreografia di Osvaldo Supino, strapparmi i capelli e farmeli ritrapiantare. Insomma, io davvero lo ignoravo con tutto me stesso.
E per la prima volta ho seguito il consiglio di mia madre. Ovvero ho detto la verità. “Professore, sinceramente non avevo previsto di approfondire la mia discussione sul bilancio, poiché si tratta di un’argomento talmente specifico e fuori dalle mie corde che è meglio non addrentarcisi. Però il bilancio si confà di tutti quei documenti che accertano la vita aziendale, lo stato patrimoniale, il conto economico e tutti i documenti che formano la nota integrativa. Rispettando i principi di chiarezza, verità…. E… E… E…. MMMMMMmmmmm. (Pezzo di merda aiutami, ne abbiamo anche già fatte di bendonde, aiutami, aiutamiii))))…”
“Vabbene, vabbene. E’ stato esaustivo. Si può accomodare”. E grazie al cielo, penso. Mi alzo e mi accomodo fuori e attendo che ci richiamino per consegnarci l’attestato. Finalmente. Finita la manfrina della consegna, saluto i presenti e guadagno l’uscita con una sigaretta già in bocca. Quando vengo raggiunto da una mano che mi afferra la spalla. Ed è proprio il mio professore. “Complimenti, hai scritto una bella tesi”. Io, quasi a morire di vergogna rispondo vagamente: “Grazie, ma non è merito solo mio, ho avuto tanti colleghi e persone che lavorano con me che mi hanno aiutato…” Pausa. Pausa. Pausa. Rompo il silenzio, e mi viene in mente di fare una domanda idioterrima: “Bè tu come stai, come va?” e lui con un sorriso a trecento denti “Bene, il mese prossimo mi sposo, con la mia ragazza!”.
Bene. Annabelle is back. E le sue perenni figure di merda. Anche il giorno della laurea. Secondo voi cosa potevo aggiungere a quell’affermazione? Nulla. Mi sono girato e sono fuggito. Come se non ci fosse un domani.
Ottobre 2011