Serena Ferretti.



Ieri sera il tweet di cui sopra mi ha lanciato nello sconforto più assoluto. Si perché basta guardarsi intorno per capire che tutti si sposano. Chiunque fa il grande passo. Ed io, e a questo punto non solo io, sono arrivato alla conclusione, che si forse il matrimonio, inteso più come due individui che si uniscono, non è poi così male. No. Sono sincero. Ho sempre odiato l’idea di doversi giurare amore eterno. Per me si è sempre trattato di una sorta di contrattualizzazione nero su bianco dei sentimenti. E i sentimenti, seppur sinceri possono cambiare.
Ma quest’anno, un po’ forse perché mio fratello si sposa, un po’ perché sono in una fase no alternata e prolungata (Tracey Ullman mi leggi?), mi sento di rivalutare tutto. Nella maniera più positiva ed inaspettata che posso. Si perché in fondo io ho cambiato idea a riguardo. Insomma sono arrivato a pensare che sia più un impegno reciproco che ogni giorno va onorato. Costruire mattoncino dopo mattoncino la quotidianità, dividere le sofferenze e gioire dei successi. E bè, poi amarsi, ovviamente. Fare l’amore. Ci sta tutto dentro. In ogni senso anche. Ma non solo, essere responsabile di un qualcosa.
Ovviamente, come tutti sappiamo, mentre il mondo, lentamente si sta aprendo alle unioni omosessuali, qui in Italia il discorso è ancora difficile e poco considerato dai più. Anzi. Più semplicemente non esiste. Ma voi, single vi sposereste mai? Ecco, il mio tarlo si è bloccato esattamente qui. Io, conoscendo il gay medio (capitolino), non mi sognerei di sposarmi mai e poi mai. Ma non perché voglio fare la figa di legno o quella che ha un’eccessiva considerazione di se. Niente affatto. Io so semplicemente che non c’è ne, almeno per me.
Oramai penso davvero di averne provate di ogni. Mi manca giusto di vendermi all’asta al migliore offerente. E penso che alla fine non mi si comprerebbe nessuno. Ma facendo delle accurate riflessioni tra me e me ho concluso che io sono sempre la persona sbagliata, al momento sbagliato, nella vita di qualcun’altro. E questo, non puo’ che non darmi il sensore che non avrò mai la mia relazione equilibrata, sdolcinata, sincera e paritaria che per me sogno. Lo so, volete degli esempi. Ne avrei a bizzeffe, ed anche se non vorrei, tocca generalizzare.
Quando decido di fare solo del sesso senza complicazione alcuna incappo in quello che vuole un fidanzato che gli faccia i grattini sul divano. Quando decido di fare io quello che vuole una relazione incontro quello che è nella fase che si vuole solo divertire. Quando decido che devo allargare gli orizzonti e voglio solo un appuntamento, inciampo in chi invece ha una vita talmente esageratamente fitta di impegni che Barack Obama Levati ASAP.
Quando decido di ignorare il mondo intero perché ne ho abbastanza di tutte le tipologie di uomini finora citati, sbuca un qualche demone dal passato che modifica il suo status da single a ufficialmente fidanzato su facebook e perdo la parola per almeno due settimane. Quando mi viene in mente l’unico che forse potrei amare follemente sopra ogni cosa, bè, non fatico a ricordare che in realtà, ecco. Mi odia. Ma potrei andare avanti per ore. E potrei fare esempi sempre più precisi e calzanti.
Mi trovo davanti un bivio. A destra la Singletudine e a sinistra un burrone. E nonostante il sesso, quello fatto bene, adesso siamo nella fase che non ti incontri neanche più per scopare. Perché ci sono troppi km di distanza. Mi chiedo ma io che male ho fatto? Che problema ho che alla fine della giornata appaio ai più come uno spostato? Oppure sono gli altri che sono spostati? Non lo so. Io mi riservo solo di avvertire un senso leggero di amarezza. Profonda desolazione. E voglia di fare le valigie e sparire sul primo treno come se non ci fosse una destinazione nota. E basta.
Per piacere pero’, non scambiate questo mio sfogo personale per una mal sana invidia verso la qual si voglia. Niente affatto. A questo proposito vorrei dire che io amo le coppie e quelli che stanno insieme. Li ritengo dei pionieri, delle entità speciali che non hanno nulla a che vedere col sottoscritto. Delle persone che hanno la forza di condividere sempre, qualsiasi cosa con il proprio partner. Gente davvero che meriterebbe un premio perché non solo amano, ma sono anche amati. Incondizionatamente.
Ed è questo il punto esaustivo di tutta questa drammatica faccenda. E visto che il dramma è sempre dietro l’angolo, sono certo che tutti o quasi vi state chiedendo chi cazzarola sia Serena Ferretti. Non lo so neanche io a dire il vero. O meglio, so che è una ragazza che sta per sposarsi, e che per il suo addio al nubilato è andata in giro per Roma per tre giorni a vendere magliette come da foto. Ed una l’ho comprata anche io, addirittura con un’offerta super generosa (a suo dire) di cinque euro.
Perché in fondo io sono solo una sfigata orrenda che crede davvero all’amore. E spero che ci creda anche lei. Perché in fondo aiuta sicuramente di più vivere in attesa della persona giusta, che vivere con quella sbagliata per tutta la vita. Anche se ecco, in giornate come queste mi verrebbe solo la voglia di prendere spaccare tutto ed urlare fino a consumare le corde vocali. Che pure quello, aiuterebbe un tantino, invece di passare tutta la serata a vedere gli album fotografici dei matrimoni di quelle cretine che venivano all’università con me. 

Sex Austerity

Sapevo che sarebbe successo. Prima o poi il troppo stroppia. Ed è inevitabilmente successo anche a me. Così dopo mesi di sesso compulsivo ed incontrollato ho dato un chiaro e sonoro stop. A tutto. E  a tutti soprattutto. Motivi? Be inutili dettagli che riguardano la mia salute, nulla di grave state sereni, e il perentorio pensiero che mi trapana tempie ed anche un po’ le palle. Ovvero io qua che cazzo ci sto a fare? 


Insomma si, ho un lavoro, ho degli amici, fantastici, sono una persona con delle movenze dannatamentepop. È poi? Ultimamente mi sono fissato con il chiedermi se dovessi morire cosa resterebbe di me. Lo so. Pensare ad una cosa simile è solo un trip. Ripetitivo ed anche abbastanza noioso. Ma io mi pongo sempre domande simili per un eccesso di giudizio nei miei confronti. Insomma non ho di certo la condotta di una Santa, ne tanto meno aspiro a ciò, ma prima o poi arriva quel momento in cui una persona ti si avvicina e ti mette a disposizione il suo cuore?

Perché che qualcuno non voglia il mio lo posso tranquillamente accettare, ma non mi pare che ci sia nessun’altro che voglia dare il suo. Così lentamente e inesorabilmente  i giorni passano e ho sempre meno la percezione di me che si relazione col prossimo. Nell’ultima settimana che il mio coinquilino si è levato dalle palle ho riflettuto su quanto tempo io sia stato in silenzio. Senza parlare con nessuno. Senza esprimere un pensiero. Ecco ho trovato che sia infinitamente triste. Non che questo abbia una stretta connessione col sesso.

Non fatemi mischiare le cose. Questo ha insinuato e riportato a galla un pensiero vecchio che volutamente avevo rimesso. Sono solo. Solerrimo. Ed inevitabilmente, diretto come un treno sono ritornato a pensare a quanto sia ingiusto. Insomma c’è gente con le Hogan che è fidanzata. C’è gente che scambia Twitter per Gay Romeo e si rimorchia la qualsivoglia mentre il ragazzo è a far progetti su come dipingere la camera da letto. Come mi  ha detto qualche tempo fa Guy: “C‘è chi ha denti e non ha il pane. E viceversa”.

E mentre tutto va al contrario di come dovrebbe la conclusione è come sempre amara. Mi chiedo solo se possa andare peggio di così. E la risposta è chiara. Si. Io mi preparo al peggio, perché il dramma è sempre dietro l’angolo, e quando il dramma prende via… Insomma nessuno è capace di dargli un taglio. Specialmente io. Ma non fare sesso per più di un mese per me è inaspettato e alquanto deleterio. Mi viene da sorridere perché mi immagino come l’Incredibile Hulk che diventa verde quando s’incazza.

Ecco io divento verde quando non vedo un cazzo. Ma il fiore sboccerà ancora. Per ora, vista la crisi, mi scambio messaggi porno con un mio contatto Romeo. Illudendomi che lui possa finalmente essere il mio Big. Einvece?

Rifocalizzare. 2013

Avevo intenzione di iniziare il 2013 sul blog con una serie di buoni propositi. Ecco i buoni propositi mi servono sempre per iniziare bene l’anno. Ma devo ammettere che i miei buoni propositi sono andati a farsi fottere nel momento esatto in cui ho deciso di metterli nero su bianco. Nella fattispecie vertevano su alcuni punti principali. Prima di tutto cercare una casa nuova. Vivere con un coinquilino etero, calabrese, con la mania della cattiva igiene e simpatico come una diarrea estiva mi hanno convito totalmente a prendere questa decisione. E poi voglio riavvicinarmi ai miei amici. Mi sembra di essere in punizione quassù.

Lontano da tutto e da tutti con troppe difficoltà per parcheggiare. Che sembra una stronzata, ma condizionano inevitabilmente la vita quotidiana. E poi diciamoci la verità, sono stufo di abitare così vicino al lavoro. Non posso mai invitarmi che non mi è suonata la sveglia. Perché qualora fosse anche possibile, in realtà ci metterei comunque cinque minuti ad andare a lavoro. Ecco, necessità anche fondamentale è che devo essere sincero: nonostante io sia in una zona universitaria la media gay è davvero bassa ed orribile. Insomma gay improbabili, nessuno che abbia fatto lo Ied o che prenda lezioni di danza. Anzi a dire il vero  non mi sembra neanche Roma (e in effetti).
Ma se fossero i primi di gennaio parlerei principalmente di una cosa. (Lo so che in realtà è quasi febbraio, ma il tema era questo, non mi angosciate). Ovvero parlerei di come ricominciare da zero. Di come farsela passare (la volpe che non arriva all’uva e dice che è acerba), di come accontentarsi dello stipendio diminuito perché hanno cambiato il contratto (si sa c’è crisi), di come far finta di essere soddisfatti di una vita da single priva di ogni stimolo (no sex in the city vi dice niente?). Insomma di come riuscire a sorridere nonostante tutto. Soprattutto quando sei nell’ultima parte dei venti. Gli ultimi sei mesi per intenderci, prima di passare a trenta.
Ecco, potrete tranquillamente affermare che sono una chiavica e che mi fascio la testa prima del tempo. Ma io vivo di somme, pensieri e riflessioni. Parole, che si infrangono nella mia testa e riverberanofino a sparire. Parole che immagino di dire e che spero mi vengano dette. Parole che mi piacerebbe sentire, che vengano dette proprio a me. E con le quali riuscire ad emozionarmi,  veramente. Così come vorrei. Senza troppe maschere. Ma in realtà a parte Antonio Capitani e Paolo Fox che vedono amori come se non ci fosse un domani, io sono  l’unico a pensare che l’amore così come lo voglio non esiste. Non c’è. E non c’è neanche più nessuno che sia interessato.
Ecco io mi metterei a correre sulla Tuscolana urlando e andando a sbattere contro chiunque. Anche solo per farmi notare. E invece no. Guardo il tempo che sparisce nel tic tac noioso e ripetitivo di un orologio da parete Ikea sperando che qualcuno mi dica semplicemente “Hey come stai?”. Parole semplici. Passi facili e precisi. In realtà mentre io mi rattristo per la poca attenzione intorno a me il mondo va avanti. Ed è proprio questo il punto cruciale e drammatico. Io sono ancora in una stanzetta di cinque metri quadri di Via Giuseppe Acerbi a sognare di diventare qualcuno, mentre gli altri sono già diventati qualcuno. Sono diventati grandi. Si sono fidanzati.  Chiunque si fidanza. Gli improbabili. Gli inaspettati. I meno espressivi. I mostri.
Giudicatemi male. Ditemi soltanto che sono un egocentrico del cazzo. Si. Lo sono. E ne vado anche fiero. Ma non posso resistere a me stesso, non posso far finta che non sia importante perché forse il tempo degli aperitivi e delle single a caccia nell’Upper East Side del cazzo è davvero finito. E forse adesso inizia il momento della sostanza. E per fortuna che ci sono i miei amici. Che davvero senza di loro sarei meno di quello che sono oggi. E non sarei sicuramente felice. Perché nonostante tutto questo marasma riesco ancora a sorridere. Ma non preoccupatevi, tutto ciò serviva solo per rompere il ghiaccio. Il mood è tornato. Ed ora levatevi. 

Ottobre.


La mia famigerata amica Du Barry, era famosa su queste pagine per il suo stendere gli uomini con uno sguardo. In senso positivo, ovviamente. E siccome il tempo passa per tutti, anche la mia amica è diventata saggia. Merito anche della sua psicologa che è una stra quotata nella Roma bene, inevitabilmente parlarci diventa terapeutico, visto che capisce tutto, adesso. E mentre sabato attendevo in trepidante attesa i risultati dei MIA2012 (dove Così è (se vi pare) si è guadagnato un rispettabilissimo, ma ancora non sufficiente, terzo posto – grazie a tutti comunque per i voti!!!), eravamo lì a ciarlare e a giocare alla malata di mente e alla psicologa.
Ovviamente la malata di mente sono io. Ma forse esagero come al mio solito. Sapete parlare con la Du Barry di questo strano periodo che sto vivendo mi ha dato un qualche stimolo. E’ innegabile che siamo sempre più fragili. E quando la fragilità lascia spazio alla totale insoddisfazione in ogni cosa, la necessità di parlarne si fa pressoché necessaria per sopravvivere. Ma sopravvivere a chi? O a cosa? La Du Barry è sicura e certa quando afferma che prima di tutto devo smetterla e provare ad essere felice e soddisfatto anche da solo.
In effetti, chiunque, conoscendomi potrebbe pensare che il mio stato attuale sia dovuto soltanto alla mancanza di una persona in particolare. Non è così. Non è lui il problema. Lui è lontano, fidanzato, felice e spero anche realizzato. Per quanto possa torturare me stesso sul fatto che lui mi ignori, in qualche modo, lo comprendo benissimo. Ognuno ha le proprio responsabilità. E in qualche modo non gli dò neanche tutti i torti. Certo se venisse qui a dirmi che ne vuole da me forse non saprei proprio come poter reagire, ma sono certo che ciò non accadrà mai. Ciò nonostante non è lui il problema.
Non sto soffrendo per lui. E’ possibile che il problema debba per forza ruotare intorno alla mancanza di un fidanzato. E’ davvero così importante? O meglio, deve esserlo? Insomma perché per me lo è almeno. Lo stimolo è arrivato soprattutto su questo punto. Perché senza uno stramaledetto +1 mi sento perso e inutile al genere umano? Badate bene, quando questo blog faceva sorridere perché scrivevo cose allegre ero comunque single. Ma avevo la speranza. E gli amici, che forse l’avevano più di me. Poi però le cose cambiano. Per cui mi viene a mente che forse gli amici tocca pure sceglierseli bene. E forse io questo non l’ho mai fatto in maniera oculata. E’ verità.
Anche se l’aspetto terapeutico dell’aver parlato con la Du Barry sta principalmente in una frase che mi ha detto: “Tocca tirarsi su le maniche. E finirla di dire e fare cazzate. Abbiamo trent’anni, cazzo. E a trent’anni ci si aspetta che almeno uno sia realizzato. E dobbiamo essere felici. Per cui se qualcosa non va, tocca conquistarselo. Ora. Adesso. Poi non ha più senso, e il tempo passa e ci mette davvero poco a volare. Capisci?” Si. Lo capisco. E quindi? Tocca davvero tirarsi su le maniche e ricominciare a vivere perseguendo degli obiettivi. Che poi sarebbe normale. E invece.
Certo è che mi viene da pensare soltanto che si, in qualche modo siamo davvero cresciuti. E che forse, il tempo per certe cose è davvero finito. Insomma io non mi ci immagino a quarant’anni in giro per locali a rimorchiarmi la qual si voglia. E forse sarà davvero quello il mio triste e inaspettato (!) destino. Ma io tendo sempre ad esagerare, o forse no. Forse in questo mio riflettere su queste cose sono in qualche modo oculato. Ma chi lo sa. Sento soltanto, per la prima volta, di essere la persona sbagliata, nel posto sbagliato. E di vedere poche uscite di sicurezza.
E che in qualche modo sia davvero arrivato il momento di reagire in maniera decisa. E prendere una posizione. Questo me lo devo. E lo devo a chi tiene alla mia felicità. E saranno anche un numero di persone che non superano una mano, ma non me ne voglio affatto lamentare. Anzi. Forse il problema mio è che non riesco a sopravvivere a me stesso. Nel senso che dovrei finirla di tormentarmi ed iniziare a vivere. Davvero. E questo in soldoni è stato quello che la Du Barry mi ha detto. Ma tra il dire e il fare, ce ne vuole, ed intanto un altro week end è passato, ed io sono rimasto a casa a fare la muffa.

Ma è già ottobre. Ed è tutta un’altra storia. Me lo  auguro, almeno.

Riflessioni contorte.















Bene bene. Sono ufficialmente il miglior nemico di me stesso. E scusate se lo ammetto candidamente. Questo di certo non allieva la pena. Affatto. Anzi. La consapevolezza in un caso del genere, peggiora soltanto le cose. Ed è peggio perché essere consapevoli di dire una cosa, e fare l’esatto contrario vuol dire prima di tutto non volersi bene. E non volersi bene, bè, non è una cosa per niente salutare. Insomma si può essere coscienti di non volersi bene, e continuare a non volersi bene? Con quali presupposti posso rincollare i pezzi? Ecco, a proposito di questo, non sono neanche troppo d’accordo nel rincollare i pezzi. Insomma è una cosa un po’ da sfigati.
O almeno, questo è quello che ho sempre pensato. Ma devo ammettere che rincollare i pezzi è coraggioso. E visto che non faccio neanche questo, forse sono doppiamente codardo. Ecco, c’è chi passa il tempo a far finta di ascoltarmi. Di capire. Di comprendere. E forse neanche a me va più di spiegarmi. Perché poi lo faccia qui, bè è di fatti un mistero anche per me. Ma forse, millanto una difficoltà a comprendermi spacciando addirittura a me stesso di essere contorto, quando in fondo sono come tutti. In crisi. E le persone in crisi fanno cazzate. Ebbene io sono inutile anche in questo. Perché non faccio proprio niente. Anzi no. Mangio. Qualsiasi cosa. Adesso non voglio fare la parte della bulimica. Che è una roba serissima.
Però essere aumentato vertiginosamente di 10 kg in un paio di mesi per me è indice di qualcosa che non va. A volte mi chiedo se tutto questo essere da un’altra parte sia effettivamente colpa di qualcuno. Oppure, sia semplicemente colpa mia. Mi trovo a scagionare chi so io, e ad incolpare me stesso di tutto. E a dover subire questo processo a me stesso completamente da solo. Vittima e carnefice. E poi di persone che ascoltano, ce ne sono pochissime. Ci sono quelle che sentono. Ma per quelle che sentono deve andare tutto bene. Allora sorrido, e fingo che vada tutto bene. Che è un’altra cosa di cui non vado affatto fiero.
Mi chiedo, spesso, se c’è qualcuno che farebbe come me se io avessi un mio amico nella mia stessa situazione. Periodo semplice. Ma penso abbiate capito. Io farei davvero qualsiasi cosa. Ma se quell’amico sono io, perdo interesse. A volte penso di essere troppo pesante. O forse troppo superficiale. Altre volte ancora credo fermamente di essere io quello rompiballe. Non è possibile che ogni giorno che io mi sveglio sia una fottuta giornata no. Ogni singolo giorno non vedo l’ora di uscire dal lavoro perché nel tempo del tragitto fino a casa io mi approprio lentamente di una sorta di pace, che svanisce appena rimetto piede in casa. Si, non ho pace.
Mi tormento. Mi chiedo ripetutamente se le scelte fatte fino ad oggi siano state frutto di mie reali decisioni, o semplicemente dettate dal momento che vivevo. E questo mi fa pensare che ipoteticamente, forse, che in realtà non ho mairiflettuto davvero. Altrimenti ora non sarei qui a fare questo discorso. Non vi sembra? Insomma di colpo è possibile che la mia vita mi faccia talmente schifo e in ventinove anni io non ci abbia capito mai un cazzo di niente? Ebbene la risposta è si. Adesso che, per l’ennesimo post vi ho frantumato le palle, e che per l’ennesima volta, non trovo un finale degno, chiudo semplicemente chiedendomi se in fondo non sono come tante altre persone in giro. Ma non sono convinto ancora.
E prima o poi, ci sarà qualcosa per cui valga la pena sorridere. Lo so. Comunque l’obiettivo era???… ricominciare. Si. 

La cura.


Diciamoci la verità. Quando un periodo è no. E’ no. E non parlo che me la tiro da solo. E forse non dovrei neanche scrivere un post del genere. Ma, come sempre, non riesco a non essere sincero anche nella peggiori delle sorti. Se da una parte ho davvero tutto quello che una persona vorrebbe, in realtà non ne riesco ad essere entusiasta. O comunque soddisfatto. Ci sono stati tempi, in cui effettivamente avevo molto meno, e sinceramente ero molto più felice. Ma in fondo la felicità, quella di cui siamo alla ricerca perennemente e costantemente secondo me è solo una bufala. Una grande enorme bufala.
Eppure, a mio fratello è bastata incontrare la sua metà. Quella vera. Quella che basta uno sguardo per sorridere. Quella a cui non hai paura di dire le cose come stanno, perché sai che le capirà. Quella che accetta la tua famiglia, e comprende il carattere di tutti. Quella che ti ama così come sei. E con la sua metà, mio fratello accetta i compromessi. Accetta di risparmiare, accetta di abbassare il volume del pc e di mangiare meno per far scendere la pancetta. Lo fa. E’ deciso a privarsi di qualcosa per un bene comune. E lo fa col sorriso. E senza troppa fatica.
Adesso. Dopo questa lucida considerazione mi viene da pensare che forse io non ho davvero una collocazione senza una mia metà. Ed è una cosa davvero orribile da pensare. E che forse davvero ho sbagliato tutto. E che forse non era neanche troppo necessario fuggire dal paesello per venire a Roma e scoprire che in realtà sono solo qui tanto quanto lo ero lì. Insomma, chiarimenti del genere, tanto semplici e lampanti mi vengono anche in maniera del tutto spontanea. E naturale. E me lo conferma la mia amica Giulia in maniera ancora più diretta. La pensiamo alla stessa maniera a riguardo. E lei, ha 33 anni ed è ancora single.  E non si accontenta. E mi viene da dire.
Ma è possibile vivere il fatto di essere single in maniera così drammaticamente devastante? Lo devo ammettere? Si. E’ una cosa davvero molto triste. Talmente triste che è paragonabile soltanto a quando ti finisce il ketchup e hai già cucinato una marea di patatine fritte. Come si fa? Mangi le patatine senza ketchup? Già è difficile mangiar patatine. Figuriamoci senza ketchup. Anche se io so già dove sta il problema. Almeno per quanto mi riguarda. Bè un primo enorme problema è avere la testa da tutt’altra parte. Che non aiuta proprio.

Soprattutto quando ti devi risollevare da solo. E poi, dopo la testa viene il cuore. Che sta lì. Ma è gelato.  E mi si è congelato del tutto. E poi arriva la chiusura. Totale. E lo sto facendo anche in maniera più decisa verso alcuni amici. Sapete si arriva a un punto che forse ti cominci a chiedere soltanto “ma io qui cosa stracazzo di sto a fare?”, tutto diventa difficile da fare e da dire e vorresti solo correre a gambe levate. E invece? Invece niente. Non lo si fa, perché non hai più la voglia di parlare e perché ti chiedi soltanto cosa è cambiato rispetto ad un paio di anni fa. E ti rendi conto, che le cose belle, sono tutte irrimediabilmente finite.
E parlo di cose serie, e meno serie. Per questo, ho deciso di iniziare ad organizzare la mia esistenza con priorità diverse. Perché in un momento di totale sconforto, che sto vivendo, e dal quale mio malgrado, ancora non riesco a uscire, voglio riemergere ed essere vincitore. Per questo, in qualche modo ho deciso che dopo il lavoro mi dedicherò alla palestra, alla scrittura, allo studio e ai miei altri interessi, come il cinema e il teatro. Stop. Lascio un punto interrogativo per il sesso. Voglio riservarmi la possibilità di scegliere se fare o non fare sesso al momento. D’altronde anche quella è una cosa che va fatta.
Certo, questo perché al momento non posso permettermi una psicologa. Perché in fondo lo so che molti di quelli che mi sono molto vicino, ma anche voi che leggete, pensate che io ne abbia bisogno. Ma non posso mettermi a spendere per la psicologa. Non ora almeno. Trovo giusto interrogarmi su le cose concrete. E una cosa concreta adesso è sicuramente capire la cura migliore per farmi ritrovare lo smalto e la verve di una volta. Che credetemi, è davvero complicato da far riapparire, da soli. Io ci contavo, ma niente. Questi non tornano più.
Anche se nell’incertezza in cui verso, mi pare logico ricominciare prima di tutto da me. Non voglio angosciarmi con troppe paranoie (mi sembra di averne anche fin troppe), voglio solo vivere, e capire la cosa migliore da fare. Sorridere. E lo farò da subito, ed ignorare tutto quello che mi arreca noia e fastidio. E poi non ditemi che non scrivo cose belle e positive. Forse ho iniziato già da ora la cura, e ancora non lo so.  Intanto se volete, potete farmi sorridere tutta la sera cliccando qui. O qui. Sarebbe già un inizio. No?

Luglio, grigio.






Rompo il silenzio. Nonostante il giovedì random sia una delle rubriche più criticate del mese, e nonostante le visite siano triplicate, mi urge aprirmi a voi. Come se non ci fosse un domani. E mai espressione fu più azzeccata per descrivere questo periodo. Chi mi conosce bene lo sa che io d’estate rinasco. Ma saranno i miei 29 anni, che non ho ancora accettato totalmente, e sarà anche il caldo devastante degli ultimi tempi, io mi sento davvero morire. Dentro, soprattutto. E non è affatto un bene.

Le motivazioni sono troppe. E diverse. Sono insoddisfatto per quanto riguarda il mio lavoro. E malgrado questo so che non è affatto periodo di lamentarsi per il lavoro. Insomma con sta crisi. Sono insoddisfatto per le mie amicizie. Riesco solo a litigare ed eruttare acido verso chiunque. Sono insoddisfatto per quanto riguarda la mia vita sentimentale. Anzi. Fate conto che non esiste. E non mi interessa davvero nessuno. Sono insoddisfatto della mia casa, e del mio coinquilino. E non riesco a trovare nessuno che mi dica “Ok, prendiamo casa insieme”. Nessuno.

E inaspettatamente sono insoddisfatto del sesso. E nonostante come mi sento, i miei oroscopi sono pazzeschi. Gli oroscopi che chiunque vorrebbe leggere la mattina. Io mi sento solo apatico. Triste. Spento. Morto. A tal punto che mi sembra di vivere la mia vita come se qualcun altro la stesse vivendo per me. E io sia intrappolato in una merda di avatar orrendo. E non mi riesco a liberare. Né dell’avatar né di quello che mi circonda. Vorrei scappare, davvero e non tornare più. Per almeno sei mesi. Ma sono un vigliacco.

E quando uno è un  vigliacco, e ne è cosciente, non è capace neanche di scappare. Non volevo scrivere robe simili, sinceramente. Ma devo un post nuovo a questo blog. E mi sono lasciato andare senza filtri. Perché prima o poi dovrò eruttare. E siccome mi capita di eruttare con le persone sbagliate, forse è il caso che io lo faccia qui, dove potete cliccare in alto a destra la croce e liberarvi di questo sfogo. Perché nel bene e nel male sono questo. E non posso non essere sincero. Almeno qui.

Se guardo indietro nel tempo ho sempre avuto una vita abbastanza altalenante. Non sono mai stato pienamente felice, e se forse lo sono stato in realtà c’era sempre un tassello che non era al suo posto. Forse è vero che io mi fisso. E forse è anche vero che chiedo affetto a chi in realtà non ha alcuna voglia di dimostrarmelo. Però se fosse per me mi chiuderei in casa dalla mattina alla sera senza mettere il naso fuori. E questo non mi piace. Sono spie insidiose di qualcosa che può trasformarsi in un qualche dramma, vero.

E si sa, che i drammi sono sempre dietro l’angolo. Ma dovrò pur ricominciare da qualche parte. Eppure non ci riesco. Sono insicuro. Talmente tanto insicuro che sto lentamente cominciandomi ad odiare. Odio la mia immagine, e la mia faccia. E i miei atteggiamenti. E sento crescere solo ansia. Un’ansia che mi sta consumando. Nelle ultime tre settimane ho passato il pomeriggio sul letto. A pensare. A pensare cosa scrivere. E non mi è venuto in mente niente. Quando in realtà potevo cominciare a chiarire innanzitutto a me stesso chi sono.

Perché in fondo è questo il mio problema maggiore. Chi sono? Sembra che tutti sappiano chi io sia. Lo sa mia madre, mio padre. Mio fratello. E addirittura la sua ragazza che mi conosce da meno di due anni. Lo sa mio zio, che sfrontato fa battute come se ci fosse una confidenza. Lo sanno i miei amici. Anche se poi mi incavolo per un nonnulla. Lo sanno i miei colleghi di lavoro. Che credono che il mondo finisce al di fuori del timbro marcatempo. E lo sanno i miei numerosi, e diversi amanti. Che pensano che mettere un cazzo in culo sia la soddisfazione più alta alla quale possano aspirare. O possa aspirare io.

Potrebbe anche essere così, per loro. Non lo metto in dubbio. Ma per me? Cosa è davvero importante per me? Questo non lo so. O faccio finta di non saperlo. Perché forse è meglio così. Fa meno male. In fondo quanti di voi vogliono soffrire in maniera cosciente. Nessuno penso. Io lo faccio, costantemente. E mi illudo che il domani sia meno grigio, quando poi il giorno dopo è sempre peggio di quello prima. E non ci sono movenze pop che tengano. Perché non mi va. Non mi va davvero di fare niente.

Lo psicologo, dirà sicuramente che devo capire da solo. Ma io non gliela faccio a capire niente. Riesco a malapena a capire dove mi trovo ultimamente, figuariamoci se posso capire qualcosa di così profondo e impercettibile. Almeno agli occhi miei. E mi dilungo in cattivi pensieri che non mi danno risultati anzi, insinuano ancora più dubbi. E perplessità. La mia unica mossa, ed è quello che farò, perché insomma, smerdarmi così in maniera chiara dovrà pur servire a qualcosa, sarà pensare a cose piccoli e facili da realizzare.

Cose con un obiettivo chiaro, raggiungibile  e misurabile. Senza aspettarmi troppo dagli altri, e da me stesso soprattutto. Ricominciare, poco a poco a riprendere confidenza con me stesso, e con i miei simili. Perché neanche più quelli capisco poi tanto bene. E sperare, che in fondo, tutto questo prima o poi finisca. O si esaurisca da solo. E pensare, per la prima volta, solo ed esclusivamente a me. Sperando che il caldo soffochi anche questo luglio grigio e triste.

Ciliegie

Spoiler: Il prossimo post è una mattonata sulle palle.

“Che hai fatto?”

“Niente, mamma”
“Non mi dire bugie. C’è qualche problema”
“Oh. Ci sei?”
“Mamma non ho fatto niente. Sono solo scazzato”
“Hai questo tono di voce da quando sei tornato da Milano. Che c’è che non va?”
“Niente. Non ho fatto niente”.
“Vabbè questo weekend veniamo a Roma.”
“Mamma se vuoi venire per farti un giro, non ci sono problemi. Ma non mettere le mani avanti. Non ho problemi, va tutto come sempre. Sono solo un po’ scazzato. E tu stai contribuendo. Ok? Ora scusa, ma sono a lavoro. Ciao”.
Mi sembra chiaro che non sia necessario aggiungere altro. Mia madre ha il fiuto di un cane da tartufi, e non passa occasione per farmelo presente. Quando ero a casa le nostre conversazioni non andavano oltre il “Che hai fatto?”. Per tutti gli anni dell’università io non ho mai risposto più di tanto. Anche perché uscivo la mattina alle 6 e tornavo la sera per cena. E poi dormivo. Per quasi tre anni e mezzo di università non ho fatto altro. Il sabato uscivo, quando non lavoravo. A rivedermi oggi devo ammettere che sono stato anche un figlio modello. Nonostante tutto non ho pesato chissà quanto.
Ricordo la rabbia con cui mi scagliavo contro di lei. E appena finivo di vomitarle addosso la mia rabbia mi pentivo e anche subito. Mio padre invece era sempre stato esonerato da tutto ciò. Due infarti e quattro bypass coronarici sono sempre stati utili ad evitargli le mie nevrosi. E’ tutt’ora principalmente questo il motivo per cui non ho ancora fatto coming out a casa. La paura che mio padre possa sentirsi male. Poi, dopo la laurea tutto è cambiato. I miei si sono rilassati. Io mi sono rilassato. Per un po’ me la sono goduto. Il primo di tutta la famiglia che si laureava. Pensate un po’.
Poi dopo una settimana ho fatto fagotto e mi sono trasferito a Roma. Di lì a poco i nostri rapporti sono inesorabilmente cambiati. I miei mi ascoltavano. Mi rendevano partecipe di problemi, e decisioni che prima non mi sfioravano neanche lontanamente. E lì ho iniziato poco a poco a rendermi conto di quanto fossi importante, nonostante la mia assenza. Il 2007 è stato il mio anno più felice. Per tanti motivi. Da lì la teoria che io ho un anno buono ogni sette anni. Per cui il prossimo dovrebbe essere più o meno il 2015. Che culo è. Che teoricamente neanche ci sarà se i maya ci hanno azzeccato.
Scusate mangio un oro ciok. Da quando il Pim li ha messi super scontati è davvero la fine. Non mi ricordo il senso di tutta questa lunghissima e sdolcinata introduzione sinceramente. Ma forse neanche vi interesserà. Ah ci sono. In realtà quello che volevo sottolineare è il cambiamento. Tutti cambiano. Fisicamente. E sicuramente anche caratterialmente in qualche modo ci evolviamo. L’essere umano si adatta. Si evolve. Il mio tarlo nel cervello è proprio questo: io mi sono evoluto? Io mi sono adattato?
Le risposte che mi sovvengono sono NO. E ancora NO. Anzi invece di farmi forte, credo di essere ancora più fragile e vulnerabile di qualche tempo fa.  Sono aumentate le paranoie. Le crisi. Le voglie. E nonostante due psicologhe (naturalmente fatte fuori perché ho litigato anche con loro) sono sempre più convinto che sono sempre di più la persona sbagliata nel posto sbagliato. Lentamente mi sto spegnendo. E non sto facendo niente per evitarlo. Cerco di tirare avanti e far finta che quello che mi succede (per lo più niente, basta contare i post) in realtà non accada davvero. Ma non è così. E lo so da me.
In realtà, mi sto lentamente e inesorabilmente riempiendo di acido. Cosa comune che accade a tantissimi gay. A me accade anche prima del previsto. Eh si. Mi duole ammetterlo. Ma è così. Una volta mi svegliavo felice. Anche se ero lo stesso identico sfigato che sono oggi. La differenza è che oggi mi sveglio triste. E forse io ho capito dove sta l’inghippo. Mi sono chiuso. Troppo. E mi sono chiuso anche a me stesso. Sono arrivato al punto di sentirmi talmente solo che evito persino di parlare. E ad alcune persone a me vicine non riesco proprio a far capire i miei pensieri/sentimenti/scazzi.
Le persone con le quali riesco ad essere totalmente me stesso si riducono a non più di due. E ciò non mi aiuta. Per niente proprio. Se ci mettiamo che una di queste vive a chilometri da qui (207 per l’esattezza) il quadro è più che completo. E nonostante viviamo nell’era della comunicazione telematica sto pensando seriamente che faccialibro, e anche twitter non aiutano. Anzi. Mi destabilizzano ancora di più. Non penso sia normale incazzarsi come una iena per ciò che non ti viene scritto da qualcuno su twitter. Ma forse è anche per questo che non sto bene.
Vivo perennemente in attesa di qualcosa, che non accade. E invece che andare oltre, mi deprimo e chiudo. Chiudo sempre di più. Il problema reale sapete qual è? Se inizi a fingere che va tutto bene, quando invece dentro stai davvero male e prenderesti a capocciate qualsiasi muro nel raggio di 20 cm, e non sfoghi mai, dove stracazzo vai a finire? Io non lo so dove sto andando. Ma so dove non voglio arrivare. Però non posso neanche fingere a me stesso. Qual è la conclusione? Non c’è, per ora. Metto un punto e nel prossimo post vi racconto, spero, qualcosa di più allegro.
Perché se continuiamo così, più che il Pisello Odoroso, finisce che il Pisello si smoscia, ed io manco a dirlo mi so smosciato già. E non so vuoi ma io ho voglia di ciliegie. Cosa c’entrano le ciliegie? Non lo so, ma le ciliegie sono come i cattivi pensieri, uno tira l’altro. Ecco.

Senza Titolo.

Quattro anni fa di questi giorni ero davvero felice. Ero convinto di aver trovato una persona. Sentivo le farfalle nello stomaco e volevo solo stargli vicino e vederlo. E baciarlo, e coccolarlo. Questo. Purtroppo però, quello che uno prova non sempre è semplice da gestire né tantomeno facile da esprimere. Soprattutto per me. Per questo, come al solito, ho trovato il modo di rovinare tutto. E subito. Il sentimento era questo. Ma ben presto si è trasformato in ben altro. L’assenza, sua, mi ha fatto leggermente impazzire. E di li a poco mi ritrovavo a scrivere mail nervose, incazzose e prive di ogni logica, per quello che stavamo vivendo che era nulla di più di una banalissima conoscenza.
Ovviamente, perché dopo quattro anni sto ancora qua a rimuginare su questa storia? Domanda lecita. Perché tutto a un tratto sbarabadaboom quello che per molto tempo ho finto di non provare, in realtà lo avevo chiuso in una scatola e nascosto nell’armadio. Ma la casa nasconde soltanto. E mentre riordinavo, mi ritrovavo tra le mani quella scatola con dei regali dentro mai consegnati che mi hanno fatto male. Preso il coraggio, di voler dire queste cose, più per me stesso a dire il vero, visto che lui a quanto pare sta bene a vivere la sua vita senza farsi la minima cura del sottoscritto, e anche giustamente aggiungerei io, gli propongo un’incontro. Perché quando agguanti il coraggio non lo devi far scappare via.
Ed io il coraggio lo avevo trovato, pur sapendo che sarebbe stato un incidente frontale contro un camion. Ma è molto complicato parlare se non hai un interlocutore. Soprattutto se l’interlocutore è uno che non ha neanche voglia di ascoltarti. E quindi, ripiombo di corsa nello sconforto che forse mai m’abbandonato ultimamente. Volevo dirti che mi piaci. Che mi fai ridere. Che mi sento perso se non mi consideri. E che forse io sono stato un coglione a comportarmi come mi sono comportato, e capisco bene che tu voglia solo che io scoppi. Ci sta tutto. D’altronde mi sono per primo definito come uno stalker, ironicamente parlando, ma forse con te i limiti li ho superati. Eccome.
Sono convinto che le cose possano cambiare, prima o poi, e che non è vero che vince chi fugge, anzi, chi fugge perde. Ma tu non sei fuggito. Mi hai giustamente ignorato. E poi ci ha pensato il destino, la provvidenza o quello che via fa stare meglio a portarti lontano. I drammi ovviamente sono sempre dietro l’angolo. Ma forse è il caso di piantarla. Me lo ripete Guy, sbraitando senza neanche lasciarmi parlare. Me lo dice Ga, con un sorriso furbetto. Ciù Ciù è più comprensivo, e in qualche modo capisce la mia posizione. Giulia, eterna romantica, la mia sposa abbandonata sotto il faro mentre attende lo sposo ritardatario è l’unica che nutre ancora una speranza. Io dal canto mio  non riesco ad alzarmi la mattina e dire “Ok, adesso basta. Faccio finta che non esiste più”.
Non è da me, e non riesco proprio a fingere. Per questo oggi, mi ritrovo a scrivere questo post, sunto riveduto e corretto di ben altri quattro post che ho scritto nei giorni scorsi e che ho prontamente modificato. Quando poi tra le mani ti ricapita quel regalo, volutamente comprato a Londra, perché sapevo ti avrebbe fatto piacere, la mia parte più debole esce fuori. Io me ne andrei scalzo a correre per strada a urlare il tuo nome e chiedere la tua attenzione. Come la peggiore delle ciociare. Ma poi devo ridimensionarmi. E rendermi conto che il gioco non è solo mio. Si è sempre in due. E se io sto ancora qua, e tu no qualcosa vorrà pur dire.
E se per alcuni dei miei amici mettere nero su bianco questi pensieri non è utile, perché aliena quel briciolo di dignità che mi è rimasto, e in fondo sotto sotto sono anche d’accordo con loro; per me stesso questo è uno passo inevitabile. Il mio passatempo è passare le giornate ad analizzare me stesso, cercare di capirmi di più, per esprimermi meglio, perché se comunichi male nessuno ti capisce. Soprattutto quando mando a fanculo qualcuno che in realtà vorrei abbracciare e coccolare. Vorrei. Appunto. Mi rendo conto che forse io sono stato solo impreciso. Immaturo. E vittima di regole di un gioco di coppia che in realtà non c’era ancora. E non potevo proprio permettermi di utilizzare.
Il caffè serviva a questo. Il caffè, di contorno, doveva accogliere questi miei pensieri e farteli capire. Non tanto perché mi aspettavo una tua reazione positiva. Non me l’aspettavo. Tu non sei più a Roma, e soprattutto non sei più solo. Dato da non sottovalutare affatto. Ma volevo solo che tu capissi. Che mi comprendessi, e in qualche modo mi perdonassi. Perché forse il perdono, quello vero, in situazioni del genere è l’unica consolazione alla quale si può aspirare. Davvero. Ma forse, mi rendo conto, che neanche questo merito. Potrei aspirarci, si. Ma non me lo merito. E i contrattempi normali di una capitale distratta hanno fatto il resto.
Il colpo è stato duro. Sono rimasto almeno venti minuti ad aspettarti a Termini mentre rileggevo il tuo messaggio. Si, ero a pezzi. E lo sono stato per diversi altri giorni. Poi mi sono detto che forse, come ho sempre fatto, dovevo rimboccarmi le maniche e ritrovare un po’ di serenità. Mi sono ripreso i miei spazi, e mi sono riposato. Ho visto gli amici, e infine sono tornato a casa per Natale. Anche se avevo poca voglia di festeggiare. Mi sono fatto coccolare dalla mia famiglia, perché in fondo loro ci sono sempre davvero. Mi sono goduto la stella del Natale, arrivata da poco, ma me la sono abbracciato e guardata. E forse ho capito che questa volta non era il caso di farne un dramma.
Che forse posso riuscire finalmente a superare il dolore di non sapere come sei davvero, e di lasciare quel mezzo cuore sul mio polso solo. Perché più che tu, forse quello sono io. E se è vero che l’amore cambia, spero che almeno abbia cambiato te. Perché io, per ora, me lo sono lasciato scappare. Ma solo per il momento.

Un post gelato.



Questo blog oramai assomiglia sempre di più al mio letto. E’ vuoto. Sarà il periodo. Sarà che io ho la testa da tutt’altra parte, ma quando non gira bene, non gira. E ovviamente, questo pisello odoroso ne risente moltissimo. Sto anche seriamente pensando di eliminare Annabelle Bronstein. Credo che lei sia davvero morta, per cui non ha molto senso ancora a continuare ad utilizzare impropriamente la sua immagine, se quel mood, ahimè, pare essersi volatilizzato chissà dove. Mi sento obbligato ad essere sincero con voi e preannunciarvi quello di cui disquisirò nelle prossime righe. Io odio il Natale.
Lo odio tantissimo. Diciamo che questo mio odio verso il Natale ha delle radici lontanissime. Ben radicate. E anche innaffiate. Nel tempo, intendo. Quando ero piccolo, avrò avuto dieci anni, ero un assiduo frequentatore dell’oratorio, e dell’azione cattolica. Non giudicatemi. Proprio durante una messa di Natale di mezzanotte presa da uno spasmodico bisogno di andare a fare la pipì ho abbandonato il rito prima di farmela sotto. Il wc (adoro chiamarlo così) era all’intero di una stanza alla quale si accedeva tramite un’altra ancora che in quei giorni veniva utilizzata come magazzino.

E dentro vi erano una marea di statue: di Gesù, Madonne a lutto e croci varie, di Pasqua soprattutto, che durante le feste di Natale venivano spostate per far posto all’enorme presepe a semigrandezza naturale. Insomma io mi sono chiuso le porte dietro, e sono rimasto chiuso dentro. Dopo averla fatta tutta mi sono reso conto del dramma che stavo vivendo e al quale non sapevo come porre fine. Ero nel lato più esterno del palazzo e nessuno mi sentiva, con le inferriate alle finestre. E all’epoca non c’erano cellulari. In conclusione sono rimasto chiuso tutta la notte della vigilia in quel magazzino, e i miei hanno passato la nottata dai carabinieri, che alle 6 del mattino hanno finalmente avuto un’intuizione.
Visto che l’ultimo posto dove mi avevano visto tutti era stata la chiesa, si sono venuti a fare una passeggiata. Alle 7 finalmente l’incubo finì. Credo di aver pianto tutte le lacrime a disposizione di un ragazzino di dieci anni, in quella notte, ed ero spaventato non perché io non riuscivo ad uscire, ma semplicemente perché quelle statue mi facevano una paura matta. Mi sono dimenato per almeno mezz’ora, ma nessuno mi ha sentito, c’era comunque la messa ancora, fino a quando non mi sono addormentato per terra. Quando il carabiniere mi ha trovato, infreddolito, addormentato sul pavimento mi ha preso in braccio ed avvolto al mio cappotto. Mi sono subito svegliato, ed ho ricominciato a piangere.
E non ho smesso neanche quando sono tornato fra le braccia di mio padre, che a sua volta piangeva anche lui. E non ho smesso neanche in macchina. Quando poi sono ritornato a casa ho continuato a piangere perché in assoluto silenzio erano tutti li. Zii, cugini, nonni e mamma, soprattutto, inconsolabile sul letto che urlava. Come mi hanno visto si sono rilassati tutti, anche se io non smettevo di piangere. Ed ho pianto per almeno altre due ore, fino a ora di pranzo. Pranzo che per la prima volta era felice. Era tornato a tutti il sorriso quel giorno, perché io ero li con loro. Io non sono stato subito bene. Per due mesi ho avuto incubi di quel Natale.
Ecco perché odio profondamente il Natale. Con il tempo poi, crescendo, il mio odio è cresciuto sempre di più perché a Natale tutti sono sempre molto più felici. E puntualmente, ogni Natale, io avevo qualche motivo per non esserlo. E quelli che mi hanno circondato, e mi circondano anche oggi, hanno avuto quasi sempre la stessa identica reazione. Penso a Giulia, soprattutto. Che odia le luminarie di Natale, quanto me. Odia le coppie che si stringono in abbracci  caldi e baci mozzafiato. Odia tutti quelli di cui ignori l’esistenza che magari se gli passi a un palmo di naso ti ignorano, ma invece a Natale devono farti gli auguri e chiederti se sei fidanzata. Li odio anche io.
Quando ho scelto il lavoro da fare da grande, ne ho scelto uno che prevedesse di lavorare anche alle feste, e infatti per tre Natali consecutivi ho sempre lavorato. Adesso anche questa certezza si è andata a far fottere. Ma vabbè, ho deciso che per me il Natale durerà meno quest’anno. E non gli darò la soddisfazione di farmi sopraffare da tutti questi brutti pensieri che mi riempiono il cervello, affatto. Solo per un motivo. Anche Guy quest’anno sta cercando di farsi prendere bene il Natale. Ok, adesso, farsi prendere bene il Natale mi sembra un po’ troppo. Diciamo digerirlo senza Geffer almeno. Io ci proverò per lo meno. Ma ovviamente non sono sicuro di riuscirci.

Volevo anche scrivere una lettera a Babbo Natale. Ma poi ho pensato che forse era più utile mandarla a Paolo Fox, che quest’anno ci ha preso su tutto con il mio segno. Il lavoro, la famiglia, gli amici. Tutto. Tranne una cosa: l’amore. Ovviamente. Paolo Fox è convinto che io abbia un partner con il quale da mesi sia in crisi. No mio caro. Forse sono in crisi con me stesso, e i pochi post lo potranno anche confermare, ma crisi con un partner proprio no. Anzi, mi farebbe piacere averci una crisi con un qualche partner, così almeno approfitterei del Natale per riappacificarci e perdonarlo. Si perché sarebbe sicuramente colpa sua.
Chiarito il mio odio per il Natale, vi voglio far notare che sempre grazie a Guy un po’ di Natale si è appoggiato anche qui, ma voglio lasciarvi con un testo di una canzone che dal primo ascolto mi ha segnato, perché inspiegabilmente mi ci ritrovo. E non poco.
“Cade la neve ed io non capisco che sento davvero, mi arrendo, ogni riferimento è andato via spariti i marciapiedi e le case e colline, sembrava bello ieri. Ed io, io sepolto da questo bianco mi specchio e non so più che cosa sto guardando.Ho incontrato il tuo sorriso dolce, con questa neve bianca adesso mi sconvolge, la neve cade e cade pure il mondo anche se non è freddo adesso quello che sento e ricordati, ricordami: tutto questo coraggio non è neve. E non si scioglie mai, neanche se deve. Cose che spesso si dicono improvvisando: se mi innamorassi davvero saresti solo tu, l’ultima notte al mondo io la passerei con te mentre felice piango e solo io, io posso capire al mondo quanto è inutile odiarsi nel profondo! Ho incontrato il tuo sorriso dolce, con questa neve bianca adesso mi sconvolge, la neve cade e cade pure il mondo anche se non è freddo adesso quello che sento e ricordati, ricordami: tutto questo coraggio non è neve. E non si scioglie mai, neanche se deve. Non darsi modo di star bene senza eccezione, crollare davanti a tutti e poi sorridere. Amare non è un privilegio, è solo abilità, è ridere di ogni problema mentre chi odia trema.Il tuo sorriso dolce è così trasparente che dopo non c’è niente, è così semplice, così profondo che azzera tutto il resto e fa finire il mondo. E mi ricorda che il coraggio non è come questa neve. Ho incontrato il tuo sorriso dolce, con questa neve bianca adesso mi sconvolge, la neve cade e cade pure il mondo anche se non è freddo adesso quello che sento e ricordati, ricordami: tutto questo coraggio non è neve”. “L’ultima notte al mondo” – Tiziano Ferro.
Per intenderci, quando io ho visto quel sorriso la prima volta la neve non c’era, ma faceva comunque molto freddo. E fa freddo anche ora. Molto.