Come odiare il messaggio perfetto.

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dicembre 25, 2009 di annabellebronstein



Ok. Ok. Ok. Io non voglio assolutamente incavolarmi come una iena, perché è Natale, e bisogna essere tutti più buoni. E perché stranamente questo Natale l’ho sto sentendo in maniera diversa rispetto ai precedenti. Insomma per la prima volta sono riuscito a finire i regali prima del 27 di dicembre, ho fatto l’albero a mio insindacabile gusto e giudizio, e soprattutto mi sono capitate le ferie invernali proprio la settimana di Natale. Per cui perché arrabbiarsi. Perché trovare il motivo per cui forse rodere il culo? Io sono arrivato domenica pomeriggio qui a casa, in Abruzzo, proprio per resettare la mia vita capitolina e ricominciare tutto da capo. Ricominciare a pensare a me, a fare mente locale su quelle che sono le mie necessità. E invece?


Invece no. Invece ieri mattina ricevo un sms: “Ci ho pensato. Credo che invece dovremmo vederci. Stare insieme e parlare. Ho voglia di starti ad ascoltare. E ho voglia di fare l’amore con te”. Ok. Mi è venuta un’irrimediabile voglia di ridere. Ma ridere forte. Ridere e urlare. Urlare e sbroccare. Urlare e rompere qualcosa. Rompere qualcosa e insultare qualcuno. Ho deciso di non fare nulla di tutto ciò. Bensì, ho iniziato a pensare seriamente chi diavolo era costui che voleva farne di bendonde con me. Vuoto. La firma del messaggio parlava di un certo Sergio. MachistracazzoèSergio? Penso. Nulla. Vuoto. Ok, ho sempre pensato di avere qualcosa che non va al cervello. Ultimamente lo sto seriamente ripensando. E rimettendo in conto. Izzie insegna.


Decido che non è il caso di farsi rodere il culo più del previsto, tanto io sono qui a Chieti e lui presumo sia lì a Roma. Prima di rendermi la vita un inferno decido di capire se ne vale davvero la pena. Cerco di fare mente locale: chi è Sergio? Può essere qualcuno con cui ho avuto rapporti sessuali nell’ultimo periodo? No. Cioè non lo so. Non ricordo il nome di nessuno dei miei ultimi partner, perché incontrati sempre in occasioni prettamente alcooliche. Per cui. Gioco la carta Gay Romeo. Ma è tutto inutile. Negli ultimi messaggi ricevuti e anche nei profili visti non ce nulla che mi suggerisca questo Sergio. Non comprendo. Ah ecco! Ultima possibilità. Messenger. Non ci avevo pensato prima semplicemente perché una settimana fa ho cancellato tipo 37 contatti.


Ero stufo di avere tutta quella gente con cui non parlo affatto. Ero stufo di mettermi in linea ed essere comunque ignorato. Ma mentre per la terza volta scorrevo la lista dei contatti, mi è caduto l’occhio su un contatto in grigio: Sergio. Eccolo qua. Bingo. Tento di capire chi diavolo è. Perché ovviamente non me lo ricordo. Poi un lampo. Un flash. Una scossa. Una scoreggia. Ok scusate. Mi riviene tutto in testa. Lui è un trentacinquenne che lavora in centro in un ufficio di nonmiricordocosa, ha una casa pazzesca a Prati ed è altrettanto pazzesco e carino. Chattiamo da un po’. Forse due mesi. Non siamo mai trascesi nelle zozzerie da chat, ma abbiamo sempre fatto discorsi su di noi. Ci siamo visti solo una volta per un caffè, ma di corsa. Poi solo sms e chat.


Rimango smarrito a lungo a cercare di capire come meglio rispondergli. D’impulso penso solo a “Si! Facciamo del gran sesso!”. Poi ritorno in me, e ripenso alla prima parte del messaggio. Non posso non essere sdolcinato e carino come lo è stato lui. Anche se ecco, mi fa venire un po’ l’orticaria. Mi spiego. Ci sono delle volte in cui noi ragazze di Roma vogliamo solo essere trattate con dolcezza, carinerie e mille accorgimenti. Ci fanno tanto sentire Louise di Saint Louise. Ma ci sono altrettante volte in cui il tizio che abbiamo davanti ci ispira tutto fuorché sole-cuore-amore. E Sergio è uno di questi. Lui è BONO. Tenebroso. Perennemente abbronzato. E io al suo confronto sono la Tata.


Inteso come Fran Drescher. Sperando che si scriva così. E lo so, che non è carino neanche pensarlo, perché lui è un megatopolaus devastante, che gli basterebbe scrocchiare le dita per aver un’altrettanto megatopolaus nel letto. E invece no. Lui con me ci vuole parlare. Ci vuole stare. Vuole fare l’amore con me. E sarà che ho rivisto Bridget Jones da poco, e sarà anche che è Natale e siamo tutti più buoni per cui prendo l’ispirazione giusta e gli rispondo, finalmente dopo circa tre ore. “Hai ragione. Anche io vorrei essere lì e guardarti negli occhi. Parlare. E stringerti a me. E fare anche tanto l’amore. Ma purtroppo sono a Chieti. Quando torno ti chiamo. Baci”. Per questo e soprattutto altri motivi io marcirò all’inferno. Ma soprattutto, mi chiedo:


“Perché l’unica settimana che non sono a Roma il mondo mi considera?”. Sergio. Che ha tutte le carte in regola per sfondare nel mondo della musica, e sfondare anche ben altro ( ;)))) ) è il classico bello che non balla. Ha usato tutte le parole giuste per il messaggio, ed è stato davvero molto carino. Ma a me devasta. Lui ha millecinquecento preconcetti su quella che è la vita gay capitolina. Lui non va nei locali, non va al Coming, non va in nessun posto dove lo si possa incasellare nel fantastico e arco balenato mondo gaio. Lui va al lavoro, in palestra e il sabato sera a giocare a calcetto con gli amici di una vita. Il giovedì, di rado, al pub. E la domenica al cinema. Bè a me sembra molto più incasellato lui di qualsiasi altro gay.


Però è carino. Non è molto dolce a dir la verità. A parte le parole (si occupa di relazioni con l’estero, per cui si, sa usare la parola molto bene); lui ha degli atteggiamenti talmente maschi che ha volte sono anche troppo. Forse troppo per me. E lo so. Mi rendo conto di starla a fare lunga più del dovuto. Perché in fin dei conti basta che sei un tipo ok per del sesso promiscuo. Ma per qualcosa in più? Voglio dire, faccio bene a soppesare ogni dettaglio. A me sembra di impazzire. Mentre riflettevo su queste e mille altre milioni di varianti del problema, il mio occhio finisce su questa immagine.





Premetto, sono davanti il Megalò, IL centro commerciale di Chieti, che tra le altre cose ha anche un multisala. E mi impongo severamente di non pensare assolutamente a quello che voglio pensare, bensì di pensare che quello che sto pensando in realtà non lo sto pensando e che oramai è tutto dimenticato e cancellato dalla mia testa dopo la storia dell’sms. E infatti lo faccio. Anzi no non lo faccio. E mi ritrovo come un automa a digitare poche semplici parole sul mio telefono (ah si un I-phone per l’esattezza, così Sushi sarà contento) “Sergio, appena torno ti chiamo”. Anche se so già che non lo farò e come già sperimentato il chiodo schiaccia chiodo per me non vale, anzi peggio. Ma giuro che non sto pensando affatto a nessun’altro all’infuori di Sergio e me. Giuro.





N.B.

Il tipo di cui sopra in realtà non si chiama Sergio. E’ che non me lo ricordo il nome. Solo che per ragioni prettamente utili a rendere la lettura (già di per sé a volte molto contorta,) più comprensibile ho deciso di chiamarlo Sergio. Il tipo di cui sopra nella mia rubrica si chiama solo Bonoprati35. E non aggiungo altro. Izzie mi attende sempre. E io so che farò la sua fine, prima o poi. Mi chiedo, infine, se qualcuno possa mai chiamare un film Piovono Polpette. E qui, non mi sento di aggiungere nient’altro.

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One thought on “Come odiare il messaggio perfetto.

  1. BimboSottaceto ha detto:

    Annabelle, cara… ti sei assicurata che quel Sergio sia DAVVERO quel Sergio? Non vorrei ti ritrovassi tra le braccia flaccide di uno sbauscioso e gottoso vecchiaccio pervertito… E il tuo cervello sta bene. Izzie era una sfigata. Baci.

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