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Rip Annabelle. Rip.

Le parole fanno male. I ricordi ancora di più. Il silenzio che ve lo dico a fare. In ogni modo non ne esco. E forse non ne uscirò mai. E’ rimasta una cicatrice, profonda e indelebile altezza cuore. Ricordare i giorni che sono stati non è affatto di aiuto. Il silenzio infinito, ed io non ho proprio più parole. E si ritorna lì, alle parole, che come lame appuntite trafiggono e non mi danno scampo.

Ero indeciso oggi sul da farsi. Il mio cuore vira verso nord, ma il corpo è fermo, esanime qui, a Roma. Dove tutto è iniziato e tutto, inevitabilmente è finito. Purtroppo niente è di conforto, e se oramai non piango più perché gli occhi sono spenti, non ho neanche più parole per raccontarmi. Sono sempre le stesse, in circolo, che si ripetono e si rincorrono senza suscitare interesse in nessuno di quelli che erano soliti leggermi, e soprattutto, senza aiutarmi più.

Forse la migliore cosa è sparire, per un po’. Lasciare quanto scritto a chi vorrà ancora leggerlo, rimanere in disparte ed occuparmi di qualcos’altro. A ricercare il sorriso che ho perso per sempre. E nessuno che se ne interessi. Nessuno che muova un dito per me. Perché quando ci sono io a non avere le forze di andare avanti, a perdere la speranza, a non riuscire a trovare più le motivazioni è noto che tutti si fanno indietro e pensano a cose più importanti. Non proprio tutti, per fortuna.

E due domande me le devo porre per forza. Non avrei mai voluto, ma probabilmente Annabelle è morta. Non oggi, ma esattamente tre mesi fa. Non è un caso però che oggi lo ammetto. Ci sono giorni in cui vorrei andare oltre e riprendermi, ma appena mi distraggo un po’ e sento di stare meglio mi ritorna tutto indietro più vivo e forte di prima. Mi ritorna in mente che non posso più condividere il mio sorriso con chi più di caro ho avuto. Perché non vuole.

E ne pago costantemente le conseguenze. Sono giorni che cerco le parole per questo post, poi sono arrivate in pochi secondi di getto, come accade sempre quando devo scrivere qualcosa. Le parole arrivano  ed escono da sole, senza controllo. Non c’è più speranza, ne serenità. E’ tutto nero e il dolore si affievolisce per poi ripalesarsi di nuovo più forte di prima.

Ho imparato sempre a mie spese, oggi più che mai. Una lezione che non dimenticherò mai, è che quando le cose non sono destinate ad essere non vale la pena neanche più provarci. Abbozzare, parlarne, chiarirsi. Tutto inutile. A niente è servito fidarsi. A niente è servito compiere errori. Non è servito niente di niente, fino al punto che ho lasciato perdere. C’è chi mi dice di prendere un treno e andare a trovarlo per parlargli ancora.

Non lo farò. Non tanto perché non ne sono capace. Sono certo però che non sarei capace a gestire le conseguenze, e sicuramente il mio gesto verrebbe visto in maniera sbagliata. Mi affido al destino, che quando ha voluto ci ha fatti incontrare. Ma non ci spero più di tanto. In fondo se non hanno voluto capirmi quelli che mi conoscono da anni, perché dovrebbe capirmi lui, che tutto sommato non ha neanche tutti i torti.

Nei prossimi giorni disattiverò anche i social. E’ assurdo come le cose possano cambiare. E’ bastato un anno a scombussolare tutto di me, e a non lasciare più niente di ciò che ero. Le cose cambiano, ed io sono cambiato. Annabelle è morta, Fabrizio annaspa.

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Spero possiate capire. Per quanto ci sia ancora da capire. Prima o poi tornerò…

NB La canzone è di Levante, e potete sempre scaricare Abbi Cura di Te cliccando qui. ❤

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Otto anni.

Il tempo ha un valore inestimabile. Soprattutto quando sei assolutamente cosciente del suo scorrere. Lo senti che passa, ti scivola dalle mani e non torna più. Questi giorni per me sono sempre di riflessione, perché era il primo maggio quando mi sono trasferito a Roma. Il primo maggio di ben otto anni fa. E’ inevitabile, allora non riflettere su tutto questo tempo passato.

In principio Roma era sinonimo di felicità. Nel vero senso del termine. Solo cose belle, come si direbbe oggi tramite ashtag. Ci venivo spesso, per andare a ballare “la musica pop” o per frequentare i luoghi gay che, vivendo in Abruzzo potevo solo immaginare. Era tutto nuovo, irriverente e soprattutto mi avvicinavo a quel mondo con curiosità. Mi sorridevano gli occhi.

Ogni volta che tornavo a casa da Roma mi madre me lo diceva appena rimettevo piede in casa. “Ti sorridono gli occhi. Devi divertirti davvero quando vai a Roma”. Si, mi divertivo. Tanto. Naturalmente le cose cambiano quando poi ti ci trasferisci in un posto. Interviene la routine. Intervengono le delusioni. Interviene quel senso di apatia che davvero non ti aspetti da una città come Roma. Dove per me tutto ha un significato.

Ho sempre associato ogni persona ad un luogo. La mia prima casa in Via Ostiense, Piazza di Pietra, il Pantheon. Simboli, ricordi. Il mio lavoro. Il master. Ogni cosa che ho fatto me la sono goduta, vissuta con entusiasmo. Tutto. Ho raggiunto quasi tutti i miei obiettivi. Altri ancora ne devo raggiungere, ovviamente. Ma poi sono arrivato ad un punto che mi sono spento. Blackout.

Non mi sono rasato i capelli. Non ho avuto un breakdown esagerato. Non ancora. Ho solo capito e realizzato quello che volevo e come doveva essere. Applicare questa mia consapevolezza però alla realtà non è mai stato semplice. E se ha trent’anni si raggiunge una maturità, ti aspetti anche una sorta di concretezza da chi ti circonda, oltre che da te stesso. Ecco, questo non c’è stato. Non c’è stato nell’amore, così come nell’amicizia.

O almeno non come avrei voluto. Così, il primo maggio di otto anni dopo, mentre passeggiavo solo perché tutti avevano ben altro di meglio da fare, mi sono reso conto di quanto sia difficile dover ammettere di aver in qualche modo fallito. Di aver più ricordi tristi che ricordi felici. Di aver dato forse troppo a chi non lo ha mai meritato e dato troppo poco invece a chi meritava di più.

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Addirittura volevo cancellare tutto il blog ieri sera, preso da un raptus di nervi. Si perché chi legge, e sono sempre pochi ma buoni, si fanno un’idea alle volte troppo scontata di me. E questo ha iniziato ad infastidirmi. Ho pensato pure che il problema sia tutto mio, che sia chiaro. Forse sto diventando quello che ho sempre odiato. Un acido omosessuale sopra i trenta, che odia tutto e tutti in generale.

Poi però mi sono dovuto rendere conto anche di tutte le cose positive che ho. Perché se è scontato lamentarsi, non è altrettanto scontato apprezzare ciò che si ha. Ho tirato la mia solita riga, e quello che dico sempre, ovvero di essere la persona sbagliata al momento sbagliato, è si vero, ma è stato anche un bene per certi versi. Adesso so esattamente, in maniera molto chiara quello che mi serve per stare bene. L’ho visualizzato.

E l’ho capito nel momento in cui mi sono trovato a pensare all’anno scorso. Un anno difficile. Un anno triste. Un anno in cui ci ho rimesso tutto, senza avere niente in cambio. In cui ho capito quanto sia facile farsi del male, e di quanto invece sia difficile stare bene. Per questo il blog è ancora qui. Per questo oggi scrivo di come sia cambiato qualcosa, ancora una volta.

Lo devo a mia madre, che ieri per telefono ha tentato di nuovo di farmi fare coming out. Che mi ha sentito triste, e mi ha rassicurato ancora una volta. “Pensa a te. Fai quello che vuoi. Per me e tuo padre va bene tutto“. Ed è forse questo il momento di ritrovare la tranquillità di cui ho bisogno per essere me stesso al cento per cento. Non è facile, ne sono già pienamente cosciente. Ma adesso, voglio provarci. Davvero.

E poi levatevi, che ne ho ancora di ben donde da fare.

La foto dell’header è di Sam Cristoforetti.

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Roma allo specchio.

Dopo quanto tempo è possibile ricominciare? Poco più di un mese, anche se forse potrebbero essere almeno cinque mesi. Lui era stato chiaro. Per te sono morto. E infatti lo è. Ha esattamente mantenuto la promessa. La beffa nell’ingiustizia. Privarmi di ogni contatto e farlo nella maniera più drastica possibile. Nel frattempo la mia vita si è fermata. Sono rimasto inerme guardarmela scivolare addosso, senza capire più niente. Senza più respirare a pieni polmoni.

Una soluzione eccessiva, per quanto la situazione lo richiedesse. Anche se col senno di poi mi sono reso conto che forse tutti i soggetti coinvolti sono solo marionette nelle sue mani sapienti. Voleva ottenere delle cose. E le ha ottenute. Da me. Dal suo fidanzato. Capricci mascherati da bisogni che hanno trovato soddisfazione. E poi mi vengono a dire che questo è amore. Mi chiedo pure io che cosa ho in mente. Quando pensi di aver visto il peggio di una persona, ma il peggio vero, quello che ti fa male, che cos’altro di lui possa piacere ancora? Non lo so.

Non so proprio più che pensare. Forse hanno ragione gli altri, hanno sempre avuto ragione. Dal primo giorno. Da quel novembre del 2012, freddo e umido allo stesso tempo. Ne è passata di acqua sotto i ponti. Ne sono successe di cose, e me le rivedo nella mia testa, tutte, e fanno male ogni volta. Più di prima. Aveva ragione Giulia, avevano ragione Guy, la Du Barry, Valerio e Giacomo. I miei coinquiliners. Rosaria e Marcella. La Fabry. Avevano ragione tutti loro a dire che avrei pagato da solo. E a caro prezzo. E’ così poco importa tutto il resto.

Dovrei far finta che niente sia accaduto, me lo ripeto ogni giorno. Cerco di dare un ordine per trovare un po’ di sollievo. Ma non c’è via di uscita. Cerco di pensare a me, ma quando lo faccio e mi fido di qualcun altro mi arriva un’altra batosta. E allora non posso fare altro che far finta che sia tutto frutto della mia immaginazione. Che poi è quello che è passato. E’ rimasto che io sono un matto, ossessionato senza un minimo di equilibrio. Ecco, questo è il risultato.

Conto più di un difetto… Lo dico come se fosse un alibi. Come se potesse aiutarmi nel dover giustificare come mai mi ritrovo sempre così. A dover soffrire per qualcuno che non se lo merita. Tra i miei difetti ho una sorta di memoria indelebile per quanto riguarda date ed orari. Che, come oggi, diventano un problema. Perché ti ricordi di quelle cose belle che ti hanno fatto bene, e che non puoi più stringere tra le mani. Mai più.

Sono diventato il carnefice e la vittima allo stesso tempo di tutta questa situazione. Ma brancolare nel buio non aiuta nessuno. Figuriamoci se può aiutare me che ho bisogno di gesti e di parole per esser sereno. Succede solo che metti il punto e vai a capo. A malincuore. Chiudi quella cosa lì che non è stato niente, perché niente è rimasto. E lui si è preso tutto. Si è preso la mia fiducia in me stesso e negli altri. Si è preso i miei sorrisi. Si è preso la speranza. Quella speranza che un anno fa sentivo viva. E invece mi ha preso in giro pure lei.

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Così, Roma allo specchio si ama. Mentre io allo specchio sparisco. Sempre di più. Aveva ragione Einstein che diceva che la misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario, ma ha ragione anche mia nonna quando dice che a ca’ nisciun’ è fess, e pure la nonna di Tiziano Ferro ha ragione quando dice che chi cerca trova, ma chi cerca troppo a forza di cercare cade giù. E diamine se non sono caduto in basso. Sto ancora cercando una motivazione che mi faccia ritrovare la serenità. Anche se una risposta c’è sempre. E sta proprio tra quei sedici mi piace.

Perché in fondo le persone non cambiano mai. Nonostante andiamo a scomodare anche quelli più grandi e più saggi di noi,  quelli che cambiano poi, e se ne vantano come se avessero scoperto l’acqua calda, lo fanno solo per paura di rimanere da soli. Perché rimanere da soli fa più paura che portare le corna in fondo. Ecco, proprio come me. Che ho molta paura di rimanere da solo, perché conosco bene la solitudine e quanto sia difficile doverci fare i conti, ogni giorno. E chi può biasimare chi. D’altronde io dell’amore che ne so?

Ora, però davvero, basta. Per me. Per lui. Per tutti quanti.

N.B. Qui il link per scaricare direttamente “Ciao per sempre“. Merita. Grazie Levante ❤

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Pensieri che si rincorrono inutilmente.

La sindrome dell’arto fantasma è la sensazione anomala di persistenza di un arto dopo la sua amputazione o dopo che questo sia diventato insensibile: il soggetto affetto da questa patologia ne avverte la posizione, accusa sensazioni moleste e spesso dolorose, talora addirittura di movimenti come se questo fosse ancora presente. Questa sensazione, assolutamente normale e che non rientra in nessun tipo di problema psichico, è la dimostrazione più evidente dell’esistenza dello schema corporeo, che persiste, nonostante dall’arto amputato non giungano impulsi nervosi ai centri corticali.

Banalmente, la spiegazione di questa patologia, così come la espone Wikipedia descrive esattamente come mi sento. Con la solo differenza che la parte amputata è il mio cuore. Un aspetto davvero importante, perché il cuore, che io lo voglia oppure no, è ciò che ci fa rimanere vivi. Io descriverei me stesso in questo momento come vivo per inerzia. Continuo la mia vita, vado avanti ma senza un minimo obiettivo. Su niente.

Lo Zero che ritorna. E se il cuore mi è stato portato via, naturalmente, così come da sintomi io sento comunque tutti i dolori della conseguente asportazione. Ogni minimo crepitio lo avverto. Ovviamente le colpe ormai è assodato, sono tutte le mie. Sono stato sottoposto al giudizio di qualcuno che non so, sono stato condannato e sfanculato. Senza appello. Sapete per coscienza e anche per formazione, sono portato a non arrendermi mia.

Sono portato a pensare che anche se le cose cambiano si può fare sempre qualcosa per rimediare. C’è sempre un’alternativa per sistemare tutto. Ma ho capito che ci deve essere anche la volontà altrui. E a me la possibilità di rimediare, storicamente, non viene mai data. Adesso non voglio lamentarmi a prescindere o attaccare le pippe as usual.

No. Una cosa mi chiedo ripetutamente allo sfinimento: cosa avrei potuto fare di diverso? Ecco, adesso, col senno di poi mi vengono in mente tremilasettecentocinquantasette alternative. Adesso, che non posso più parlare ne fare più niente, saprei esattamente come comportarmi per far stare tutti bene.

Ma quanto sarebbe giusto? Quanto in questa storia a parte quello che ho fatto e pensato io, ci sia stato qualcun’altro che sia stato disposto a fare qualsiasi cosa per me? Esatto. Non c’era. E non c’è. Forse è da qui che dovrei ripartire. E’ da qui che dovrei cancellare tutto e andare oltre. Si, oltre. Perché andare avanti non se ne parla.

Per andare avanti si deve andare in due. E non è questo il caso. Andare oltre ha un’altro significato. Andare oltre vuol dire continuare a vivere come se non fosse successo niente. Come se le parole non fossero mai state dette.  Ecco, abbiamo scherzato! Ma io lo so benissimo che non è così. E soprattutto non ci riesco. Anzi, la cosa che mi più fastidio è che tutto ingiusto.

funeral

Non ho replica. Non posso dire né fare nulla. Niente di niente. Hanno già fatto il funerale al morto e a me non mi ci hanno voluto. E’ così e basta. Poco importa il resto. Gli urli, le lacrime e il dolore che ci siam fatti. Non si considera più niente. Niente che mi riguardi… Forse è questo quello che più importa in tutta questa faccenda. Quando c’era bisogno di fare un piccolo passo avanti nessuno, neanche io, ha avuto il coraggio di farlo.

Siamo andati dritti allo schifio. Alla genesi del dolore. Ognuno ha sparato le sue cartucce perdendo di vista chi eravamo l’uno per l’altro e perchè soprattutto. Suscettibili alla sofferenza più grande. Quella del cuore. Nessuno ha voluto prendersi cura di niente in maniera costruttiva.

Faccio un sogno ricorrente da due settimane. Torno dal lavoro e ti trovo sotto casa ad aspettarmi, ti vedo che mi segui con lo sguardo al supermercato e anche dentro l’ufficio postale. Sento i tuoi pensieri, e non mi dici niente. E paradossalmente forse è proprio così. Con la sola differenza che posso solo immaginare tutto. Forse hai sempre avuto ragione tu, sono pazzo. Pazzo e ossessionato.

Io resto con il mio, e tu resterà col tuo. Un’alternativa c’è. C’è sempre. Ma forse è ancora invisibile, o forse non la si vuole vedere. Io adesso, non ce la faccio neanche più  a parlare. Ce l’ho con me, perché ho sbagliato, e pago profumatamente. Guardo i giorni che scappano e i pensieri che si rincorrono alla ricerca di sollievo.

Che, non arriva, mai.

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Un post mai pubblicato.

24 aprile 2014

“E’ venuto a prendermi una decina di minuti prima delle 21. La serata ha tutta l’aria di un primo appuntamento. Io sono eccitato. Per la prima volta nella mia vita sono felice. Mi sorride il volto. Gli occhi. Una cosa, che prima di oggi, è successa solo il giorno della mia laurea. Pensa te. Lui è tutto. E’ simpatico, fa battute, sorride. Parliamo di ogni cosa. La cena va veloce, tra chiacchiere e vino. Io sono contentissimo.

Di tanto in tanto mentre mangiamo mi accordo che mi guarda. Io ho davvero l’impressione che nel mio stomaco ci siano le farfalle. Sembra il blog di una quindicenne. Ma non sono mai stato così lucido nel descrivere ciò che provo. Mi sento strano. Per la prima volta ho l’impressione che finalmente qualcuno sia qui per me. Quello che ho sempre cercato, finalmente è qui. Davanti a me. E inaspettatamente mi stringe anche la mano.

Tra l’altro, le sue mani sono bellissime. Grandi, con le dita lunghe. Ma è tutto rapportato. Tra l’altro si è tagliato anche le unghie, perché qualche giorno fa gli ho detto che le aveva troppo lunghe per i miei gusti. D’un tratto mi viene da pensare che forse sono messo già male. Che alla fine ci sentiamo da due settimane, tutti i giorni, ed io sono già messo così. Poi però un vago pensiero mi si insinua nella testa. Lui non è roba tua. Lui è fidanzato. Non ti devi innamorare.

Usciamo dopo un oretta e mezza dal locale. Saliamo in macchina e mi bacia. Appassionatamente. Io ho già gli svarioni, e mentre gli dico la strada per tornare a casa mia mi tiene la mano. Le mie sinapsi, impazziscono subito. Arrivati nella via di casa lui va dritto senza indugiare, ma non ho neanche il tempo di chiedergli se vuole scendere. No. Parcheggia direttamente nel vialetto.

Io inizio a sentirmi in colpa. Questo pensiero mi ha colto per diverse volte durante la serata. Per qualche secondo. E poi è sparito. Ma si, un po’ mi sono vergognato. Insomma quello che mi sono ripromesso di non fare mai, e che ho già subito in passato adesso lo stavo facendo a qualcun’altro. Che non conoscevo e che sicuramente non se lo merita. Ma ero in balia della situazione. E di quella persona, che col suo calore mi stava riscaldando il cuore. Come mai nessuno in passato.

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Salgo in casa e prendo due birre, le sue preferite. Ci sediamo e accendo la tv. Decidiamo di guardare un film. Metto Sex And The City 2. Manco fosse un caso. Ci accocoliamo sul letto e ci stringiamo. Guardiamo 5 minuti di film, ma i nostri corpi non reggono. Siamo talmente vicini che non ha alcun senso continuare a guardare il film. Lui è talmente eccitato che provo un leggero imbarazzo. Lo sento e non mi va affatto di resistere. Non lo faccio. E non lo fa neanche lui.

Facciamo l’amore. Nel momento in cui lo stavamo facendo ho capito che era diverso dal solito sesso. Ogni suo gesto, ogni suo sguardo o movimento era fatto con cura. Ed è stato tutto perfetto. Non c’è stata una nota stonata in niente. Due corpi che si sono incastrati perfettamente. Senza ostacoli. Un’armonia quasi incredibile. E quando è finito tutto io avrei ricominciato ancora. All’infinito. Ma il tempo è tiranno, è arcinoto.

E lui, purtroppo, doveva tornarsene a casa. Abbiamo avuto il tempo di una doccia, con le stesse attenzioni di cui sopra. Qualche altro bacio e poi di corsa verso casa. Ho atteso il suo messaggio per sapere che era tornato dal suo fidanzato. E mi sono addormentato, per la prima volta, senza ansie nè angosce. Ero solo felice. Una felicità che ha preso ogni cm del mio cuore. Nel momento in cui ho realizzato tutta questa mia felicità, però, lo spettro del suo fidanzato, che uno spettro non è, anzi, mi ha fatto ricordare di non dover correre troppo.

Per oggi basta così. Un passo alla volta, senza pretese. Notte blog.”

 L’avresti mai detto che sarebbe finita così? Io no.

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Cuore rotto e sanguinante.

Sapete com’è. Io ogni San Valentino muoio un po’. Adesso, non pensiate che sia il solito post disfattista sul significato di San Valentino festa. Nossignore. In realtà io non lo odio San Valentino. Anzi. Se solo potessi festeggiarlo come si deve ne sarei anche felice. In realtà il rapporto conflittuale che da anni mi fa storcere il naso è puramente collegato alla mia singletudine, ed hai drammi che in questo giorno, inevitabilmente si susseguono. Proprio oggi ovviamente, ne ho combinata una delle mie. Epiche.

Non entrerò nel merito, ovviamente, mi vergogno come un ladro. In realtà ho semplicemente fatto qualcosa di brutto a chi non se lo meritava. Quando mi comporto così, in realtà riesco a dare solo il peggio di me. E adesso quel minimo che c’era è sparito. In un secondo. E’ bastato un tap su qualche app ed io sono volato via nell’etere. Per sempre. Ecco, le ragioni che mi hanno spinto a comportarmi di merda sono molto. Sono mesi che cerco di capire che tipo di relazione fosse diventata quella che era iniziata l’anno scorso. Probabilmente non era niente più.

Anzi. Mi ostinavo io a cercare delle motivazioni ad andare avanti. Non c’erano già più. Il problema è che al cuore, mio, non si comanda. E quando mi sento messo da parte, per senza motivo, divento dispettoso e antipatico. Non mi sono smentito. Ora è un po’ difficile piangere sul latte versato. Ma io, per quel che posso dire, penso a me. Penso a me che mi sono pianto la qualsivoglia per mesi, e non ho avuto un minimo.

Penso alle notti che oramai passo insonne dalle 4 in poi. E penso a quanto sono stato coglione ad affidare il mio cuore, una cosa delicata e molto importante, a chi in realtà di questo cuore non ne ha tenuto minimamente cura. Zero. Ora non voglio finire con i miei soliti piagnistei del cazzo. Mi odio molto e vorrei riparare in qualche modo a questa situazione. Ma le opzioni non ci sono. Non le vedo e forse non ne voglio anche. Ecco, qui mi voglio fermare e aprire una riflessione.

bleeding-heartE’ stato giusto? E’ valsa la pena? E’ stato importante? Per la risposta è sempre si. Io quando sbaglio lo faccio alla grande. Finisco nella merda con tutti i piedi. Divento rissoso e appendo il muso a chiunque non tenta di capirmi. E sbaglio ancora di più. Sono arrivato a svenire e a farmi venire gli attacchi di panico, e credetemi, a caro prezzo nel giro di cinque minuti ho pagato tutto. Adesso, col senno di poi, se tornassi indietro rifarei tutto in maniera diversa.

Adesso, ho coscienza del fatto che chi ti ama non scappa via, e non si nega. Anzi. Chi ti ama ti capisce, e se non ti capisce ti da almeno la possibilità di spiegarti. Probabilmente io ho amato, e quando ami fai pure le cazzate, invece per lui ero uno dei suoi tanti flirt per sfuggire alla monotonia di una routine o della noia che inevitabilmente colpisce una coppia, o che so io. O più semplicemente un gioco, di cui io, neanche a dirlo ne pago tutte le conseguenze.

Capite bene, che trovando la sua fine nel giorno di San Valentino non posso non farne un dramma. Non posso che non chiudermi in casa e prendere a testate tutti i muri. Non posso che non deprimermi e chiudermi definitivamente finché, mi auguro, inciamperò in qualche altro ragazzo carino. Mi viene solo da non capire come due persone, come me e te, che si, in qualche modo si vogliono bene, siano arrivati a farsi tanto male. Per questo mi dispiace.

E proprio perché è San Valentino, ho letto diversi post su facebook oggi che mi hanno un po’ infastidito contro i single che odiano questa festa. Non odiamo questa festa. Niente affatto. Non la malediciamo a prescindere. Non odiamo chi ama. Siamo soli però. E se per alcuni essere single è sintomo di libertà, di scegliere con chi andare e non, di essere liberi di vivere una notte come si vuole, bé ecco, ci tengo a sottolineare che dopo che ne fai di ben donde ti accontenteresti anche di un tuo di Baci, magari nella versione con le frasi di Tiziano Ferro. E una pizza, solo con chi ami.

Perché poi questo è quello che conta. I single non diventano acidi a causa di una festa. No. Siamo solo un po’ tristi. E dividiamo con altri amici, single anche loro, la voglia di condividere qualcosa. Che sia giusto o sbagliato io non lo so. Purtroppo è così. E oggi altro che festa. Sanguino direttamente del cuore. Che si è rotto un’altra volta. E ora tocca andare a ritrovare i pezzi. E, inevitabilmente, ricomincia quel gioco spietato che io, davvero, non vorrei mai più.

Einvece.

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Con la testa fra le nuvole.

nuvole

Nell’ultimo periodo ho volato tantissimo. Ergo tanto tempo per pensare. Forse troppo. Ecco, non mi voglio affatto dilungare con risvolti depressivo-maniacali-convulsivi su chi ha deciso di girarmi le spalle. In fondo non se lo merita neanche più. In realtà quando avevo deciso di chiudere il blog, lo avevo deciso per davvero. Non volevo più tornare su queste pagine a scrivere. Più che altro perché scrivere vuol dire rivivere di nuovo una determinata situazione e quindi soffrire. Ancora. E ancora.

Detto ciò, ero lì che me la volavo e affidavo me stesso solo allo scheduling dettagliato degli aerei che avrei dovuto prendere nelle successive ventiquattro ore, e nient’altro. Non avevo altra certezza. Dovevo solo portare il mio culo in Australia, con un viaggio che partiva da Roma e faceva prima tappa a Londra. Per un notte, per riposarmi, per ripartire l’indomani.  Arrivo a Londra in una serata freddissima, e prendo direttamente un autobus che mi lascia in albergo a cinque minuti da Heathrow.

Arrivato in camera avevo solo una gran fame. Non mi sono preoccupato della valigia, l’ho lasciata li in mezzo alla stanza, e me ne sono andato nella lobby dell’albergo per mangiare qualcosa. Un albergo a cinque stelle costatomi pochissimo con un ristorante di merda. Niente di invitante, la cosa più interessante è stata la mia scelta finale, ovvero un sandwich orrendo. Di li a poco però mi sarei fatto catturare dal solito specchietto delle allodole per i gay. Grindr.

Si perché mi sono accorto di essere già sotto wi-fi, e ci ho messo tre secondi ad accendere la maledetta app. Ho fatto anche subito a chiuderla però, non mi andava niente. Ero solo con me stesso una sera a Londra, e volevo starmene tranquillo. In realtà nella sala di fronte a me c’era un party. Ed io, ho deciso di andare a dare un’occhiata. Non so dov’ero finito. Probabilmente una di quelle feste aziendali di Natale. Sarebbe stato Natale di lì a poco, ma io non ne sentivo proprio lo spirito.

La caciara era tanta, la musica un pop abbordabile e mainstream e la maggior parte dei presenti erano usciti da un film di Bollywood. Tutti ubriachi naturalmente. Ed ovviamente nessuno di vagamente interessante. Ho sorriso ai presenti e me ne sono tornato in stanza. Mentre ero lì che cercavo di attaccare il telefono a caricare nella spina del bagno per il rasoio (l’unica in stanza non inglese), mi sono fatto una doccia e mi sono rilassato un po’. Mentre mi lavavo i denti l’occhio mi cade sullo schermo del telefono e vedo che qualcuno mi ha scritto.

E’ un altro ospite dell’albergo. Mi dice che è un pilota della British Airways ed è lì per la notte. E’ turco. Gli scrivo che non lo so. Non mi va di fare sesso. Non faccio sesso da quando lui se n’è andato. E doverlo fare con qualcun’altro mi rattrista. Mi sento ancora legato. Decido che forse la devo piantare di fare Rossella. E che domani è si un altro giorno. Ma sicuramente un giorno senza di lui. Sono lì, che mi guardo allo specchio ed invito il pilota in stanza.

“Stanza n. 1014 tra un quarto d’ora” gli scrivo. Lui è puntuale e dopo quindici minuti lo sento bussare alla porta. Lo faccio accomodare e parliamo un po’ di noi. Mi dice che è stanco, ha volato per tutto il giorno. Vuole rilassarsi. Io gli racconto del lungo viaggio che mi attende, e di quanto abbia bisogno di tranquillità, poiché l’ultimo periodo è stato abbastanza devastante. Durante la conversazione, passa a raccontarmi di Dubai ed inizia a massaggiare i piedi.

Di li a poco, ci ritroviamo abbracciati, e ci baciamo. E poco dopo ancora scopro che ciò che si dice sui turchi è vero. In realtà però i nostri corpi si avvicinano soltanto. Ma nulla di più. Lui mi dice che mi vede teso. Lo sono. Molto. Non so se andare oltre, mi dispiace perché lui è davvero un gran figo. Un fisico tonico, delle enormi spalle e muscoli pronunciati che non deludono affatto. E’ carino. Mi guarda e mi bacia ancora.

Io sorrido, quasi mi imbarazzo. “Can I take care of you?” mi chiede sorridendo. Io annuisco. Mi allungo sulla pancia ed inizia a massaggiarmi dal collo. Mano a mano scende giù, fino al sacro. E poi ancora più giù. Poi comincia a massaggiarmi con la lingua. Ovunque. C’è stato un secondo in cui ho pensato di fare di più. Ma il secondo successivo me ne ero già pentito. Come una pazza squilibrata mi è scesa una lacrima che ha rigato il volto. La testa era ancora fra le nuvole, e pensavo a tutt’altro.

In realtà lui, neanche mi avesse letto nel pensiero, si interrompe e guarda l’orologio. Si sono fatte le tre, ed io non me ne sono minimamente reso conto. Mi dice che è tardi, che l’indomani dovrà volare da Londra a Dubai e che ha riposato poco durante il giorno. Io annuisco, sorrido e mi rivesto, in fondo se avesse voluto fare altro lo avrebbe fatto già da un bel po’.

Mi faccio un’altra doccia e mi metto finalmente a dormire. Non voglio trovare un altro motivo per deprimermi. In fondo non volevo fare niente dal principio, e deciderlo, mi ha reso sicuramente un po’ più sicuro di me stesso. Anche se sinceramente non ho mai pensato che rifiutare del sesso sia indice di sicurezza. Anzi. Mi faccio rapire dalla morbidezza delle lenzuola e rifletto su quanto si difficile fare determinate cose. Chiudo gli occhi, cosciente di essere ancora un po’ triste. Ma passerà. Lo spero, almeno.

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L’Omeostasi

Mi sono accorto che il farmaco stava facendo effetto nel momento in cui inserito l’ago in vena una sensazione di sollievo si è palesata dentro di me. Il nostro corpo, più di ogni altra cosa, ha la capacità di raggiungere l’omeostasi, ovvero attraverso meccanismi chimico-fisici raggiunge la stabilità interiore. Rifletto su questo concetto da un paio di giorni. Dal giorno in cui con la coda fra le gambe e la dignità sotto le suole sono fuggito a casa dai miei. “Codardo” penso quando la mia immagine fa capolino in qualche specchio. Ed in casa dei miei gli specchi sono pressoché ovunque.
Ma ripenso all’omeostasi. Un concetto che durante i miei studi mi ha sempre affascinato. E’ l’unica cosa che mi sia stata chiara  quando preparavo il difficilissimo esame di Fisiologia. Assieme al ciclo cardiaco. Ovviamente. La tendenza naturale al raggiungere una stabilità interna delle proprietà chimico-fisiche comune a tutti gli organismi viventi, per i quali questo stato tende a mantenersi nel tempo, attraverso dei precisi meccanismi autoregolatori. Una cosa che detta così appare molto semplice. In realtà avviene per diverse e complicatissime reazioni. A me sconosciute.
Questo concetto non mi è mai appartenuto, nonostante io sia oramai da quasi trentuno anni vivente. Ora più che mai avverto il disagio della mancanza. Ecco, sarebbe semplice se ciò che non c’è,  attraverso la connessione ad un sistema di fleboclisi, possa essere inoculato in noi e renderci all’istante in totale equilibrio. Ma è stranoto che più una cosa sia voluta e più questa tarda ad arrivare. Non a caso il concetto di equilibrio è ancora più importante. Tempo fa avevo la fissa di chiedermi ripetutamente perché fossi qui. E quale fosse il mio obiettivo.
Mio malgrado ho sempre dovuto fare i conti col dover giustificare il perché delle cose. Prima ai miei. Poi per un difetto ho cominciato ad esagerare, ed ora faccio cose che poi devo giustificare a me stesso. Sprazzi di lucidità che si intervallano a momenti di pura follia. Un momento sei Annabelle e il momento dopo no. Con tutto ciò che ne compete. Faccio fatica a cambiare me stesso per paura. E’ sempre stata la paura che mi ha regolato il livello di sopravvivenza alle cose, di ogni genere. Dalle più brutte alle più belle. Una perenne pressione che si è tradotta nel tempo con sigarette, mal di stomaco ed emicranie devastante. E l’insonnia.
Un residuo di ciò che un essere umano può essere. E neanche la sua parte migliore. Così la mancanza mi ha distrutto. Mi ha lacerato dentro fino a quando non sono stato più capace di riconoscere il dolore. L’intensità del dolore è una variabile che ci permette di capire se quello che sta accadendo ci sta facendo male o meno. Se ci sta uccidendo.  Variabile che mi è sfuggita al controllo. Soprattutto quando di notte mi svegliavo sudato, o strano e senza voce perché avevo urlato come un pazzo fino a qualche secondo primo. E se nell’obnubilamento del sonno qualcuno mi stava uccidendo, appena sgranavo gli occhi mi preoccupavo del significato che potesse avere quello che avevo visto. Semmai fosse stato vero.
In realtà, poco dopo me ne scordavo, e per sopperire alla noia del silenzio della notte, intervallato dal preciso e sempre uguale ticchettio dell’orologio appoggiato sulla cassettiera della camera da letto, preferivo distrarmi con uno dei nove libri appoggiati sulla scrivania che ancora attendevano di essere letti. Invano. Quella tecnica, che molte altre volte prima mi aveva regalato un sonno tranquillo, in realtà aveva smesso di funzionare. La certezza di riaddormentarmi svaniva, e perso l’interesse per il libro passavo a contare i rintocchi che la lancetta dei secondi compiva durante la sua inarrestabile corsa.
Senza, ovviamente riuscire a trovare pace. Così di li a poco attendevo l’arrivo del giorno, e mi alzavo diretto verso il bagno e poco dopo verso la cucina, per la colazione. Niente però mi aveva tranquillizzato. Niente aveva ristabilito l’omeostasi. L’equilibrio. Ho interrogato anche un medico a riguardo, ma non siamo riusciti ad andare oltre la prescrizione di inutili fiori di Bach. Non dormivo. E il risultato più drammatico erano delle occhiaie nere sotto gli occhi che di giorno in giorno apparivano sempre più marcate.
Nel mio essere scostante in tutto ho iniziato a capire, poco a poco di quanto fosse importante avere una giornata il più stancante possibile, che mi avrebbe permesso così, di notte, di riposare. Invece nulla. Niente di tutto questo. La discontinuità dei miei intenti si era rivelata ancora, in maniera più sonora, una stupidaggine ed io non facevo altro che perdere tempo. Bighellonare tra un social e l’altro, o peggio, alla ricerca di qualcuno con cui passare qualche ora. Dando il sesso come soluzione a questo intrigato e complesso rompicapo di cui non venivo a capo. Di cui non vengo a capo.

Accettare l’eventualità di non dormire, in realtà, si stava rivelando molto più utile. Occuparmi dell’insonnia metteva tutto il resto  in secondo piano: i miei pensieri, i miei comportamenti e le mie mancanze. Ed i miei equilibri mai raggiunti. In perenne deficit. Contrasti forti che non si compensano mai. Uno stato di necessità che si alimenta, e che inevitabilmente mi rende in ogni momento inadeguato. Mai pensieri furono più lucidi. E soprattutto così facendo ho capito che l’omeostasi non la raggiungerò mai, o tutt’al più l’ho raggiunta, ma ancora non l’ho capito.  
Pubblicato in: atonement, consapevolezza, Disagi, Disgusto Gay, il pisello odoroso, la Polpetta, levatevi, lost in translation, mood pensieroso

Spring Awakening

Mi rendo conto che è sempre più difficile capire l’utilità di questo blog. Soprattutto perchè in realtà l’ultima volta che ci ho scritto era pieno inverno. Idealmente, però, nella mia testa non ho mai smesso di condividere i miei drammi e le mie indecisioni su quanto mi succede. L’ho sempre fatto su twitter o instagram. (Bel modo per inserire dei link social.) In realtà però c’è stato un momento in particolare in cui il mio torbido e difficoltoso sonno invernale è cessato. Di colpo. Era il 31 marzo, il sole mi abbagliava in via del Corso ed io ho capito la necessità di riprendere le redini di me stesso.

Si perchè per mesi ho avuto l’impressione che il mio non fosse più un corpo, ma bensì una carcassa inanimata e senza un minimo di emozioni. Proprio le emozioni, a me care, erano andate a farsi friggere. Questo perchè ho chiuso tutto. Ho chiuso la voglia di emozionarmi chissà dove dentro di me. Con la certezza che oramai il mio tempo era passato. Che il mio treno fosse partito, senza di me. Forse questa è una delle considerazioni più lucide di quanto ho passato negli ultimi tempi che io abbia mai fatto. Ma la malattia è curabile solo se il sintomo è riconoscibile. E una volta eseguita la corretta terapia, il virus muore. La malattia viene debellata. Si guarisce.

Il dolore sparisce. Passi semplice. Consecutivi, ed indispensabili per andare avanti. Dare un nome, è superfluo, voglio farmi guidare dalle sensazioni, da ciò che provo. Mi sono consolato, mi sono ritrovato e mi  sono capito. Perchè fino a poco tempo fa non mi capivo neanche più. Piccoli passi. Necessari. Indispensabili. Si, ancora una volta questa parola. Non è un caso se la scrivo di nuovo. Il mio unico problema per tutto questo tempo è stato essere indispensabile per qualcosa. Non perchè lo fossi. Perchè io lo volevo. Al lavoro. Ai miei amici. Alla mia famiglia. A chi mi circondava. A me stesso. Al ragazzo che mi piace da sempre. Si. In ogni ambito della mia vita ho applicato questa mortale espressione. E non avevo mai alcun risultato.

Mai. Quindi ho capito. Ho smesso, quando poi le circostanze non mi hanno permesso di essere indispensabile fisicamente, e il risultato non era un disastro. No. Semplicemente sono stato sostituito. In maniera indolore. Come se nulla fosse. Come se mai fossi esistito. Ecco, tristemente, mi sono arreso alle circostanze, che erano chiare. Eloquenti. Più di quanto io non volessi accettare. E dovevo farla finita. Subito. E così ho smesso. Sono sempre stato uno che da l’impressione di essere stupido. Ottuso. In realtà mi sono sempre voluto poco bene. Da sempre. E non ho mai mosso un dito per volermene un po’ di più.

Fino ad oggi. Perchè in fondo se cresciamo e riceviamo batoste dalla vita, è anche bello saper capirne il significato. E rinascere. Ancora. E meglio, si spera. A settembre avevo puntato tutto sulla speranza. Infatti rieccola. Riesce in queste righe, e riappare nella mia testa. Non mi ci affido perchè disperato, bensì perchè fiducioso. Fiducioso che le cose migliorino e che finalmente un sorriso si poggi anche sulla mia faccia. E che sia vero. Perchè ultimamente non trovavo più utile sorridere. Me lo dovevo. E lo dovevo al Pisello Odoroso. E anche un po’ ad Annabelle. E a Fabrizio. Che poi paga tutto. E senza sconti.

E poi per piacere, è tornata Anastacia, volete che non ritorni io.
Eccomi.