L’Architetto premuroso

Venerdì 27/06

Lui mi guarda e sorride sotto i baffi. Io inizio a pensare che cosa mai scatena la sua ironia a tal punto. Non lo capisco. Sarebbe ora di cena, ma stiamo facendo un aperitivo. Ha portato un bottiglia di prosecco, ed io ho preparato degli stuzzichini. Gallette di riso con Philadelphia e rucola. Continua a guardarmi e a ridere. Ma che cazzo si ride? Lo ignoro e sorseggio lentamente il mio prosecco. Era da tanto che non lo bevevo. Decido di essere sincero e gli chiedo come mai si sta scompisciando. “No scusa, è che hai tutta la rucola in mezzo hai denti… Mi faceva ridere!”. OTTIMO. Avere lo specchio in camera da pranzo evidentemente non è sufficiente.

Certo quando apro la bocca lo spettacolo è indecente. Sembro una cariatide di 175 anni, ed ho tutti i denti sporchi di rucola. Merda. Questa è una cosa tipica alla Bridget Jones più che alla Samanta Jones. Poco male. Sorrido e fingo sicurezza nonostante ho le guance fucsia. Con la scusa di lavare le mani, mi apparto in bagno, e mi lavo anche i denti. Sono talmente genio, che dopo 5 minuti che ero li a lustrarli, giustamente, l’Architetto richiama la mia attenzione: “Non starai mica lavandoti i denti? Su che sei buffo!”. Merda, stra merda. Sputo il dentifricio e fingo un tono sicuro “Ma no, è che sto controllando delle pellicine!”.

Ecco penso che non dicevo pellicine dagli anni 90, forse. Vabbè mi risciacquo la bocca e nel frattempo suonano alla porta. E’ il ragazzo delle consegne. Puntualissimo. Lascia due supplì, una capricciosa per me, ed una rucola e bresaola per lui. Patatine per entrambi. L’Architetto non mi da neanche il tempo di aprire il portafogli che paga lui. Tutto. Che carino. Spera che io dopo glielo dia. #Einvece. In realtà adesso rido io, apro il cartone e gli metto la pizza sotto il naso. “Adesso voglio vedere come ti combini!!! Se sapevo non me li lavavo i denti AUHAAHAUHUAHHUAH!” dico sghignazzando.

La cena scorre velocemente, tra chiacchiere e risatine varie. L’Architetto ed io siamo usciti tre volte fino ad ora. Questo è il primo appuntamento ad ora di cena, ci siamo visti solo per caffè in  orari in cui il sole era sempre troppo in alto per intentare qualche approccio. Ad ogni modo, tutto va per il verso giusto. Finita la pizza preparo il caffè con la cremina, e gli servo anche un amaro (niente male) al cioccolato. Ottimo. Ci spostiamo però in camera mia e ci accomodiamo sul divano con le luci soffuse. Tutto urla scopami ASAP, anche se io sono ancora indeciso se farci roba o meno.

Si. Lo so che non ci credete manco per il cazzo, ma per la prima volta è proprio questo che mi balena nella testa. Mi sento totalmente inadeguato, e anche sessualmente ho l’ansia di non riuscire a dare il massimo. Decido comunque di non pensarci troppo, e di far condurre la situazione anche a lui. D’altronde potrebbe anche essere che a lui non vada. Ad ogni modo ci pensa il discorso lavoro a distrarci ulteriormente. A me rode il culo perché non mi hanno pagato tutto lo stipendio. Lui, è un po’ demoralizzato perché lavora in uno studio noioso e non si sente soddisfatto in niente.

Per di più conveniamo entrambi che il periodo storico non è dei migliori per licenziarsi e provare a cercare altro. Non c’è assolutamente niente in giro. Coscienti delle nostre situazioni precarie il discorso si spegne poco a poco. “Scusa, devo darti una cosa: (va verso il corridoio e prende una busta, che io non avevo notato fino a quel momento). L’altra volta ho visto che cercavi questo su Amazon e te l’ho preso. Spero che tu non lo abbia già ordinato…” Apro il pacchetto e trovo il peluche di uno dei Mignon di Cattivissimo Me.  Ecco, in quel preciso istante ho avuto un momento di panico. In realtà non lo avevo ordinato per me. Lo stavo ordinando per #ilRagazzoColSuv. Con il quale non mi pare le cose vadano molto bene. Ma questo lui non lo saprà mai.

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E sono quasi, per un pelo, riuscito a scordarmene. Invece, il destino, che a quanto pare lavora molto più di quello che pensiamo, me lo aveva rimesso lì. Tra le scatole. Ovviamente ho dribblato, e ringraziato, come si conviene. E dopo altre chiacchiere, non siamo andati alla fase sesso, così come tutti avrebbero creduto. Non so bene neanche perché a essere sincero. So solo che quel regalino, così random quanto inutile mi aveva un attimo devastato. Con la scusa che il giorno dopo sarei andato a lavoro, poco prima della mezzanotte l’Architetto se n’è andato. Accontentandosi di un lungo bacio sull’uscio di casa.

Ecco, un limone così non me lo ricordavo da tempo. Almeno. E comunque, il dramma è sempre dietro l’angolo. Sempre. Non finirò mai di dirvelo. Ho dormito poco e male venerdì notte, al pensiero di quanto lui sia stato carino, e di quanto quell’altro sia un mostro in confronto. Ma i confronti non aiutano mai, e rimuginarci troppo sopra anche. Per questo, alle 4 passate mi sono addormentato. Peccato che la sveglia ha suonato alle 7. Peccato.

Epilogo.

“Hai ragione sono sparito, non mi sono fatto sentire più sentire come prima, hai ragione su tutto, e non lo dico solo perché voglio darti ragione, ma perché lo penso veramente. […] Questa mattina avrei voluto portarti anche dei fiori, che so a priori avresti odiato e buttato; ma non ho avuto il coraggio. E’ come dici tu, non ho il coraggio di lasciarlo, come non ho il coraggio di passare un po’ di tempo con te, pur sapendo di stare bene in tua compagnia. […] E’ anche vero che non ho il coraggio di lasciarlo da solo, quando non ci siamo visti per l’intero giorno. Mi dispiace veramente tanto sentire queste tue parole, sentire che stai male per me. Quando in fondo sono io la persona di merda, quella senza spina dorsale. Scusa”.

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Ecco questo è successo il giorno del mio compleanno. Ho dovuto fare i conti con quello che lui aveva da dirmi. E cavolo se non me lo ha detto. Questo è un epilogo, vero, della storia che da un paio di mesi vivevo. E che per la prima volta mi aveva ridato il sorriso. Adesso scusaste, non pensiate che io sia teatrale. Non lo sono. Non ora. Non in questo momento. Sono sicuro che forse neanche ve ne importa poi molto. Ma quando dico che il dramma è sempre dietro l’angolo, è così.

 

Erano da due settimane che lo cercavo, e che volevo vederlo, ma lui mi aveva rifilato scuse su scuse. Ed io lo avevo capito qual’era il problema. Il problema era lampante e davanti gli occhi di tutti. Stavamo bene quando stavamo insieme. Un serio problema se lui convive con il suo ragazzo. E così quello che io non volevo mai accadesse, è accaduto. Mi sono sempre espresso con maniera sincera. Forse troppa, abbattendo quei passi obbligati che esistono quando due si iniziano a conoscere e a vedere.

 

Non l’ho affatto presa bene. Non sto bene. Non perché io sia innamorato. No. Almeno non lo ero ancora. Mi ero affezionato. Mi ero fatto andare bene molte cose, dandogli il pieno comando della situazione. Il pieno e assoluto controllo di me. E come giusto che sia lui ha scelto, ed ha scelto forse per il meglio. D’altronde perché mollare tutto e ricominciare da zero con me? Perché darsi la possibilità di essere felice? Meglio vivere di ansie, di insoddisfazioni. Di rodimenti di culo. Perché poi non farmi felice anche a me? Per una volta. Giammai. Ecco. Ed io in tutta risposta cosa ho fatto?

 

Gli ho persino detto di  impegnarsi nella sua storia, di pensare al suo ragazzo. Di prendersi cura di lui e fare in modo che le cose funzionino. Perché è giusto così. E di non avere alcun tipo di contatto con me. Nessun messaggio, nessun mi piace, addirittura di girarsi dall’altra parte semmai mi dovesse incontrare. Naturalmente me sono già pentito. Perché se mi mancava per due settimane che non l’ho visto, figuriamo adesso che neanche lo sento. E probabilmente non lo sentirò più. Ma il punto è che ne ho le palle piane.

 

Sono stanco. Devo sempre fare i conti con qualcosa di ingestibile. Lo so che è colpa mia, ci mancherebbe, questa storia me la ricorderò proprio perché non posso dare la colpa a nessun’altro se non a me. Ma le belle parole non mi servono. E’ possibile che io debba essere sempre in balia di situazioni che non dipendono strettamente da me. Sono esausto dal sentirmi dire “Va tutto bene, ma…” precludendomi ogni possibilità. Sono giorni che rifletto su come la consuetudine vuole che per gli altri anche in situazioni paradossali le cose vadano sempre a loro favore.

 

A me no. Mai. Da sempre. Non trovo giusto che determinate persone fanno finta di non vederti, e non ti salutano per esempio, è successo tre giorni fa al Pride. Come se il fatto di aver sofferto per loro sia una colpa così grave da doverti togliere il saluto. E’ un perenne rompicapo a cui non riesco mai a dare un senso. Non c’è un ordine. Ovviamente non solo la testa, ma anche il corpo ci mette lo zampino. Non dormo, non ho fame e fuma talmente tanto che la Marlboro Light potrebbe sponsorizzare il mio funerale. Contestualmente ho finito le parole. Non mi va di parlare. Non mi va più di dire niente.

 

Non mi va più di mettermi in gioco, con nessuno. E non mi va neanche più il sesso. Basta. Stop. Clausura. Nelle orecchie mi echeggiano già i milioni di te lo avevo detto della qualunque. Ecco. Non ditemi niente, lo sapevo da me. Io vorrei solo che per una volta fosse andata in maniera diversa, che avrei potuto avere anche io quell’aria tranquilla e sicura che hanno tutti quelli che sono in coppia. Per l’ennesima volta invece, un totale fallimento. Anzi, direi più che possiamo dirlo con certezza che il fallito sono sempre e soltanto io. Giusto in tempo per l’inizio della bella stagione. BAH.

La mela avvelenata

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E’ martedì. Che però sa di lunedì. mi sono svegliato all’alba come sempre, anche se ho fatto dei brutti sogni che non  mi hanno affatto reso la notte tranquilla, anzi. Dicono che i sogni in realtà durano non più di un minuto. A me è sembrato che sia durato almeno un paio d’ore. E l’angoscia mi ha devastato, neanche a dirlo. Neanche fosse poi una novità.  Sono andato a lavoro sfatto. Con una faccia che neanche la mia supercremaperleocchiaie ha avuto successo.

Il mood è proprio questo. Mi sento una cacca ambulante, e mi trascino da una parte all’altra della città senza capire esattamente la mia utilità. Ho deciso che devo farmela prendere bene. In ogni caso ho una giornata pesante da dover gestire. E gestire sta diventando il mio cruccio ultimamente. Soprattutto quando devi iniziare a gestire le cose che uno prova. E che in realtà non dovresti provare, ma che cavolo, poi ti ci ritrovi in mezzo e non sai che fare.

Per fortuna vivo ancora una fase abbastanza primitiva di questa situazione indicibile di cui parlo strettamente e necessariamente per trovare sollievo. Il sollievo, comunque, non esiste. Giusto per chiarirvelo. Così mentre io mi arrovello su come gestire ciò che mi frulla nel cervello, perchè amo scomporre le mie azioni all’infinitesimale, ed ancor prima di provare qualcosa, ho la necessità di focalizzare la sua esatta posizione. A che serve? Serve a non star male. Perchè io non posso permettermelo di stare male. Non più almeno.

Perchè se sto male, di colpo ed inevitabilmente, inizio a fare la matta. Allora calmo, e sangue freddo, e lasciamo diluire i pensieri da soli. Via. Lontani chissà dove, ma soprattutto lontani da me. Oggi è il primo giorno in cui non mi fa male la testa. Decido di partire da quello. Ma mentre io gioisco per il mio scampato mal di testa che da giorni mi infastidiva, dall’altro lato della città sono stato sonoramente ignorato. Da tipo 24 h. E sapete come funziona. Fino al giorno prima mi dici pure quante volte vai al cesso, oggi neanche un buongiorno.

Io non sono capace di guardare le situazioni spegnersi e non far nulla. Se proprio si deve spegnere qualcosa ne voglio essere il solo ed unico responsabile. Per questo ci vado giù di messaggio:. “Che fine hai fatto? Buondì… Auguri“. Ancora niente. Mi chiedo se abbia inserito il silenzioso senza accorgermene, e in realtà ci siano dei messaggi non letti. Nulla di tutto ciò. Lui non risponde. Lo farà più tardi. Vagamente. Ma non sono soddisfatto. Improvvisamente lo sento lontano anni luce. Sento che non è più qui.

Allora inizio a torturarmi, come faccio sempre in questi casi, a chiedermi il perchè di questa e quell’altra cosa. A rileggere al microscopio le conversazioni. Sono alla ricerca disperata di indizi, che confermino questa o quella teoria. Non ne trovo. Niente mi soddisfa. Niente mi da tranquillità. Non c’è una sola cosa che mi faccia stare sereno e tranquillo. Quando finalmente risponde, non sono comunque contento. Anzi.

Ha un’insana vaghezza, che non mi convince. La mia sensazione è quella di affogare. E di non poter più respirare, ma non riesco a fare niente per tornare a galla. Mi vedo da fuori che non respiro. E mi sento solamente impotente. Un bip bip mi fa tornare in me. E’ la Du Barry. Prendiamo accordi per la serata, e decidiamo i dettagli. Ma con la testa penso ad altro. Penso di aver morso una mela avvelenata.  E penso di averla mandata giù in un sol boccone. E non mi porterà a niente di buono.

O per lo meno, spero di sbagliarmi vivamente.

Gli Improbabili Appuntamenti di Annabelle Bronstein – Il Giornalista telefonico e il non-primo-appuntamento

Quando si esce da una storia la prima cosa di cui hai bisogno è di affermare di nuovo te stesso. E’ un processo comune a tutti. Avviene nei modi più diversi: shopping o taglio di capelli o rimorchiarsi chiunque capiti a tiro. Ovviamente si possono fare una di queste cose singolarmente o addirittura tutte. In tempi diversi.  L’importante è farle però. Io dopo la rottura con il mio toy boy non ho potuto fare altro che provarci con chiunque, che, come tutti sapete, è una cosa che non faccio.

Tra questi mi sono ritrovato su una delle solite app gay, Bender mi sembra, a scambiare intense conversazioni con questo tizio. Trentaduenne pugliese trapiantato a Roma, giornalista, amante del cinema e dell’arte. Io ero anche abbastanza eccitato, a dire il vero per tutti questi interessi. E già ero li che mi immaginavo un devastante lieto fine. Abbiamo iniziato con la solita chattata di rito. Dopo tre giorni di chiacchiere via app siamo passati a telefonarci.
Al settimo giorno di telefonate frequenti e dettagliaterrime, abbiamo avuto la nostra prima telefonata con amplesso telefonico. Non me lo aspettavo. Non pensavo che dal parlare di quello che avevo fatto il pomeriggio a regalarmi un solitario condiviso al telefono il passo poteva essere così breve. Mi sembrava logico e scontato fissare un incontro. Insomma, cos’altro dovevamo aspettare? Il mio giornalista di cinema e cultura però tergiversava e sonoramente. Non mi tornavano i conti. 
Non mi tornavano soprattutto perchè aveva un livello di dolcezza inaudito e spropositato. Ogni volta mi tirava fuori una filippica di dieci minuti su quanto gli sarebbe piaciuto abbracciarmi, baciarmi, leccarmi ovunque. Su quanto gli piaceva fare l’amore. E ci teneva a sottolineare che lui faceva l’amore. Non faceva sesso. Il sesso era freddo, allontanava e per lui perdeva tutto di significato se non si usava la parola AMORE. Lui aveva avuto solo fidanzati. E quando sentiva che l’amore diventava sesso per lui era finita. Non c’era niente che lo faceva tornare indietro. 
L’ottavo giorno ero assolutamente deciso ad andare a segno. Ci sentiamo a pranzo e la telefonata assume dei toni surreali.

“Hey ciao come stai?” mi dice sensuale.
“Bene… Sono al lavoro… E’ una giornata pesante qui!” dico serio.
“Io sono a pranzo con un mio amico. Nicolas… (Pausa, molto lunga)”
“E?” incalzo io.
“Nicolas Vaporidis, lo conosci?” dice lui.
“NO! Il nome non mi è nuovo, ma non so di chi parli… Dovrei conoscerlo???” (naturalmente sapevo assolutamente di chi stava parlando. Figuriamoci, ma non volevo dargli alcuna minima soddisfazione. D’altronde mica solo lui conosce gente che conta. Io conosco Fabry, e pure il Signor Ponza. Tiè)
“No, figurati è solo un amico. Comunque sai cosa farei adesso? Adesso…” e riparte con dettagli scabrosi.
“Ehm. No scusa. Sono al lavoro. Mi dispiace ma quando sono al lavoro queste cose non si possono fare” dico fermo e irremovibile.
“Ok. Dai sentiamoci più tardi allora” chiude lui.

Io inevitabilmente ci ho visto del malato. Dopo otto giorni di assidue telefonate e what’sappate ad ogni ora non potevo assolutamente sopportare che ancora ci eravamo visti.Soprattutto perchè mi condiva il pomeriggio anche con dettagli del suo corpo. Interessanterrimi, per carità. Insomma, che senso aveva. Tanto più che abitavamo a pochissima distanza. Ma la prova del nove l’avrei avuta in serata. Io avevo deciso che in qualche modo ci saremmo visti, i dettagli gli avrei decisi al momento. Random. 
Dopo cena quella sera ci siamo sentiti. Dopo le chiacchiere di routine il giornalista è inevitabilmente andato a finire su quello che gli piace di più fare, ovvero lo sporcaccione telefonico. Io ragazzi, ho sbadigliato. Sapete com’è, tutte le mattine mi sveglio alle 5:50 e dopo una giornata devastante uno sbadiglio se lo potrà permettere. EINVECE il dramma si era celato dietro l’angolo. Fino a quel momento. Mi è arrivato uno sbrocco devastante peggio di una doccia fredda: “Scusa ma io ti sto dicendo di quanto ti vorrei vicino, di quanto vorrei abbracciarti, e di tutte le fantasie che vorrei condividere e tu mi sbadigli in faccia? Ma io non penso che sia possibile una cosa del genere” tuona lui tutto incazzato.
Io, che tento di minimizzare in modalità LEVATISUPERASAP. “Scusami, hai ragione, sono stato inopportuno e ineducato. Solo che a quest’ora mi viene un sonno devastante. Sai essendomi alzato praticamente all’albUUUAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHHH.” SBADIGLIO. Ancora una volta. Ancora di più. Panico. “Oddio scusa, mi è uscito ancora” dico vergognandomi come un cane. Manco avessi ammazzato qualcuno. Parte lo sbrocco. Quello vero. “Ma che davero???!!!??? Ma io dico si fa una cosa del genere? Senti se non ti interessa niente forse è il caso di smetterla qui. A me le persone che si comportano in questa maniera non mi piacciono proprio.” Sbluff. E chiude la conversazione.
Così. Neanche Il tempo di capirci qualcosa che lui mi aveva richiuso il telefono e probabilmente aveva già cancellato il mio numero. Per uno sbadiglio. Ho passato tre giorni a cercare di capire come mai mi aveva trattato in quella maniera barbara. Poi ho capito. Si trattava di un semplice maniaco telefonico. In questo caso giornalista edition. Ovvero uno a cui piace masturbarsi per telefono. La cosa più assurda è che qualche giorno dopo, sempre su Bender mi ha scritto un tipo, senza foto ma alla sua stessa distanza. E così nella mia testa mi si è insinuato il tarlo che era lui che mi stava mettendo alla prova.
Che cerchi? – mi scrive.
L’amore. L’amore vero. Quello con la A maiuscola. E una persona con cui condividerlo. Che non abbia paura del sesso. E che non si masturbi al telefono. 
Ovviamente dall’altro lato non mi ha risposto più nessuno. Tana per te!

Lo stato attuale delle cose

Lo avete tolto l’albero? Le lucine dal balcone? La ghirlanda dalla porta? Ecco, questo suggerisce che le feste sono finalmente finite. Che possiamo piantarla di fare i buoni. Di sorridere a chiunque. E di amare lo stare insieme solo perché si e parenti di non so quale grado. Io odio le feste, e in altre occasioni ho sempre chiarito la mia posizione in merito. Per questo mi sono scelto un lavoro che impone di lavorare alle feste. Anche se adesso, mio malgrado non mi fanno lavorare neanche più. Il buonismo che accumulo sotto il periodo natalizio, inevitabilmente lo butto fuori. Ora. In questo periodo.

E, contestualmente, butto giù gli obiettivi dell’anno. Si perché sinceramente i buoni propositi non mi sono mai piaciuti. Li trovo addirittura patetici. Che senso ha fare i buoni propositi a fine anno quando poi in realtà siamo noi a decidere come vogliamo comportarci. Ad inizio anno io preferisco chiarire quello che mi succede intorno. Per fare mente locale. E non c’è niente che mi fa pensare positivo.
#lavoro
Ogni giorno maledico di aver rifiutato un posto pubblico, oramai sei anni fa. Ogni giorno mi mangerei i gomiti. Ogni giorno mi ritrovo a dover contare fino a mille quando in realtà vorrei urlare e buttare via tutto quello che ho in mano (e chiunque mi capiti a tiro nel giro di un metro cubo) perché sono piena. Insoddisfatto. Mi ritrovo a lavorare con persone poco professionali e a cui del lavoro che fanno non importa un fico secco. Passano le loro giornate a sparlare di quello e di quell’altra per poi dimenticare il motivo per cui sono lì, ovvero, LAVORARE. #piena
#l’amore
Ecco. Cosa dovrei dire sull’amore? Quando mi frequento con qualcuno divento serio. Preciso. Non lascio nulla al caso e pretendo serietà e rispetto. Sono una Signora bacchettona della metà degli anni ’50 con una perenne voglia di cazzo. Divento sicuro e tranquillo. E questo diventa inevitabilmente motivo di fuga o di dovermi mettere le corna con chiunque passi di li a tiro (vedi post precedente). 
#ilsesso
Sono davvero sorpreso di doverlo pensare. Ma anche farsi una sana scopata sta diventando seriamente complicato. Ogni volta mi trovo davanti qualcuno che vuole fare il contrario di quello che voglio io. Se non posso ospitare lui non può ospitare sicuramente. Se non posso uscire lui vuole che io lo raggiunga. Quando ho casa libera, invece, nessuno che voglia venire. Nessuno poi che si prenda la briga di metterci un po’ di passione. Quella vera. Quella che fa volare le parrucche. Niente. Macchinosi e mezzi morti sono lì che aspettano che io faccia tutto. Ma datevi una cazzo di svegliata #SuperASAP

#Gnoffolo
Niente Gnoffolo non ne vuole affatto sapere di me. Al momento sta postando foto in viaggio insieme ad un tipo molto carino. Non vuole affatto saperne di uscire con me. Fa il vago. E quando qualcuno fa il vago vuol dire semplicemente che non gliene può altamente fregare. Ma sto già elaborando un piano, e questa volta, non è stalking signori miei.

Questo post idealmente è la seconda parte di #2014. Ora che ho messo i punti (e gli hashtag) vi alletto con un’imperdibile e libidinoso, ed inaspettatamente sessuale post orgiastico. #staytuned 

Il mio ex.

Naturalmente quando parlo di mio ex non mi riferisco di certo al tizio in foto. Ovviamente. In realtà c’è la foto del tizio perché proprio oggi anche lui ha annunciato di essersi lasciato, di comune accordo, con il proprio compagno. Ecco questo mi ha fatto sentire terribilmente vicino a Ricky. Per questo lo invito ufficialmente a condividere il suo dolore con me. Magari riusciremmo a condividere anche qualcos’altro, volesse il cielo. In realtà io voglio condividere con voi, miei fedelissimi lettori (#credeghe) la fine della mia storia. Se così si può definire.
#grindr
Era una calda serata di ottobre. Una classica ottobrata di metà mese. In cui le luci dell’imbrunire sono terribilmente instagrammabili ed hai solo voglia di Mcflurry con i brownies. Io ero in giro per Termini, ed in un momento di noia mentre facevo la fila al bancomat delle Poste ho avuto la fantastica idea di connettermi a grindr. Il male di questa nostra società – grindr, ma anche un po’ le poste volendo. Ricky non mi perdonerà mai per questo, e proprio in quel momento c’è stato l’inizio della fine. Ho iniziato a scrivermi con questo ragazzo carino. Pugliese, ventiduenne, trasferitosi da meno di un anno a Roma. 
Apro una parentesi. (A me i ventiduenni non hanno mai detto granché, però questo era molto carino. Inutile negarlo). Abbiamo cominciato una solita ed inutile conversazione, senza troppo pensarci su, e poi fin da subito abbiamo deciso di passare all’azione pianificando un incontro. Non in giornata, ovviamente, ma nei giorni a seguire. Una normale e inespressiva conversazione da grindr sottolineerei. Qualche giorno dopo ci siamo risentiti, ed abbiamo deciso di comune accordo di vederci la sera successiva. Detto fatto. 
Ricky, avresti provato dell’invidio subito. Ci diamo appuntamento a San Giovanni, e da li abbiamo iniziato una passeggiata-chiacchierata molto intensa. Un tipo simpatico ed educato, che non te lo aspetteresti essere uscito da grindr. Uno che riesce a coniugare i verbi e che per la prima volta mi è sembrato abbastanza genuino. Però, in me cresceva dello scetticismo. Insomma davanti a me avevo un ventiduenne. A me i ventiduenni non hanno mai stimolato niente di niente. Scetticismo e non solo, iniziavo ad essere molto confuso.
#thedramaisalwaysoverthecorner
Pausa riposaculo al Coming Out, e il primo momento drammatico. Mi appare davanti lo Gnoffolo. Lo Gnoffolo è un nuovo protagonista del mio blog, di cui presto vi racconterò in maniera più dettagliata. Non ci vedevamo da un millennio, ed io ero incredulo. Ero lì a far incontri al buio quando lo avrei limonato molto volentieri. Lui però si accompagnavo con il suo fidanzato. O almeno quello che, io penso che sia, il suo fidanzato. Saluti di rito e arrivederci ASAP. Riprendiamo a parlare e a conoscerci. Scopro che studia Teologia (!) ma non per far il prete. Vuole diventare avvocato della Sacra Rota. 
Sono davvero incredulo. Ma inizio a sentirmi a mio agio. Io, ovviamente, gli parlo senza peli sulla lingua, d’altronde ho una certa età per permettermelo. Gli spiego che mi piacerebbe innamorarmi, che non disdegno il sesso ben fatto, e che comunque mi piace molto fare sesso. Lui è d’accordo, un rapporto senza sesso, muore sul nascere. Lui ci tiene a sottolineare che è un tipo molto religioso. Ma è open, è tutti possono avere i proprio svaghi e passatempi. Lui vuole che io capisca che ha bisogno di frequentare la Chiesa. Io lo ignoro e penso solo al momento io cui glielo prenderò in bocca. Per intenderci.
Ci fermiamo davanti il Carcere Mamertino. Mi racconta di San Pietro carcerato, della sua caduta mentre scende nel carcere, e siamo vicini, mi prende la mano, e iniziamo a guardarci negli occhi. Dritto dritto. Veniamo interrotti da un gruppo di americani che alle 22 passate sta in giro per monumenti. Poco dopo rimaniamo di nuovo soli, e li, inevitabilmente scatta un mega limone. Devastante. Pieno di lingue. Pieno di dolcezza. E soprattutto, valalalasss se ci sapeva fare. Io già mediamente innamorata.
#unasettimanadopo
Vabbè, vi risparmio tutta la melanzosa settimana seguente. In ordine sparso abbiamo fatto tutte le cose che normalmente odio che facciano le coppie: shopping insieme tenendosi mano nella mano, comprare regalini stupidi per lui, comprare cover per l’iphone con cuori, presentarlo ai miei coinquilini, presentarlo ai miei amici, portarlo alla Popslut night con me, pomiciare davanti a chiunque alla Popslut night (per la serie pensavate tutti che ero una sfigata orrenda e invece ho un toy boy e voi no, levatevi asap), parlare come se ci conoscessimo da una vita, dormire insieme, pranzare insieme, cenare insieme quasi sempre. 
Lo so. Abbiamo bruciato tutte le tappe in una solo settimana. Il primo vero drammatico momento c’è stato al decimo giorno quando è partito per la sua terra natia per le celebrazioni della festa del patrono. (#piena). Anche se ci siamo sentiti davvero spessissimo che quasi non ne ho sentita la mancanza. Ritorna e non riusciamo a vederci, per diversi motivi che oggi manco mi ricordo, ma si prepara un dramma epocale. Devastante. Di epiche proporzioni che mai e poi mai avrei immaginato.
Mi arriva a mezzo What’s App uno screenshot di lui, il mio +1 non ancora accreditato del tutto, connesso su grindr. Maledizione. Inevitabilmente, il colmo per Annabelle Bronstein. Avere una sorta di fidanzato che fa ciccipucci dalla mattina alla sera e poi si fa beccare su grindr. Ero già nella posizione di dover rinunciare al mio happy ending? Ci ho dormito su una notte intera, ed il giorno dopo, mentre lui era di ritorno a Roma io senza mezzi termini gli ho inoltrato quello scatto. Ebbene non ha avuto un moto di vergogna, nient’affatto. Non ha pensato di scusarsi. Nient’affatto. Non ha neanche pensato di trovare una scusa vagamente plausibile. Nulla di tutto ciò. Voleva solo sapere chi me lo avesse detto. 
Ovviamente io non ho mandato giù la cosa. Devo essere sincero, non tanto per grindr. In fin dei conti non eravamo affatto fidanzati. Ci poteva stare, e probabilmente lo avrei anche capito e sarei andato oltre. Ma c’era qualcosa che non mi convinceva nel suo atteggiamento. Che fino al giorno prima era di una persona davvero coinvolta. Purtroppo però è ripartito ancora, per le terre natie. Sapete altre feste di santi e/o patroni di cui non mi ricordo davvero un cazzo. Abbiamo continuato a sentirci ma di meno. E l’incontro prima che partisse, da cui mi aspettavo delle scuse almeno, non ha prodotto che altre pippe mentali.
Pippe che mi sono fato per giorni e giorni. E dopo un’altra settimana ancora ci siamo rivisti. Finalmente. Era carino. Molto. Abbiamo riso e scherzato un po’, quando poi ho ripreso il discorso spiegandogli il mio disappunto nel non avere alcuna spiegazione per quanto riguardava l’Affair grindr, lui mi ha detto che potevo stare tranquillo, che in realtà aveva aperto grindr per scriversi con alcuni amici di giù di cui non ha il numero, ma solo il contatto gridr. Eppure c’era qualcosa che non mi tornava. Avevo l’impressione che non era tutto. Mi viene in mente di aprire il mio grindr, non so per quale motivo non lo avevo aperto più dal giorno che ci siamo incontrati.
Gli dico di connettersi su grindr, volevo vedere se gli arrivavano dei messaggi e se riuscivo a vederlo connesso, avevo il dubbio che mi avesse cancellato. Prima usa la scusa della batteria scarica, poi finalmente lo accende, e mi accorgo dell’orrore. Mi aveva cancellato. Ecco, in quel momento esatto nella mia testa è partita Goodbye, ed ho chiuso definitivamente tutto. Cancellato all’istante. Appurato che mi aveva bloccato, era chiaro che aveva ben altro da nascondere. Io invece non avrei tollerato abbastanza. Lo salutai, in maniera del tutto indifferente.
E chiuso. Ovviamente non si è fatto più sentire. Fino al giorno di Santo Stefano, dove lo ignorato fino a che ho potuto, ma ho dovuto assolutamente rispondere. Perché ovviamente si, ero piena. Ebbene, è evidente che adesso io e Ricky Martin possiamo dimenticare le nostre storie e finalmente farne di ben donde insieme o anche solo rifarci una vita. Io naturalmente sono qui in attesa di un suo invito, e sono sempre più certo che non esiste un fidanzato per me. Certissimo. 

#2014

E’ sempre abbastanza difficoltoso riprendere le file di questo discorso. Ma lo riprendo, ed anche volentieri. D’altronde fare il blogger è il mio passatempo preferito. Proprio per questo motivo inauguro il primo post del 2014 con una serie di paragrafi. Così ci facciamo un’idea generale. Ovviamente in hashtag, perché ci piace così.
#nonhounfidanzato
E’ evidente che sono single. Anzi, come dico sempre io vivo la mia singletudine, che è una tacca peggio. Nel senso che ho tutti i requisiti per avere una dolce metà ma gli eventi mi vengono contro. Sempre. E sempre peggio. E se il mood costante della mia vita è “il dramma è sempre dietro l’angolo”, quest’anno ci aggiungo un tassello in più. Ma ve lo svelerò a breve.
#friendshipneverends
E’ ufficiale, le amicizie resistono alle peggiori tempeste. Alcune sono resistite anche al duemilatredici. Signori cari il duemilatredici è stato l’anno della devastazione. Si sono lasciati tutti. Tutti quelli intorno a me hanno sfanculato il proprio partner, e lo hanno fatto tutti nel peggiori dei modi. Quando si dice l’amore. Ma a questo punto meglio soli, con degli amici pazzeschi, che fidanzati con un coglione. Dato di fatto.
#buonipropositi? #unodiquestigiorni
Questione buoni propositi. Devo essere sincero. Ogni anno mi auguro di trovare un fidanzato, pubblicare il mio libro, avere un programma su Real Time ed un fisico semipresentabile. Ecco, nel 2014 non faccio e non voglio fare buoni propositi. Io sono la classica persona che quando soffia le candelina il giorno del compleanno poi le spezza ed esprime un desiderio. Sono sette anni che esprimo sempre lo stesso. E per ora non c’è neanche una remota possibilità che quel desiderio si avveri. Ma zero proprio. Ho deciso di puntare su ciò che ho. Ebbene ho un manoscritto pronto per la stampa (chiunque sia interessato, attendo proposte!!!), una voglia devastante di cambiare lavoro (ma ahimè!), la necessità di dividere la mia esistenza con un uomo. A 360°. Non ho detto a 90. Anche se sarebbe stata una battuta davvero efficace. Ad ogni modo sono del parere che non ha più senso sperare che le cose accadano e si realizzano. Bisogna passare all’azione. #bringtheaction
#chefinehafattoilprincipeazzuro?
Ovviamente tocca prendere coscienza della situazione in cui viviamo. A cena non si parla più, si controllano gli status su facebook e chi è online su Grindr. E’ un dato di fatto. Questo, inevitabilmente distrugge qualsiasi tipo di comunicazione. Non si riesce a parlare e ad avere una conversazione interessante. Addirittura si parla per hastag. Come me in questo post. Ma io lo faccio per essere super cool. C’è chi lo fa perché non ha più niente da dire, o perché ha perso interesse nel dirlo. E  tutto si ripercuoto nelle relazioni. E il principe azzuro si è dato, definitivamente.
#superasap
Ho deciso che questo sarà l’anno della mia soddisfazione. Inteso che sarò io l’artefice della mia felicità. Direi che a questo proposito niente è più appropriato di #Levatevi #SUPERASAP
Spero che questo post vi sia piaciuto. E’ un collage di tweet mai tweettati e appunti sparsi tratti dalle note del mio iphone. Per ovvi motivi la grammatica sé andata a far benedire. Non che in passato io abbia mai scritto bene. Ah, e per rendere più piccante e stuzzicante il post in realtà ci ho inserito il titolo del mio romanzo. Non lo capirà nessuno. Detto questo vi auguro uno splendente 2014. E vista la situazione, #staytuned

Gli Improbabili appuntamenti di Annabelle Bronstein #3 – Bucce di banana

















Qualche sera fa ero in quel di San Lorenzo con gli amici per un aperitivo. Il classico aperitivo dove si sparla degli assenti, di cazzi di ogni tipo e di sesso. Evidentemente ignaro della piega che avrebbe poi preso la mia serata. In un momento di pausa tra le solite chiacchiere, ho acceso Grindr (as usual) per fare un piccolo atto di stalking. Ovviamente non andato a buon fine, e mai lo avessi fatto, perché mi sono irrimediabilmente imbattuto in una conversazione.
Mi scrive questo trentacinquenne, alto più di 190 cm, leggera pancetta e barbetta. Fatte le solite introduzioni del caso, mi chiede quali fossero i miei programmi per la serata. Gli spiego che ero con le mie amiche a fare l’aperitivo, ma che visto che non ci stava soddisfacendo, probabilmente di li a poco mi sarei liberato. Ancora prima del previsto in realtà è arrivata la pioggia a guastare il mood. Detto fatto. Riprendo la macchina e mi dirigo verso piazza Vittorio sotto casa del tipo. Sale in macchina e decidiamo di cercare parcheggio.
Saliamo da lui, e in ascensore ha il tempo di raccontarmi che è architetto, ed è disoccupato. Roma, un luogo affollato di architetti, che non lavorano. Per il momento va avanti lavoricchiando come può e continua a fare corsi. E’ molto spigliato e simpatico. Entriamo in casa e mi presenta al suo coinquilino. Dettaglio necessario e fondamentale: il dramma è sempre dietro l’angolo. “Ma noi già ci conosciamo, aspetta tu sei il coinquilino di Miss Dior!”. Mi sento dire da il suo coinquilino. E si, sono proprio io. Ma Miss Dior oramai è il mio ex coinquilino.
Sorrido q.b. (quanto basta). In fondo questo tizio mi ha fatto fare la pipì nello stesso bagno in cui l’ha fatta Victoria Beckham. Gli sarò riconoscente per sempre a prescindere. “Il mondo è piccolo. A Roma ancor di più”. Sottolinea l’Architetto. Leggo dell’astio nella sua uscita, ma lo ignoro. In fondo io ho solo voglia di scartare il pacco e trovare la sorpresa. E se quel pantalone non mente, la sorpresa c’è. Ed è enorme. Intanto però c’è la conversiamo come due sciure la domenica mattina a fare il brunch.
E le conversazioni diventano oceaniche. Parliamo di lavoro, amore, da ciò che ci si aspetta dall’amore, da quanto si abbia voglia di innamorarsi ma da quanto poi la realtà riesca a rendere tutto grigio. Da quanto Grindr sia diventato un mezzo detestabile nella vita di ogni omosessuale. Di quanto si ha voglia di abbracci, baci e carezze. Uh, è pronto il caffè; dimenticavo che l’Architetto lo aveva messo su mentre facevamo i dovuti saluti al suo coinquilino.
Insomma, se avessi avuto una parrucca fucsia in testa, probabilmente già sarebbe andata a fuoco per la gioia di vivere del momento. Il mio neurone chiedeva pietà, mentre lui, finalmente, appoggiava le tazzine del caffè sul suo tavolino Lack e si preparava a zuccherare. Dopo il caffè abbiamo parlato delle nostre origini. Della famiglia, e dei luoghi in cui siamo nati e cresciuti. Una puntata de “La Domenica del Villaggio” con Davide Mengacci. Sono certo che Eva, la mia vicina di casa in Abruzzo sarebbe stata interessatissima.
Proprio mentre pensavo di aver perso totalmente il mio sex-appeal ecco che l’incantesimo si è esaudito e ci siamo ritrovati a farne di ben donde. Adesso, non vorrei entrare nei dettagli, ma devo assolutamente per ovvi motivi di cronaca. Ci siamo dedicati per almeno una quarantina di minuti a dei limoni devastanti che l’uomo del Monte sta ancora a piangere in un angolo. Fino a che, ho scartato quel pacco di cui sopra, ma che sorprendentemente mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca. Non ne la maniera che tutti state pensando.
Il suo era un pisello non scappellato. Insomma aveva la sciarpa. Era coperto. Mata Hari. Ed io non avevo le forze. Nonostante fosse enorme era imbambuccato e già pronto per la prima neve. Questo escludeva ogni possibilità di penetrazione, perché ecco, lui aveva molta sensibilità e per giunta dolore. Per cui mettendo il preservativo era ancora peggio. Questo non me lo ha detto, ovviamente, ma me lo ha fatto capire perché il preservativo non l’ha preso. Moltobbene, penso, ecco un’altra sola.
Ignoravo, come al mio solito che il dramma è sempre dietro l’angolo, (e so due), e che non c’è mai fine alla fantasia umana. O al peggio, fate un po’ voi. Da adesso in poi questo post diventa inesorabilmente assurdo e imprevedibile. Preparatevi. Lui mi propone una sua fantasia, ovvero mi chiede se può darci di lingua. Rimming. Evviva penso. Mentre comincia però, ha una richiesta. “Ti andrebbe di fare come Miley Cyrus?”. Una coreografia dannatamente pop, penso tra me e me. Lo guardo e chiedo “In che senso?”.
Mai fare domande simili a richieste strane. Mai. Segnatevelo per il futuro. “Dai fai twerking, mentre facciamo rimming”, mi dice ansimante. Ricapitoliamo: sono in piedi su un letto a novanta mentre un tizio mi lecca ed io dovrei twerkare con le chiappe, come se non ci fosse un domani. Sorrido, anche se mi verrebbe voglia di urlare, e penso a mia madre e alla faccia che farebbe se solo mi vedesse. Io non sono ovviamente capace di twerkare, e nonostante abbia un culo che fa provincia (perché la carne è tanta oltre che debole) sapevo che il risultato finale sarebbe stato osceno.
Almeno potevo provarci. E così ho fatto. Naturalmente il risultato è stato pressoché imbarazzante. Non ero capace, e quel movimento che mi usciva fuori era di un orrore devastante. Mi sono anche guardato intorno, casomai avesse mai messo una telecamera nascosta, non si è mai sicuri di niente a questo mondo. Intanto che twerkavo, e lo spettacolo era orrendo, per cui per mantenere un livello ottimale di sensualità era pressoché impossibile, ho iniziato ad ansimare, ma con moderazione. E a bassa voce, soprattutto. In realtà mi iniziava a fare male le schiena, e le ginocchia facevano fatica a reggere.
Ma come sopra (il dramma è sempre dietro l’angolo NdA,) succede l’impensabile e l’impossibile allo stesso tempo. Mi viene un mega crampo al polpaccio destro. Sento il muscolo torcersi ed arricciarsi su stesso, ed un conseguente dolore devastante. Il piede sul bordo del letto, perde il controllo ed inizio a barcollare. Faccio una sorta di movenza pop per ritrovare l’equilibrio perduto, ma è tutto inutile, il dolore è talmente tanto che cado su me stesso per terra, e la mia corsa viene interrotta dal tavolino Lack. Lo urto violentemente, e un dramma, ancora più dramma, si consuma sotto gli occhi dei presenti.

La caffettiera che era sul tavolino con dentro una parte di caffè avanzato, finisce inesorabilmente sulla mia faccia. Passano alcuni secondi in cui mi sento Steve Urkel, e mi viene da dire “Sono stato io a fare questo???”. Ma non lo dico, il mio architetto si rialza, mi raggiunge e mi tira la gamba, anche se il crampo è passato. Io decido di chiudermi in un silenzio agghiacciante. Mi rivesto e me ne vado. Mentre torno in macchina impazza il diluvio e inizio a pensare che Grindr deve morire Asap. ASAP.

Gli improbabili appuntamenti di Annabelle Bronstein #2 – Il commesso attore

Si dice sempre che nella vita non bisogna arrendersi. Soprattutto quando si parla di conoscere qualcuno e di relazioni. Soprattutto a Roma. Ma io dopo il primo disastroso appuntamento sono riuscito a collezionarne un altro. Circa un mesetto fa mi sono visto con questo trentasettenne rampante, bel fisico, toscano e davvero interessante. Commesso. L’appuntamento era alle 21:30 davanti Cinecittà. Esattamente dalla parte opposto di dove abito io. Ma hey, bisogna dare una chance all’amore non vi sembra?
Esco di casa alla 20:50, in ritardo ovviamente rispetto ai miei programmi, ho evitato di cenare perché il mio intestino mi fa sempre brutte sorprese, specialmente quando ho un date. Naturalmente accade esattamente quello che temevo con tutte le mie forze, sbaglio l’incrocio e invece che Cinecittà mi ritrovo ad Anagnina. Adesso, io mi chiedo, come cavolo è possibile che quel tratto di strada sia fatto così male, che se non stai attento ti ritrovi a Grottaferrata? Vabbè perdo altri dieci minuti ad orientarmi. Finalmente arrivo a Cinecittà.
Dallo stereo parte “Ciao Realod” ed io non posso esimermi dall’essere dannatamente pop per qualche minuto mentre attendo Limone (denominato così perché già mi prefiguro almeno quaranta minuti passati a limonare). Limone si palesa a sorpresa, mentre sono lì ad immaginarmi con Roberta Ruiu a fare un playback degno di nota, mi dice “Ciao” affacciandosi nel finestrino ed io per la paura mi spengo la sigaretta sul braccio. Moltobbene, iniziamo alla grandissima. Scendo dalla macchina e ci salutiamo con un caloroso bacio,  sulla guancia, “Quanto tempo!” dice lui dandomi due bacetti sulla guancia.
Io annuisco, ma in realtà era lui che non ha mai potuto prima. Dopo diversi messaggi su Romeo siamo passati a What’sApp ed eccoci finalmente qui. Bè non è niente male. Se non che me lo aspettavo leggermente più alto. Mi ha detto di essere alto 187 cm, ma è più basso di me, che ne sono 184! Poco male. E’ molto carino, ha un bel fisico tonico, con una leggera pancetta. Leggerissima, quasi arrapante. Ma siamo nel bel mezzo della Tuscolana, meglio raffreddare i bollenti spiriti. Limone mi propone un’entusiasmante passeggiata. Troviamo un parcheggio alla Bronstein Mobile e iniziamo a fare chiacchiere. Limone mi dice di avere trentasette anni, di essersi trasferito a Roma perché voleva diventare attore, ma di averlo fatto relativamente tardi. E di aver ripiegato su una carriera da commesso. 
Mi racconta della vita dura, della necessità di doversi accontentare di fare il commesso, di essersi stufato ben presto di questa vita che non ti da nulla se non conosci pezzi grossi o se non gli lecchi il culo. Di aver appeso la passione per la recitazione al muro quando si è reso conto che il mondo dello spettacolo con le sue dure e spietate regole non lo voleva. Anzi, lo stressava. Lo faceva stare male e non ne poteva più. Per risparmiare ha cambiato zona, preso casa alla Romanina dove ha trovato un lavoro come commesso. Ma anche il mondo dei commessi è un mondo corrotto e pieno di gente falsa. Che ne sappiamo noi. Dove addirittura doveva sgomitare per il suo posto al sole.
Insomma miei cari, ero lì con una commozione reale e percettibile, gli occhi umidi, la voglia di buttarmi sotto la prima macchina in corsa e la necessità devastante di urlare la mia disperazione a tutta la Tuscolana. Checazzo di tristezza. Quando poi siamo venuti a capo che anche io ho fatto teatro, e lui ha anche visto due spettacoli dove ho recitato siamo arrivati alla frutta. I complimenti si sono sprecati, e vabbè, li posso comprendere, ma uno stato di profonda amarezza si è insinuato in lui che addirittura mi invidiava perché io c’ero riuscito. Ussignur. E che avrò fatto mai. Dentro di me avevo solo la voglia di limonare. Ve lo rammento.
Come vorrei rammentarvi di votare il Signor Ponza nella categoria Miglior Rivelazione ai Mia2013 ( gli award dei blog per intenderci) cliccando su questo link. Ci vogliono cinque minuti al massimo. Bene, torniamo a Limone. Dopo il momento promozione, Limone era lì con la sua storia strappalacrime. Io avevo in realtà voglia di strapparmi i peli pubici e soffrire, perché si, anche questo appuntamento stava per essere ricordato come un IstantFail devastante. Invece di urlare la mia pienezza a tutti i coatti della Tuscolana ho deciso di tagliare lì il discorso, e trovare un modo molto più congeniale di riempirmi la bocca.
“Ti va un gelato?” mi è uscito dalla bocca. Io non ho saputo resistere alla mia richiesta, tanto più che non avevo cenato, e nonostante la carne sia tanta (eh bè!) e sicuramente debole. Per questo in men che non si dica eravamo li a scegliere i nostri gusti. Nutellone, Pistacchio (ottimo!) e Crema per me. Panna e cialdina. Il gelato mi ha ridato un po’ di gioia di vivere, e una latente e sempre presente  necessità di limonare duro. Soltanto in me. Perché Limone ha riattaccato a lamentarsi, questa volta di Roma, di quanto è grande, di quanto sia difficile non avere amici. Di quanto sia brutto che l’unico amico che ha vive dall’altra parte della città. Delle superficialità. Di faccialibro.  Della voglia di una storia d’amore e le farfalle nello stomaco.
Insomma. Limone, BASTA. Preso da un momento di sfinimento cerebrale volevo strillargli che mi aveva rotto il cazzo. Che una persona addirittura più pesante di me non l’avevo mai conosciuta, e lui mi aveva superato totalmente. Ma prima di farlo. Il Dramma. Perché non solo è sempre dietro l’angolo. Ma i drammi a quanto pare non vengono mai soli. Un improvviso e ingestibile attacco di colite. Devastante. Il Nutellone deve aver fatto il suo corso e destabilizzato il mio precario equilibrio intestinale. Insomma non solo un disastroso appuntamento, ma adesso mi stavo anche squirtando addosso. Ecco quindi il fugone.
“Mamma mia si è fatta una certa, credo sia il caso di andare, domani devo svegliarmi presto!” dico con molta fermezza. Saluti di rito, e poi la parte più divertenti degli appuntamenti come questi, “Bè dai ci risentiamo, tanto dove scappi?” mi dice lui serissimo. Eh, per ora, scappo al bagno diretto, ma credo che non ci sentiremo più mio caro Limone. Perché a te più che un fidanzato ti serve qualcuno con cui parlare. Eh si. Recuperata la Bronstein Mobilein venti minuti sono ritornato a casa. E la cosa più divertente è che Limone io non lo più sentito per davvero. E per fortuna che non gli dovevo scappare. (#credeghe)

Esperimento numero 2: FALLITO. 

Lost in Translation Amici Edition

Dove sono finito? Non lo nemmeno io. Ad essere sincero forse mi era passata la voglia. O forse ero solo troppo depresso perché dovevo rendermi conto che avrei dovuto festeggiare trent’anni. Lo so che uno è giovane ancora a trent’anniMa ne ho lette talmente tante sui trenta che l’ansia mi è venuta per davvero. Ho letto che ti si riduce il pisello, che i capelli si fanno più radi e che inizia a mancare addirittura il desiderio sessuale. Tutte cose che poi in realtà, per quanto mi riguarda non sono avvenute. Anzi. Ma non bisogna mai sottovalutare le situazioni. Perché i drammi, sono sempre dietro l’angolo.

Aprile e maggio sono stati mesi strani, non mi sono reso conto bene di quello che avevo in testa e di come mi sentivo. In realtà sono andato in giro, con mio cugino dell’Australia. Mi sono ritagliato spazio nei week end e lo portato in Toscana, a Venezia e dai parenti in Abruzzo. Mi rendo conto che ve ne importa tantissimo, ma quello che voglio raccontarvi è accaduto qualche giorno prima che lui ripartisse. Per tutta la sua permanenza qui a Roma il suo Grindr ha trillato più del mio telefono. E tra gli altri un’ex amico di Maria lo ha pesantemente tampinato. Fino a che un venerdì mattina, mentre io ero a lavoro ne hanno fatto di ben donde.
La mia devastante voglia di cazzo ha superato le barriere linguistiche e quelle delle decenza. Perché intorno alle 14 mio cugino mi manda questo messaggio:  “What time are u home? Can we make it 3?”. Adesso io parlo un discreto inglese. Neanche ve lo sto a dire che cosa sia successo nel mio cervello. Quel piccolo, inutile e dannatamente arrapato di un neurone che mi ritrovo non ci ha pensato due volte ed è partito lo stachetto di “3”di Britney. E tutto ciò che ne consegue. Che volevate capirci in questo messaggio se non vieni che ne facciamo di bendonde a tre?
Io ero ancora a lavoro. Nel giro di dieci minuti dieci ho sbrigato tutto quello che non avevo fatto in una mattinata intera, ho preso le mie cose, strisciato il budge e sono fuggito verso casa. Erano appena le 14:30, ed avevo ufficiosamente intuito che qualcosa non andava. Insomma mio cugino si era chiuso dentro e nessuno mi apriva. Rileggo il messaggio. Insomma magari ho capito male io. No. Mi ha chiaramente detto che lo vogliono fare a tre. Figuriamoci se io mi lascio scappare un threesome con incesto familiare annesso.

Passano dieci minuti. E’ evidente che c’è qualcosa che non va. Deduco coscienzioso. Telefono a mio cugino. Risponde e gli intimo di aprire la porta ASAP. Lui viene, visibilmente imbarazzato e in inglese mi sottolinea stizzito che mi aveva chiesto di tornare dopo le tre. Bè anche meno. Eppure a casa mia “We can make it 3” significa che lo avremmo fatto a tre. Ma nessuno mi ha ancora detto il contrario, per cui entro e faccio la gnorri fino alla fine. Insomma mi trovo già nel bel mezzo di una mega figura di merda, tanto vale che la concludo degnamente. No?
L’Amico di Maria, piuttosto che di Maria mi sembra amico di un qualche CIM. Leggermente imbarazzato anche lui, è disorientato spazio tempo al punto che biascica qualche incomprensibile vocabolo. A questo punto prendo mio cugino e gli dico chiaramente che cosa dobbiamo fare, insomma io non sono mica una locandiera affitta camera ad ore. Ho gli ormoni in subbuglio e sono piena da morire. Lui mi guarda come se avessi deciso di portarlo alla benedizione domenicale del Papa e sorridendo dice che io non ho capito una beneamata ceppa.
Ottimo. Sorrido ed invito l’amico di Maria a prendere un caffè con noi altre paze dell’entroterra abruzzese e australiano. Di lì, a poco l’Amico di Maria è praticamente diventato anche Amico mio. Pensa che culo. Mio cugino lo aveva abbondantemente ragguagliato su tutti i cazzi miei: cioè che ho un blog, che scrivo, che faccio questo e quell’altro. Ma il dramma è sempre dietro l’angolo. E dopo aver fatto le amiche del sabato pomeriggio lui esce e manda un sms a mio cugino chiedendogli di raggiungerlo al bar di fronte casa per parlare altri cinque minuti.
I minuti diventano venti, e quando mio cugino torna mi racconta che l’Amico di Maria lo ha implorato di rimanere in Italia. Di trasferirsi e di andare a vivere insieme. Di essere profondamente innamorato e non riuscire già a vivere senza di lui. Figuriamoci se potrà mai vivere col pensiero di lui a 16000 km di distanza. Ovviamente mio cugino non ci ha pensato neanche trenta secondi e lo ha invitato ad andarlo a trovare a Sidney. Ma si #credegheagliufoeaicangurivolanti. Detto ciò sapete qual è la morale di questa simpatica avventura?
1. Devo ridefinire il mio concetto di buona comprensione della lingua inglese che ho scritto sul Curriculum Vitae
2. Il dramma è sempre dietro l’angolo.
3. Mai fidarsi di ciò che dice mio cugino.
Ma non è finita qui. Perché l’epilogo drammatico di questa serie di eventi incomprensibili si conclude il lunedì successivo. Dopo aver accompagnato mio cugino in aeroporto, rientro in casa e prendo possesso della mia residenza rimettendo in ordine e facendo centordici lavatrici e sbram, davanti a me si palesa un asciugamano smerdaterrimo. E qui adesso si apre il dubbio amletico: Chi vuoi che sia stato??? Non lo sapremo mai. M.A.I. Oppure si, io già lo so, ma non ve lo dico.

N.B. La foto del Manzo in alto è puramente casuale, e non riguarda l’Amico di Maria di cui sopra.