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Quando ammetti il problema, stai già guarendo


Quando arriva settembre si crea un meccanismo mentale secondo il quale bisogna perdere peso, andare in palestra e rimettersi in forma. Merda, ma che senso ha? Posso accettare che un discorso del genere mi venga fatto a gennaio. Ok. Anno nuovo, vita nuova. Ci posso anche credere. Ma perché a settembre? Non ha molto senso. Se a settembre i miei avi migravano verso la montagna per la transumanza, perché io dovrei andare in palestra? Esiste una connessione mentale? E poi perché a settembre tutto dovrebbe ricominciare da capo. Di nuovo? Anzi. Ad essere sinceri sono anche ingrassato un po’. Lo so. Ma sono giusto un paio di chili. Tre, per l’esattezza. Almeno, credo. Spero.


Se consideriamo che sono stato in ferie per un mese, bè tre chili non sono niente. Se consideriamo soprattutto che per un mese ha cucinato solo ed esclusivamente mia madre non sono niente. E voi, vostro malgrado, non conoscete Giuliana. Ma qualche giorno fa, appena tornato a Roma dalle vacanze ho rivisto il mio trombamico numero uno. Ovvero Dickhead. Non è un caso che si chiami così. Non per che sia una testa di cazzo. E’ che è solo un enorme grosso pene attaccato ad un uomo. E non viceversa, che sia chiaro. Dopo avercela spassata alla grande, e averne fatte di ogni, mi da una pacca sul culo e mi dice, parole testuali: “Il tuo culo mi fa impazzire. Guardalo come sta su. E’ pazzesco”.


Pausa. Che poeta, penso. Però, almeno, per la soddisfazione avrei anche potuto ballare e danzare tutta la discografia delle Spice e metterla su YouTube. Ma Dickhead non si è limitato a un complimento. Affatto. Ha continuato a parlare. “Certo che se andassi in palestra, saresti un bono da paura”. Si alza e se ne va in bagno. Pausa. Decisamente drammatica. Mi accendo una sigaretta, nonostante in casa sua ci sia assoluto divieto assoluto. Torna poco dopo, mi guarda serio, e chiede: “Ma cosa stai facendo?”. “Scusa, dovevo fumare”, mi giustifico. In realtà mi era salito un nervoso tale che se non fumavo lo prendevo a calci. Così rassodavo il suo, di culo. E sti cazzi le sue regolette del cazzo.


Aspiro l’ultimo tiro e spengo la sigaretta. Mi scuso, e insisto: “Scusa, quindi sono un cesso a pedali con un culo pazzesco?”. Lui mi guarda, e finalmente realizza la cappellata detta qualche minuto prima. Subito cerca di metterci una pezza. “Ma no, mica sei un cesso. Affatto. Piccolo lo sai che mi fai impazzire, e come scopo con te non scopo nessuno”. Piccolo? Ti sembro piccolo? Ho 27 anni. E tutt’al più tu sei quello grande. Vabbè è tipo un metro e novanta ed ha 38 anni. E sappiatelo odio quelli che ti dicono piccolo. Piccolo un cazzo. E poi tu mi scopi? Fino a prova contraria quell’affare enorme, duro e pazzesco (mi duole ammetterlo, anzi, forse mi duole anche altro se ci penso) lo faccio sparire io.


Per cui, tutt’al più sono io che ti scopo. Visto che la fatica la faccio tutta io, ma questi sono solo dettagli. Mi alzo di scatto, raccolgo i miei vestiti e faccio per andarmene. “E su adesso che fai? Non dirmi che te la sei presa?” mi chiede stupito. Certo che me ne vado, vorrei urlargli nelle orecchie. Invece, mi affretto a dire “No, non me la sono presa, però non sei stato né carino né spiritoso. Insomma è tanto che ci vediamo, mi conosci. E sai che queste cose mi fanno innervosire. Se io ti dicessi che sei carino, ma per avere 38 anni non sei al massimo della tua forma? Cosa mi risponderesti?”. E sono stato gentile. Dovevo parlargli delle sue enormi maniglie dell’amore. Credetemi, enormi. Bingo. Colpito e affondato.


Finito di vestirmi mi sono avvicinato per salutarlo, “Ciao. Buona serata” e gli ho dato un bacetto. Lui mi fissa, serio, mi stringe in un abbraccio e mi sussurra all’orecchio “Scusa, non volevo offenderti”. Ok. Annuisco, mi stacco e faccio per uscire. “Dimmi che non finisce così?” dice infine. Un attimo. Fermi tutti. Cosa dovrebbe finire? E’ iniziato qualcosa? Ci siamo mai visti, chessò, per passeggiare in un parco? Chiacchierare? Andare al cinema? E’ iniziato qualcosa? E se si, cosa di grazia? Ci vediamo sempre e solo o da me o da lui per trombare. E questo è un rapporto? Una relazione? Non mi sembra. Sto per sbottare in un mega sbrocco. Ma poi mi blocco. Contegno.


Abbozzo un sorrisetto, e dico sicuro: “Non lo so, sentiamoci però”. E addio. In metro ci ripenso a quello che mi ha detto, e concludo che forse ho un po’ esagerato, ma mi andava così. Insomma sono pieno di insicurezze già di mio, me le devi far venire anche mentre trombiamo? Di solito ad una bugia preferisco sempre una verità. Anche se scomoda. Ma andiamo non mi pare proprio di essere un cazzo di cesso a pedali. Affatto. Ho i miei difetti, come tutti. Ma non penso di non essere giusto così come sono. Mi metto a leggere per distogliere l’attenzione da questo scazzo giornaliero, e quando torno a casa mi peso. Giusto per curiosità. Ok, non ho motivazioni per farlo, ma lo faccio. Va bene?


Con sorpresa scopro di pesare due chili in più di quello che ero. Pensavo tre, almeno. Ma che cazzo, solo Mel B perde perso scopando con il marito? Ok. Decido che è arrivato il momento di smetterla di abusare e di dipendere dal cibo e di dedicarmi ad un’alimentazione sana, corretta e senza più zozzerie. Basta alcool, nutella e tutte le schifezze che mi circondano. Sarà difficile. Lo so. Che sia chiaro, non per Dickhead. Assolutamente no. Ho anzi deciso che non lo vedrò più. Per me stesso, perché so quanto valgo, e so anche che riuscirò ad avere anche un aspetto decente all’esterno. Anzi. Devo. Si, ecco. Anche se però, mi piacerebbe che un giorno arrivasse qualcuno e mi volesse così, come sono. Utopia?

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La Troppia. Ovvero quando la coppia scoppia.



Due settimane fa circa ero a colloquio telefonico con il
Prof. Di lui ve ne ho già parlato in diversi post. Mi telefonava evidentemente perché credeva che io avessi bisogno di una sana scopata. Ma si sbagliava. Parlando del più e del meno, invece mi racconta del suo ultimo state of mind. Ovvero mi introduce alla sua nuova teoria. Devo assolutamente premettere che da quando mi sono accettato come adepto della ceppa, ovvero da quando ho diciannove anni, ne ho sentite di cose assurde. Ma questa vince in assoluto su tutte. Devo altresì premettere che il Prof. è fidanzatissimo da non so quanto, ha persino sposato il suo compagno in Spagna, ed entrambi hanno l’hobby del sesso a tre, e della coppia aperta.

Lui, entusiasta, mi dice che ha un nuovo compagno. Gli chiedo allora come mai avesse lasciato suo marito. Lui mi sorprende e mi dice che non lo ha lasciato affatto. Anzi. Mi racconta che nello specifico il suo compagno c’è sempre, ma ne hanno introdotto un terzo nella coppia. Credo di non aver capito il senso. In dubbio se prendere uno spazzolino e ficcarmelo in gola fino a vomitare anche quel briciolo di dignità che mi è rimasta, o ficcare la testa nel forno e accendere a manetta, gli chiedo di spiegarsi meglio. Insomma, un terzo nella coppia? Che senso ha? Lui comincia il suo racconto con novizia di particolari, un entusiasmo inaspettato e persino della soddisfazione.

“Praticamente – esordisce – Io e mio marito eravamo altamente annoiati dal solito sesso a tre con il primo che passava. Eravamo stanchi di dover sempre cercare una persona diversa, che magari non entrava in sintonia con noi. Per cui, abbiamo deciso di trovare una terza persona, fissa, che entrasse nella nostra coppia, in modo stabile. Sai è così difficile ultimamente organizzare cose a tre. E noi ci siamo un po’ stancati di fare sesso singoli (l’oggetto della sua telefonata, ovviamente) e allora abbiamo conosciuto questo ragazzo sulla trentina, sposato, con un figlio. Ci siamo visti, ed abbiamo formato una TROPPIA, cioè una coppia a tre”.

Avete presente quando sentite una cosa e non la capite. Anzi. Non vi sembra vero che qualcuno abbia detto quelle parole. Mi sentivo esattamente così. Già loro come coppia, non erano affatto il mio ideale. Staranno insieme da meno di dieci anni e si sono potuti mettere tipo 2589 volte le corna. Ma a parte questo. Che posso anche comprendere. Come si può arrivare ad avere una terza persona in una coppia. Oltre che improbabile non ha alcun senso. “Hey, ci sei? Sei in linea?” sento richiamarmi dall’altro capo della cornetta mentre riflettevo sulle idiozie di quest’uomo. “Si ci sono. Ma scusa, stai parlando seriamente? No perché a me sembra una cosa davvero impossibile”, dico.

“Ecco. Sapevo che dovevi fare l’ottuso. Insomma la coppia oggi giorno non basta. Non è sufficiente. A volte ci vuole qualcosa in più. Bisogna riuscire ad andare oltre le etichette. E poi scusa. Che male c’è? L’amore come lo puoi dividere in due, lo puoi dividere anche a tre. Secondo noi si può. E poi tu non sai quanto è caruccio. Pensa che è anche molto geloso, sia di me che di mio marito. E poi oltre a fare sesso facciamo le cose che fanno tutte le coppie, chessò andiamo a cena fuori, andiamo al cinema. Andiamo anche al pub a bere una cosa. Insomma tutto come se fossimo in due. Ma la cosa belle è che siamo in tre. Ci amiamo in tre. E’ una figata, fidati”.


Ok. Prendo questo telefono e lo butto fuori dalla finestra. Ma si possono dire tutte queste grandi cazzate in una sola telefonata? Si può arrivare a dire che può esistere una coppia a tre? Una Troppia per l’appunto come dice il Prof.? Insomma si può essere così superficiali o anzi, finti? Finto che al punto di soddisfare una libidinosa fantasia sessuale si possa affermare che può esistere un legame sentimentale a tre? Andiamo, io non sono mica una
sura arretrata. Io ho sempre fatto, quando mi si è presentata l’occasione dell’ottimo sesso a tre. E non sono il tipo che giudica male chi lo fa. Anzi. Posso capire che nella coppia ci possa essere un momento in cui bisogna ravvivare la situazione e prendere in considerazione quest’eventualità.

Poi, se si è d’accordo, non ci vedo nulla di male. Ma dal sesso, perché di questo si tratta, ad arrivare a dire, che ti sei creato una storia d’amore a tre, tra l’altro con un uomo sposato con una donna, e con una figlio, piccolo. Ma andiamo. Che basi ha questa storia? Su quali principi mi parli d’amore? E quella poverina della moglie? Incredulo a quello che le mie orecchie avevano sentito, e ancora più incredulo per tutti i pensieri che ne sono scaturiti, decido di dirgli una cosa semplice. Non troppo complicata: “Prof. ma tu sei completamente folle. Tra tutte le stronzate con cui ti sei riempito la bocca in questi anni, per giustificare quanto sei porco, questa è la peggiore. Sei scorretto, per me!”.

“Ma perché mi devi sempre mortificare così? Hey ci sei?” Silenzio. Ma cosa straminchia devi rispondere a un essere umano di trent’anni, gay, fidanzato, sposato all’estero con il suo compagno, maiale all’invero simile, che ne fa di ogni, con chiunque, che ti parla di amore allargato. E lui, fa la troppia con due persone, ed io neanche riesco a trovarne mezzo per me. Ma siamo fuori? “Prof. io non ti voglio mortificare. Io ti sto soltanto spiegando che facevi meglio a telefonarmi e dirmi che vi eravate scopati uno bono da morì. Sposato, con un figlio. E basta. Facevi più bella figura. Perché confondere amore e sesso? Credimi, di certo io non ti giudico affatto. Anche a me piace il sesso. E tanto”.

Dall’altra parte silenzio. “Ohi Prof. ci sei?” chiedo. Poco dopo, lui mi risponde. “Vabbè sapevo che mi dovevi offendere. Ciao”. E mi chiude il telefono in faccia. Capite. Lui mi chiude il telefono in faccia. Lui si organizza la troppia, mi telefona, mi rompe il cazzo, però poi sono io che lo offendo, sono io che lo mortifico. Sono io che non capisco un cazzo. Sono io che sogno ad occhi aperti un uomo, uno, solo per me. Che scopi solo con me. Ecco. Poi però telefona a me. Il punto è che il Prof. la dovrebbe piantare. Credo che la cosa peggiore di noi gay, sia credere troppo spesso in quello che diciamo. Si. E io penso che a volte c’è bisogno di credere in qualcosa. Insomma, fate un po’ voi. Io adesso c’ho voglia di Mc Donald’s.

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Sesso da fiction. Anche se poco fiction.



Dunque, dunque. Qualche tempo fa, mentre vi narravo del Signor Bollore, non ho potuto fare a meno di introdurvi un nuovo e devastante omone che entrato nella mia esistenza. E non solo. Mi sono finalmente preso il tempo giusto per rielaborare nella mia mente tutto quello che è successo, ed ora metterlo nero su bianco e darlo in pasto ai posteri. Io e Doug Ross (citazione altamente colta), ci siamo conosciuti tramite un amico in comune. Io e questo suo amico chattavamo da tempo, e da tempo l’argomento principe riguardava sulla possibilità di incontrarci per una sana scopata. Dopo molto tempo però né io e né tanto meno lui avevamo ancora concretizzato l’incontro perché sostanzialmente non ci andava.


E non chiedetemi il perché. In una giornata particolarmente noiosa, però, mentre aprile ci regalava l’ennesimo giorno di pioggia battente, in cui io avevo sostituito la Bronstein mobile con la canoa di servizio, ecco che mi arriva la richiesta di aggiungere ai miei contatti Doug Ross. Ok, l’accetto. Un po’ scettico a dire il vero. Ma che diamine, non posso chiudere le porte. E anche il resto. Penso tra me e me. E così comincio a chattare con questo fantomatico personaggio, che non solo mi adora, ma intende approfittare spudoratamente delle mie regali terga. Nonostante però lui viva a Milano. Dettagli penso. Sempre e solo dettagli. Che adoro tralasciare, ma di fondamentale importanza, a volte.


Nel caso specifico, forse, un po’ di più, visto che vivo a Roma. Ma tant’è. Da aprile il tempo vola, e arriviamo a luglio. Abbiamo chattato tantissime volte in questi mesi. Ci siamo visti in cam. Tutto. Abbiamo intrapreso argomentazioni anche molto serie, come la voglia di trovare una relazione stabile. Convivere. Altre meno. Come il sesso. Il cyber-sex (che a me non soddisfa per niente), il dirrrty talking giusto per e chiacchiere persino su quanto ci farebbe piacere fare una scopata a tre con Fabrizio Corona. Non chiedetene il motivo. Non lo so, ma dopo che l’ho visto in Videocracy, a me Corona ha cominciato a fare sangue a manetta. Fino a che, dopo la totale delusione per il Signor Bollore, il mio msn trilla.


E trilla sesso. Da tutti i pixel. Lui esordisce baldanzoso. “Sono a Roma. Devo vederti”. Io ero a casa, solo, a convivere con il caldo soffocante di luglio e tipo 1874 zanzare che si cibavano inesorabilmente del mio corpo. “Ok”. Digito senza riflettere. “Vieni.” E batto invio, ancora più avido, e voglioso. Nell’attesa di pregustarmi Lui, arriva dopo circa venti minuti, e lo accolgo in shorts visto che ho fatto giusto in tempo a farmi una doccia. Sulla porta di casa mi perdo immediatamente nei suoi occhi azzurrissimi, e comincio a svalvolare un pochetto. Gli offro un succo all’arancia come antipasto. Ma lui decide inesorabilmente di ficcarmi la sua enorme, lunghissima lingua in bocca. Io quasi soffoco, ma mi piace.


A me mi non si dice penso. Ma sticazzi, va. Mi abbraccia, mi stringe e mi bacia benissimo. Le sue grandi braccia, cingono la mia grande vita. E si appropriano indebitamente delle mie chiappe. Io, sotto lo shorts non avevo nulla. Noto il suo ghigno godurioso, e mi si avvinghia sussurrandomi nell’orecchio “Ti voglio”. Io me ne compiaccio, e lo guardo senza proferir parola. Adoro la suspense in momenti del genere. Tanto con la mossa dell’intimo assente lo avevo già fatto mio. Mi prende, e mi alza fino ad appoggiarmi sul bancone da bar che domina la mia cucina. O sarebbe meglio dire il mio angolo cottura, che rende di più. E comincia a farmi un mega succhiotto sul collo, mentre si libera dei suoi vestiti rimanendo in slip.


Slip che sembrano quasi la sagra della salsiccia. E non fatemi spiegare perché. Decido che non devo ancora cedere, e che voglio assolutamente dell’altro petting, appassionante, deciso e soprattutto che d’ora in poi non potrò fare a meno della sua possente lingua. Insomma io non so davvero se la lingua è direttamente proporzionale alla grandezza del corpo. Ma qui stiamo parlando di un omone di un metro e novanta. Cioè se il pisello era almeno venticinque centimetri, la lingua doveva essere almeno chessò, un metro? Una roba che mi ha fatto impazzire. E poi, signori, sarò scontato, ma le mani? Vogliamo parlare di questi enormi manoni di mezzo metro che mi toccavano ovunque? Io volevo morire, lì.


Ma più che morire, era arrivato il momento di passare in camera da letto. Dove ho finalmente notato il suo enorme tatuaggio sul polpaccio sinistro. Non so che diavolo di roba cinese era. Ma con sto polpaccio muscolosissimo non potevo fare a meno di inginocchiarmi e leccarglielo. E così, in un tripudio di sensi, e voglie, e lingue e caldo devastante la mia lingua è partita proprio da lì, per salire, poco a poco e raggiungere il suo enorme, esaustivo e molto duro pene. Che stava tipo per rompere la molla dello slip. Di lì a poco, si passò ad un intervista, molto personale, ovviamente, e lunga che mi ha soddisfatto molto, e che lui ha apostrofato con le parole “Tu sei un maestro!”.


Robe che mia madre sarebbe davvero soddisfatta di me. Ma tipo dopo venti minuti, avevo voglia di vedere di nuovo all’opera la sua lingua, e così, l’ho provocato. Gli ho chiesto se la sapeva usare anche per fare altro. Ovviamente, figuratevi se glielo dovevo dire. Con le sue manone Doug mi ha preso le regali terga e le ha avvicinate a se, facendomi finalmente capire che si, esiste un cazzo di essere umano che sa fare dell’ottimo rimming. E in maniera del tutto instancabile. Per circa dieci minuti sono stato lì lì per aprire la finestra e buttarmi nel giardino di fronte a nuotare nudo nell’erba, felice. Ovviamente, l’ho lasciato continuare, fino a che mi ha avvicinato di nuovo a se per una nuova mega pomiciata.


Durata circa ottantasette minuti. In cui io ho sperato vivamente che tipo in qualche modo potessi rimanere in cinta di lui, così da incastrarlo per sempre. Ma evidentemente era impossibile. Lui, Doug Ross, ne voleva dal mio deretano. E lo voleva tutto per se. Io già avevo il terrore. Insomma quella roba lì, così enorme, così vogliosa e anche un tantinello aggressiva non la vedevo affatto entrare in armonia con il mio io di cui sopra. Per cui, eseguiti i passaggi importantissimi di inserzione del profilattico, e successiva lubrificazione di tutti gli attori posti in essere nell’atto, zac, Doug mi ha fatto capire che ne aveva di bendonde. E che ecco, se lo poteva permettere.


I successivi sei minuti e trentasette secondo sono stati i più lunghi della mia esistenza. Io oramai sembravo una gravida pronta a sputare un feto dalla bocca, sudata all’inverosimile con le doppie punte e i capelli cotonati. Indeciso se urlare e ballare Waka Waka, la Macarena e un successo a caso di Heater Parisi, mi sono riservato di pensare a qualsiasi cosa mi facesse stare meglio all’istante. Ovvero una borsa di Prada, un caffè con Victoria Beckham a Londra, l’iphone quattro, un pc nuovo. Nulla. Io stavo bene, ma avevo solo un grande fottutissimo dolore. Deciso che ne avevo abbastanza ho stoppato Doug e gli ho detto di lasciarmi respirare, visto che di lì a poco forse sarei potuto anche svenire.


Lui se ne ovviamente un pochetto risentito. Però nonostante sia un tipo abbastanza focoso, e anche molto autoritario è uscito ed ha assolutamente ascoltato la mia necessità. Per me, poteva anche bastare. Non ero venuto, ma avevo già la necessità di fumare una sigaretta. Lui dopo tre secondi di pausa in cui ha tolto il profilattico, ha ricominciato a baciarmi ovunque. Io ero in totale balia di lui, quando in me ha fatto capolino il pensiero che io, quel viso, l’ho avevo già visto. Dal fruttivendolo? Ferramenta? Veterinario? No. Ospedale. Era un medico. Poi penso. Mmmmmm. Nooooo. Ma questo è il dottore di Terapia D’Urgenza!!!! Decido che dovevo scoprirlo subito. Immediatamente.


“Scusa, devo andare un secondo in bagno, mi devo dare una rinfrescata” dico senza troppi pensieri. Manco fossi una vecchia che sta all’opera a vedere la Carmen di Puccini. Vado in bagno e con l’iphone trovo su google le foto del cast, e BINGOOOO! Eccolo il mio Doug Ross nelle foto di scena, ancora più bonerrimo di come l’ho lasciato io sotto le mie lenzuola. Soddisfatto e fiero ritorno da lui, che nel frattempo ha preso ha masturbarsi con una certa violenza. Bè di li a poco immaginate tutti come sia potuta finire. No? E devo ammettere che non è stato affatto male. Anzi. Il Doug ci sa fare e anche molto. Finito il momento sessodefuresta, io mi fumo finalmente la mia sigaretta, e lui fa lo stesso.


Decido che devo sapere di più. Doug ad ogni mia domanda dribbla e rimette al centro la palla. Rimane vago e non entra affatto in nessun dettaglio. Fino a che si scuce, e mi racconta che vive a Milano, e che fa il montatore di fiction. Destino crudele, penso. Io parto diretto, “Ma non è che fai pure qualche fiction?” mi sento domandare manco un grillo parlante di merda. Lui nega. Ma leggo agitazione nei suoi occhi. E non capisco perché. Divento più dettagliato, ma lui nega ancora. E più visibilmente agitato. Mi chiede se può usare la toilette, e in meno di dieci minuti è già fuori che fugge a gambe levate. Ci scambiamo numeri, e ci dedichiamo all’ultima pomiciata.


Io rimango sempre più convinto che sia quel dottore li. Lui nega e stranega ogni suo tipo di coinvolgimento nel mondo delle fiction. Io che ovviamente non ci credo, lo vedo rivestirsi e salutarmi di gran lena, manco dovesse andare a un meeting del fan club ufficiale di Laura Pausini. Io rimango, estasiato ma un po’ disturbato dal suo fuggi fuggi. Qualche tempo dopo (metà agosto) su msn mi comunica che vuole rivedermi. Io digito lo stesso, anche se quel mega arnese mi devasta solo a pensarci. E chi gliela fa. Rimandiamo tutto a settembre, quando io sarò tornato e lui starà per ripartire. Ma come tutti sapete, settembre è arrivato, ma io sono ancora qui, in Abruzzo. E spero vivamente che lui rimanga ancora un po’ a Roma. Perché a me, un medico a fianco, ci sta benissimo. Meglio se di fiction. No?


Ennamo, va va.

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Wenig Anleitung Annabelle Bronstein


Non sono impazzita. O meglio. Non del tutto. Ho
sempre il mio povero, piccolo neurone impaurito che solitario vive nel mio cervelletto. Nonostante io l’abbia portato a prendere aria nella terra del wurstel, non si è ripreso affatto. Anzi. Questo è il mio post dedicato a Berlino. In cui ho passato una simpatica settimana con Guy e Ga. Non aspettatevi di certo una guida dettagliata della città. Per quello ci sono le innumerevoli guide per viaggiatori. Questo, invece, è un mio personalissimo resoconto sulla Berlino che ho visto e vissuto, e che mi ha stupito, entusiasmato e anche fatto riflettere. Con l’assoluta convinzione, che ciò che succede a Berlino, rimane a Berlino. E soprattutto non accade a Roma.


I tedeschi.

I tedeschi non sono freddi. Non sono antipatici. Non sono poco ospitali. No. Sono solo un tantinello stronzi. E non offendetevi, miei cari cugini tedeschi. Ammettete invece che lo siete. A noi, il mandolino, la pasta e la pizza. A voi la stronzaggine. E diciamocela una volta per tutte. Esempio 1. Arrivo all’aeroporto di Berlino, distrutto e quasi ridotto ai minimi termini per il lungo viaggio, al desk delle informazioni sui trasporti ci sono due ragazze italiane che amabilmente conversano in inglese con la tizia. Penso, che culo, ci metteremo un attimo a fare l’abbonamento per i trasporti. Quando arriva il mio turno, sfoggio il mio inglese migliore, e rispettoso, e mi sento rispondere dalla stessa tizia che lei non parla affatto l’inglese.


Insomma, due secondi prima era la cugina di Margaret Tatcher, due secondi dopo era la cugina stronza di Heidi. Se mai Heidi fosse tedesca. Ma vabbè, ci siamo intesi. Esempio 2 La signora kazaka del tabacchino/supermercato/internet point/copisteria sotto casa non aveva la più vaga idea dell’esistenza della lingua inglese. Qualsiasi idioma tu le avresti parlato lei avrebbe risposto in tedesco. Argomentando la sua chiusura mentale. E risultando ogni volta sempre più antipatica. Solo quando in italiano le ho detto tipo 8754 insulti d’ogni genere lei mi ha sorriso. Questo vuol dire che l’italiano, nonostante tutto, ha un suono dolce, e simpatico. Nonostante tutto.


Esempio 3. Immaginate che è tardi, che state perdendo l’aereo, che venite dalla metropolitana, e che nonostante la stazione del treno sia sotto il vostro naso, no, non la riuscite a vedere. Immaginate che di fronte a voi si materializzi un bonone alto due metri che tra le altre cose lavora nel favoloso mondo dei trasporti berlinese. Vi viene in mente così di azzardarvi a chiedergli, in maniera molto cortese, se per caso sa dove straminchia sta la stazione. La sua risposta? Con un tono alquanto minaccioso? “I HATE TOURISTTTTTTTTTTT”. Ecco, gelati, i tre cuori impavidi, hanno solo abbassato lo sguardo e fatto finta di nulla. Per lo meno conosceva l’inglese. Per lo meno.


Il senso della misura

In Germania non c’è il senso della misura. Perché fare un pacchetto di 19 sigarette? Perché non mettercene venti? E poi vabbè ce lo vendete a 4.70 euro? Oppure perché fare una bottiglia di Coca-cola da 125 cl? E non 150? Che senso ha? Nessuno. Io per lo meno non lo capisco. Andiamo ci hanno tolto un bicchiere? Bo? E poi che senso ha vendere il caffè da consumare al tavolo di più? Voglio dire, lo sparecchio io il tavolo, e non è che me lo metti nel bicchiere di vetro? Insomma me lo metti in plastica, che ti frega se mi siedo giusto due minuti a consumarlo, tanto il bicchiere lo butto io? No? No. Perciò il caffè lo paghi di più. Domande che non hanno trovato una risposta davvero plausibile. Ma forse sono io.



Vita gay

Va premesso che a Berlino circa l’80% degli essere viventi è frocio. Il sindaco per esempio. Ma anche tutti gli altri miliardi di persone che ho incontrato. Pensate che se camminate per strada, almeno le tre persone più vicine a voi sono gay. Questo è un dato importante. Soprattutto perché avete mai sentito un gay picchiato a Berlino? Forse è perché so tutti froci. Ma forse no. La zona gaia è Schonenberg, che ovviamente non si scrive così. Ma almeno si pronuncerà così. Due vie di una zona molto borghese piene zeppe di cruising e negozi a tema. Devo ammettere che noi non ci siamo molto trovati con quello spirito. Insomma erano tutti abbastanza stagionati per i nostri gusti.


Kreuzeberg, la zona dove noi abbiamo preso casa, invece offriva diversi posti friendly. Per esempio il Primo Maggio, il ristorante italiano sotto casa. Oppure il Roses. Una simpatica rivisitazione del nostro Coming Out al limite del kitch. Parete di peluches, discoballs e luci soffuse creano un ambiente accogliente e divertente. Insomma c’è chi se la parla, chi se la canta e anche chi se la balla. Ovviamente, anche chi se la limona alla grande. Noi abbiamo conosciuto ragazzi americani, brasiliani e anche spagnoli. Con i quali poi ci siamo organizzati per andare a ballare. Insomma, una roba che qui te la puoi scordare. E infatti dopo il Roses la serata si può trasferire tranquillamente allo Schurrrz.


O anche qualcosa di molto simile. Noi ci siamo andati addirittura due sere. La serata Telepopmusik, ovviamente, dove mi hanno rifilato Robyn e una Britney d’annata. Insomma roba che scotta. E che scoatta, anche. E anche movenze pop a go go. Certo il caldo era troppo, il sudore non ne parliamo, ma gliel’abbiam fatto vedere noi come ce la si balla. Il bello di questi posti è però che tutti avevano limoni e valalalasss da fare, tranne la sottoscritta. Ebbene si. Tutti eh. Nessuno escluso. I tedeschi poi sono difficili da approcciare. Ti guardano. Sorridono. E poi non ti cagano più. Voi li riguardate ma nulla. Loro sembra che facciano finta di nulla. E infatti io a bocca asciutta.


L’unica nota negativa dei locali è la sigaretta. Nelle discoteche si può fumare tranquillamente, e io sinceramente ho cominciato a provare un po’ di fastidio, visto che ecco non ero più abituato. Come non ero più abituato alla puzza di fumo dei miei vestiti. Insomma se appena arrivato ho gioito di questo dettaglio, poco dopo mi sono dovuto ricredere perché è effettivamente fastidioso. Hanno gli aspiratori, ma a mio avviso sono del tutto inutili se non hai l’aria condizionata. Ed ecco spiegato perché i tedeschi avevo l’aria di puzzare tutti. Erano tutti visibilmente sudati. Ed era ovvio anche il motivo. Insomma se schiumava che era una bellezza.


Berlino è Berlino

In tutto questo, mentre io ero indaffarato a fare fotografie e video di ogni genere, le mie amiche, Guy e Ga si sono dati totalmente da fare. Limoni, pubbliche relazioni, baci e abbracci. Insomma. Un valalalas dopo l’altro. Le foto che vedete in questo post alcune arrivano dal mio iphone e altre le ha fatte Ga. Ma c’è una foto sulla quale sicuramente vi sarà capitato di poggiare l’occhio. Lo so. C’è una vocina dentro di voi che vi chiede insistentemente chi straminchia sia Gaetano. E soprattutto perché qualcuno lo ha richiesto così a gran voce su una lavagna da menù di un ristorante di Berlino. Di questi e altri dettagli, vi parlerò molto presto. Anzi. Prestissimo.